Manzoni in cerca di Dio

di Tommaso Gallarati Scotti
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 febbraio 1969]  

Scomparso orsono quasi tre anni, Tommaso Gallarati Scot ­ti ha lasciato incompiuta la sua Vita di Alessandro Man ­zoni, la terza biografia cui si era dedicato dopo quelle di Dante e di Fogazzaro. Col ti ­tolo La giovinezza del Man ­zoni, Arnoldo Mondadori an ­nuncia l’imminente uscita dei capitoli che l’autore riuscì a portare a compimento. Per sua gentile concessione il Cor ­riere è lieto di anticiparne le pagine in cui Gallarati Scotti, sempre cosi sensibile ai pro ­blemi della vita religiosa, af ­fronta uno degli aspetti cen ­trali della biografia manzo ­niana: la conversione.

_________

Nel dibattito, spesso super ­ficiale, sulla conversione del Manzoni, tra coloro che non vedono in essa che un « col ­po » della Grazia, una specie di saettare improvviso dal ­l’alto che dall’ateismo lo fa diventare credente d’improv ­viso in pieno; e gli altri che spiegan tutto come un natu ­rale processo della ragione e un progressivo avvicinamento a una concezione cristia ­na già implicita nella sua moralità e preparata dagli stessi ideologi – mi pare non si sia tenuto abbastanza con ­to dei mesi che seguirono la regolarizzazione del matrimo ­nio, mesi di silenzio, di rac ­coglimento meditativo – fac ­cia a faccia con Enrichetta, mesi di maturazione segreta di un grande spirito, nella ricerca di Dio. Né si facciano questioni puerili di misura di tempo. Il tempo nella storia di un’anima è cosa relativa, Come nella ispirazione artistica, così nella vita religiosa, l’attimo intuitivo, illuminativo ha valore di millenni, mentre lunghi anni di fatica intellettuale possono non con ­cludere a nulla. Ora ciò che è positivo e messo bene in luce dai documenti pubblica ­ti negli ultimi decenni è che il Manzoni era inquieto da un pezzo; inquieto intellet ­tualmente, inquieto moral ­mente, e che una crisi reli ­giosa era cominciata per lui dal matrimonio protestante. Ma è anche sicuro che la pa ­cificazione vera della sua co ­scienza non era stata ritro ­vata in lui nemmeno dopo il matrimonio cattolico. Egli non se ne sapeva, assai pro ­babilmente, render chiara ra ­gione; né sapeva giustificare con sua moglie gli atti ester ­ni che le aveva richiesto e che avrebber dovuto corri ­spondere a una fede viva e si ­cura. Enrichetta, protestante convinta,     credeva, pregava.
Anzl il Degola ci dirà che proprio in quel tempo essa si sentiva più ardentemente portata alla preghiera: «à la prière qui était devenue, suivant vos expressions, un vrai besoin pour vous ». Mentre Alessandro, che non aveva saputo sopportare di sentirsi estraneo alla Chiesa visibile, non era giunto che all’invo ­cazione angosciosa : « Dio, se esisti rivelati a me… ». La sua ragione continuava a essere in conflitto con il suo senti ­mento – e benché il « Dio dei filosofi », come è ben de ­finito dal Pascal, la divinità astratta del « secolo dei lu ­mi » non significasse più nul ­la per lui – era ancora esi ­tante al richiamo del « Dio vivente », cui aspira il nostro povero cuore e che Gesù ci ha insegnato a chiamare Pa ­dre.
Qui è l’equivoco, non mai risolto, tra chi pretende che il Manzoni era in fondo già da un pezzo teista, e non si può quindi parlar di conver ­sione a Dio, né concepire il trapasso alla fede come un mutamento radicale del suo spirito; e chi invece, nell’e ­same dell’episodio centrale della sua vita religiosa, si attiene alla sua testimonian ­za stessa, alla sua stessa con ­fessione che insiste sulla sua lontananza, anzi avversio ­ne alla fede cristiano-catto ­lica da cui proveniva. « Que ­sta fede » scriverà molti anni dopo il Manzoni, sentendo ­sene tutto « riempito e domi ­nato », egli l’aveva « altre volte ripudiata e contraddet ­ta col pensiero, coi discorsi, colla condotta » e « per un eccesso di misericordia » gli era stata « restituita ».
 

In guerra con se stesso

Poche parole, queste, ma che svelano la realtà della sua posizione spirituale con onesta chiarezza. Ora è vero che in quei primi mesi del 1810 le sue disposizioni d’ani ­mo erano già profondamente mutate verso la Chiesa, ma egli rimaneva certamente in « guerra » con se stesso e in ­capace di trovare la luce che dà la certezza e, nella cer ­tezza, la pace. Rimaneva, col desiderio e col dubbio, alle soglie della verità illuminan ­te, cercando con la sottilis ­sima logica della sua mente, ciò che la mente non può da ­re. Se tuttavia la lettura del ­le mirabili pagine dei Promessi Sposi sulla conversione dell’Innominato, possono illuminarci in qualche modo su ciò che avveniva in quei mesi nell’anima del Manzoni (e io lo credo), ritengo che nel suo personaggio immaginario egli abbia trasfuso, come solo può la poesia, la parte più tragica della sua crisi di coscienza. Alla cui soluzione si avviava non «per tranquilla riflessione », ma «per una specie di disperazione ».
 

Cosa accadde quel giorno

Quando anche per lui ven ­ne, nel modo più impensato, l’ora della Grazia – il mo ­mento in cui Dio « diventa sensibile al cuore » (l’espres ­sione è del grande Pascal, né potrebbe meglio descrivere ciò che avviene in una vera conversione) – e in cui, dopo la vana resistenza della ragio ­ne ribelle, la… « pietosa aura ineffabile / di cui giammai desio / indarno un cuor non ha » scioglie il nodo del dub ­bio e riempie l’anima di luce e di resurrezione. E’ ciò che avvenne nella Chiesa di San Rocco a Parigi – episodio ca ­pitale nella vita del Manzoni, che da troppe parti e testi ­monianze varie ci viene ri ­confermato, perché se ne pos ­sa dubitare.
Sulla base della tradizione familiare e delle rare ma si ­cure confidenze del Manzoni stesso a persone intime, come quelle ai due sacerdoti Gia ­como Zanella, il poeta pio, e don Natale Ceroli intimo con ­fidente del Manzoni nei suoi ultimi anni, noi possiamo, senza metterci nulla di fan ­tasia nostra, ricostruire il fat ­to così. Fu durante i solenni festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone imperatore con Maria Luisa d’Austria, il 2 aprile 1810. I coniugi Manzoni erano confusi tra la folla, a osservare uno spettacolo di fuochi d’artifi ­zio, che seguiva il sontuoso banchetto nuziale. Noi possia ­mo immaginare quali fossero i pensieri di Alessandro, se ricordiamo i suoi sentimenti politici, la sua crisi stessa de ­rivata dal problema del ma ­trimonio religioso, e come il ripudio di Ermengarda sarà uno dei motivi più alti e pa ­tetici della sua poesia. Strani avvenimenti si preparavano in quella notte apparente ­mente di festa. Al levar delle mense, mentre la folla si ad ­densava intorno al palazzo del banchetto, ebbra di fitti ­zia gioia, il più temibile degli uomini di stato intervenuti, Metternich, al balcone, alzan ­do alta la coppa spumante di champagne, brindava (e ghignavano le streghe): « Al re di Roma ». Ed è poco do ­po, mentre calavano le ombre della notte, che improvvisa ­mente tutta Parigi si illumi ­nò, migliaia di lampadine si accesero tra i fogliami degli alberi e la facciata di Notre Dame si trasformò per un’ora nel disegno luminoso del Tem ­pio di Imene, mentre saliva ­no sibilando verso il cielo da ogni parte i fuochi d’artifizio.
Ora, proprio dov’erano i Manzoni, lo scoppio di un razzo gettò d’improvviso il panico tra la folla terroriz ­zata che si diede a fuggire. Enrichetta nella confusione svenne nelle braccia di Ales ­sandro. Ed ecco che una on ­data di popolo gliela strappò di mano, calpestandola; tan ­to che egli poté seriamente temere di averla perduta per sempre. Allora, colto improv ­visamente da un misterioso malore che lo avrebbe tor ­mentato per la vita, smarri ­to, senza coscienza e senza forze, Alessandro si lasciò sbattere e trascinare dai ma ­rosi della massa impaurita finché « finì per trovarsi in una chiesa ». Era la Chiesa di San Rocco. Le note di un canto religioso, melodiose e soavi, giunsero al suo orec ­chiò… Dopo la tempesta e il terrore, nel tempio dove si svolgeva una funzione reli ­giosa del tardo vespero, il Manzoni smarrito sentì nel ­l’alta pace un richiamo a parlare disperatamente al Dio che andava cercando : « O Dio, se tu esisti rivelati a me… ». « O Dio, se ci sei fammiti conoscere e toglimi da queste pene… ». Egli stesso parlò allo Zanella di «una affannosa preghiera », dopo la quale si era levato da ter ­ra credente e aveva pensato l’inno della Resurrezione. La Grazia lo aveva toccato.

Visto 10 volte, 1 visite odierne.

Commenti

6 risposte a “Manzoni in cerca di Dio”

  1. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Bart, ti sono grato per aver pubblicato questo ritaglio del Corriere. La ricerca affannosa di dio e la conversione del Manzoni costituiscono un momento di riflessione sulle origini della letteratuta di inizio 800. Certo, detto da uno che non crede, o forse non vuole farlo (in proposito ho scritto qualcosa su Vibrisse, se ti va, leggilo),la cosa assume una valenza anche personale. E in effetti la ricerca del divino, pur se risulta vana, è sempre un sintomo di elevazione.
    Pensare che certa gente reputa ottuso o ignorante sia chi crede sia chi non crede ma si pone il problema.

    Carlo Capone

  2. Sono un credente, come sai. Certi fatti accaduti nella mia vita non posso considerarli avvenuti se non pensando a Dio. Rispetto anch’io chi non crede. Difficile sapere che cosa ci attenderà dopo la morte.

    Riporto per i nostri lettori il link all’articolo di Mozzi e ai relativi commenti in calce, tra cui il tuo:

    http://vibrisse.wordpress.com/2009/03/04/altri-dei-se-dio-e-buono-allora-perche/#more-1200

  3. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Tu ormai sai, Carlo, che anch’io sono credente. Ho avuto questo dono, lo chiamo così. Tuttavia rispetto pienamente chi non riesce a credere. Per me anche il non credere, tutto sommato, è una fede. Sappi, comunque, che credere ci aiuta a vivere, ci dà un ulteriore scopo nel cammino della nostra esistenza, ci offre una speranza anche dopo la vita. Sappi, Carlo, che anche chi crede, come me, è tormentato non di rado da dubbi. Lo erano anche i Santi, talvolta. Poi la forza della fede, il più delle volte, vince. Ed allora credi con maggior convinzione.

    Ti saluto con affetto
    Gian Gabriele

  4. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Ti ringrazio, Gian Gabriele, delle belle parole di conforto, dettate da un animo buono e generoso. La fede è una scorciatoia per l’infinito, chi non l’intraprende, quel sentiero, o se ne fa una ragione (sarebbe la soluzione più logica o redditizia) o è destinato al rovellio. Io per intanto della vita cerco di succhiare tutto il bene, sempre ponendomi obiettivi. Non faccio più come una volta, quando la vivevo alla giornata. Servirà? potrà lenire la pena degli istanti supremi il sentirmi soddisfatto di me e delle mete raggiunte? credo di sì, o almeno lo spero.

    Con affetto

    Carlo Capone

  5. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Io, Carlo, non dimentico quanto diceva il grande Kant: “Fare il bene per il bene”. Credo che già questo sia fondamentale per l’uomo. L’importante è sentirsi in pace con se stessi, consci di aver dato il meglio di noi, di aver compiuto il nostro dovere, di non aver recato danno agli altri, di avere dato anche una sola parola di conforto a chi ci sta intorno e ne ha bisogno. Il premio finale, se c’è, come io credo, ben venga, altrimenti dobbiamo sentirci fieri ugualmente d’essere uomini perbene.
    Ciao, Carlo
    Gian Gabriele