Mao sì, Manzoni no

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, sabato 18 gennaio 1969]

Ci sono state offerte nei giorni scorsi le occasioni per documentarci sul fatto che « ha riportato il nome di Tennessee Williams alla ri ­balta internazionale » (così, crudamente, è stato scritto), vale a dire sulla conversio ­ne del drammaturgo ameri ­cano al cattolicesimo. Sem ­bra che Williams « anche se partecipe fin da ragazzo del ­la chiesa episcopale, si sia sempre sentito in un certo qual modo cattolico ». Ades ­so, a Key West, Tennessee ha ricevuto il battesimo. Do ­po anni di un silenzio non equo, si riparla, si riscrive di lui.

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Il personaggio è in veri ­tà poco amabile. Un testi ­mone ricorda uno dei sog ­giorni italiani di Williams: « Mi ricevette in abbiglia ­mento intimo, un pigiama di seta non proprio lindo dal quale traspariva il suo ven ­tre prominente, in una came ­ra da letto disfatta e ingom ­bra di libri pornografici, e parlava agitando le mani cor ­te e gonfie, scosse da una specie di nevrosi repressa ». Buon quadro. Da molti anni Tennessee era un narcisista alla deriva, un rottame iper ­sensibile. La crudeltà dei giu ­dizi sulla sua opera, il di ­sprezzo del pubblico erano (e sono) da ritenersi ingiusti, o forse segnati da una rivalsa e quindi da un’ingiustizia solo apparente, giacché la specu ­lazione si paga. Il primo Williams aveva goduto di un successo sproporzionato ai meriti, prevaricando sulla morbosità di una moda; su ­perfluo aggiungere che gli esaltatori del Tram chiamato desiderio erano corresponsabili dell’equivoco. Ma il se ­condo Williams, l’attuale, è solo; o magari dovrei scrive ­re che era solo, se la rasse ­gnazione predicata dalla mo ­rale cattolica, l’umiltà, la mansuetudine, la certezza che si vince militando nella coorte degli sconfitti, se tutto ciò (lo spirito del Discorso della Montagna) finalmente lo per ­vade.

Certo, che un intellettuale anglosassone e protestante, oggi, si converta al cattolice ­simo non può non stupire. Fino a qualche anno fa l’ope ­razione appariva comprensi ­bile: costituiva la fuga dal ­l’aridità verso la sorgente del ­l’amore, dalla gravità respon ­sabile verso l’ebrezza. La di ­mensione estetica aveva un peso rilevante, spesso deter ­minante: la pompa della no ­stra liturgia, il fulgore della lingua latina. Poi, c’era l’a ­bisso dei dogmi, per annul ­larvisi nella pace. Nessuna fede dona agli adepti un pro ­digio paragonabile alla tran ­sustanziazione o alla dolcez ­za di una Vergine Madre. Questi prodigi venivano so ­stenuti con inflessibilità nean ­che fanatica tanto era tran ­quilla: nulla era vero se non nell’ambito di una dottrina indimostrabile; tutto il resto (tutto il « reale ») era illu ­sorio o senza importanza.La Chiesacattolica chiedeva l’uo ­mo intero, in cambio dell’Eternità. Il concetto di Eter ­nità ci sfugge; il suo signifi ­cato empirico è l’affranca ­mento dell’uomo dalla Storia o, in parole più semplici, il suo abbandono al mistero della speranza.

Oggi la Chiesadi Roma è assai meno inflessibile; la connotazione più vivace di molti cattolici è il loro sen ­tirsi « immersi nella Storia ». Leggo in Ernesto Balducci: « La lingua latina fu stupen ­do tramite, adesso è sistema desueto che tiene prigioniera la Parola ». E anche: « Pri ­ma di denunciare per fabula il cristianesimo inteso come rivoluzione sociale permanen ­te bisogna aver fatto peni ­tenza di tutte le altre fabulae ». E anche: « Per l’azione dello Spirito del Signore, il sistema è in crisi ». Un altro scrittore, compiacendosi del fiorire dell’editoria religiosa, nota: « Corrispettivamente il romanzo e la poesia decado ­no, perché oggi importa la comunione e non la confes ­sione… Come si può già leg ­gere tra le righe, tra le pie ­ghe dell’anima di molti, non è più questione di chiedersi se Dio esiste. Non è davvero questo il problema ».

Strano destino, quello di Tennessee Williams. Avremmo giurato che nessun esteta di derivazione puritana si sareb ­be convertito al cattolicesimo in questo particolare momento così poco propizio al « fasto romano », non solo, ma soprattutto al Sermone della Montagna.

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Non credente, aborro nondimeno l’ipocrisia: ammetto di trovare irritanti certa « storicità » e certo spirito cattolico di contestazione, irritanti o pericolosi giacché si volgono (talora consapevoli, talora manovrati) contro la democrazia e in qualche caso con ­tro la stessa giustizia, alla quale si appellano con fervo ­re. Chiarito ciò, è doveroso che attesti la mia incompe ­tenza a giudicare la sincerità e le virtù dei cattolici del dissenso: io son fuori; è possibile che quelle virtù e quella sincerità siano grandi.

Però (lasciamo da parte il povero Tennessee Williams!), il « nuovo corso » cattolico genera qua e là documenti tetri. Eccone uno; si tratta della « presa di posizione » di alcuni cattolici vietnamiti re ­sidenti a Parigi. E’ stata pub ­blicata in dicembre, ed è ano ­nima. Una nota avverte che gli autori del testo non l’han ­no firmato « perché nel Viet ­nam non esiste la libertà di espressione e perché anche i vietnamiti che risiedono al ­l’estero sono fatti oggetto di sorveglianza »; da ciò si do ­vrebbe desumere la nazio ­nalità nord-vietnamita piutto ­sto che sud-vietnamita, degli estensori. In ogni caso, que ­sto conta poco: il Vietnam, tutto intero, è un paese eroi ­co e inquietante. Ma gli au ­tori del testo, che è una sor ­ta di raccomandazione o di ultimatum ai vescovi vietna ­miti, partono dalla persuasio ­ne che i comunisti prevarran ­no anche a Saigon. Come cattolici, vogliono sopravvi ­vere sotto il comunismo; stil ­la dalla loro pagina una trista saggezza.

Condenso: « I cristiani del Vietnam devono affrontare e comprendere la crisi che si preannuncia. Il cristianesimo è in minoranza nel Vietnam. La Chiesatrae tutte le dovu ­te conseguenze da questo fat ­to? Non ci sembra. Giovan ­ni XXIII ci ha ricordato con grande chiarezza che non dobbiamo identificare dottri ­ne, le quali possono essere false, con i movimenti storici da esse ispirati. I cristia ­ni, che rifiutano un’ideologia marxista e atea, non debbono però condannare gli uomini la cui lotta mira ad appor ­tare una maggiore felicità e giustizia al mondo, anche se essi si richiamano a un’ideo ­logia del genere. Tocca ai cristiani vietnamiti impegnar ­si effettivamente, con tutti i loro compatrioti, al servizio del bene comune del loro paese che deve trasformarsi per prendere posto accanto ai popoli moderni. Alla Chiesa del Vietnam non viene chie ­sto essenzialmente che si pro ­nunci sul comunismo: essa deve pronunciarsi, nello spi ­rito della Populorum Progressio, sulla modalità dello sviluppo del paese. Non c’è dubbio che il colpo sarà du ­ro perla Chiesa del Vietnam, ma siamo convinti che saprà resistere. I cambiamenti che appaiono all’orizzonte la libe ­reranno dagli ostacoli impo ­sti da due secoli di storia e le renderanno la libertà di testimoniare la propria auten ­tica vocazione ».

Quale vocazione? Ovvia ­mente quella di « rendere a Cesare quanto è di Cesare » (la citazione rituale non man ­ca) , come dovrebbe avvenire dovunque, e come in Italia â— per esempio â— non è ac ­caduto quasi mai. In Italia e in tutto il mondo libero i cattolici più vivaci, ora, con ­testano le « strutture arcai ­che della democrazia, salva ­guardia della reazione ». Con ­testano la civiltà dei consu ­mi, il sistema. Solidarizzano con i comunisti, addirittura li sopravanzano nell’impeto eversivo. I Cesari del mondo democratico sono raziocinan ­ti, anzi molli: non si rischia molto a negar loro il dovuto.

Il Cesare vietnamita è di ferro: « cooperare » con lui significa servirlo, nel modo col quale, da tempo, una chiesa cattolica in Cina coo ­pera « al servizio del bene comune del paese ». Bisogna rassegnarsi, poiché si tratta di sopravvivere. I nostri cattoli ­ci del dissenso si dichiarano d’accordo? A noi non creden ­ti, a noi « reazionari » è de ­mandato di commuoverci ri ­leggendo, che so,la Penteco ­ste di Alessandro Manzoni? Naturalmente, naturalmente. La nostra pseudo-cultura classicoide, il nostro nozionismo, il nostro estetismo borghese sono da contestare.

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