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LETTERATURA: I MAESTRI: Mario Tobino. Sotto la brace degli anni

26 Gennaio 2016

di Cesare Garboli
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 16, gioved√¨ 18 aprile 1968]

MARIO TOBINO
Una giornata con Dufenne
Bompiani, pagine 144, lire 1000.

Non ho mai partecipato, e credo non ne avr√≤ mai la forza, ai raduni di ex ¬≠compagni di scuola. Credo che per questo genere di cerimonie occorra un animo di ferro, se non la fatuit√† pi√Ļ assoluta, comunque il dono dell’inte ¬≠grazione, il privilegio di far parte du ¬≠ratura di un insieme omogeneo di isti ¬≠tuzioni etniche e sociali. Bisogna esse ¬≠re vissuti sempre in una stessa citt√†, essere cresciuti sempre in una stessa casa. Bisogna far parte di una societ√† e di una tradizione, non importa se piccola o grande, se provinciale o co ¬≠smopolita. Indispensabile avere avuto modelli, essersi prefissa una meta, averla raggiunta in armonia e in anta ¬≠gonismo con gli interessi e la sorte de ¬≠gli altri. E’ necessaria una virt√Ļ istin ¬≠tiva, essere stati capaci di concepire la propria vita come una costruzione, co ¬≠me un’opera, insieme egoistica e soli ¬≠dale, individuale per quanto si riferi ¬≠sce a se stessi, collettiva, invece, quan ¬≠to alla sua finalit√† e al suo valore.

La vita è intricata

Bisogna essere nati integrati, e poi la vita ci porti pure lontano, ci guidi per strade impensate, ci traslochi av ¬≠venturosamente fuori dalla cerchia dentro la quale abbiamo imparato a camminare. Non riuscir√† mai a di ¬≠struggere, se c’√® stato, il nucleo di re ¬≠lazioni dal quale siamo partiti. Ci vuo ¬≠le religione, come per qualsiasi rito, anche per banchettare, passati trenta, quarant’anni, coi propri ex-compagni. E insieme alla religiosit√†, insieme al gusto delle cose pi√Ļ forti di noi, al pia ¬≠cere della lettura irrevocabile del ¬ę de ¬≠stino ¬Ľ, ci vuole anche, come per tutte le cerimonie, una schietta vocazione al sadismo. Chi sia rimasto privo di radi ¬≠ci, chi abbia fatto di tutto per liberarsi di tutto, cancellando di volta in volta se stesso e il proprio passato, si guardi dal rivisitare persone e luoghi scola ¬≠stici. Torni a rivedere la faccia dei propri compagni, invece, a sostenerne lo sguardo appannato, a rimettere il naso nell’aula in cui fu compitata, un tempo, la prima traduzione dal greco, soltanto chi sia intimamente persuaso di essere realmente e interamente di ¬≠ventato quello che era.

Una vita ordinata, disciplinata dalla volont√†, rispettosa del collettivo e del ¬≠le sue leggi, tesa nello sforzo di esse ¬≠re costruita pezzo per pezzo come un monumento destinato a rimanere scol ¬≠pito per sempre in una posa giusta, e magari insieme guerriera, questo √® il presupposto fondamentale per tollera ¬≠re lo sconquasso interiore, la serie di dubbi, lo squallore e la nausea di simi ¬≠li rimpatriate. E’ in queste occasioni che ci si trasforma in storici di se stessi, senza correre il rischio di farsi analisti della propria inafferrabile, vo ¬≠latile ed eternamente fungibile essen ¬≠za umana. ¬ę La vita √® intricata, so ¬≠vrapposta, intersecata di innumerevoli strati, solo a lampi la si illumina ¬Ľ. Su ¬≠perfluo dedicarsi di proposito al gioco ormai unanime degli scavi. Intermit ¬≠tenze rivelatrici possono nascondersi dappertutto, anche in una giornata trascorsa con vecchi compagni di gin ¬≠nasio, in una gita domenicale nel vec ¬≠chio istituto che ci ha visto coi calzoni corti. E’ sufficiente un’occhiata lascia ¬≠ta cadere su un’antica fotografia colle ¬≠giale, abbandonata negli archivi della memoria. ¬ę Mi vidi magro, ribelle, da carcere, da sanatorio. Che avevo den ¬≠tro? Ero in ansia per quale perch√©? Che voleva questo ragazzo con la man ¬≠dibola cos√¨ esile, l’incontrario di quella ganascia che ho oggi, marmorizzata per tante mangiate e bevute? ¬Ľ. E’ che la nostra vita, contro tutte le apparen ¬≠ze, si atteggia in se stessa, spontanea ¬≠mente in tanti ¬ęracconti ¬Ľ: una totalit√† di fatti e persone, l’insieme confusa- mente imbrogliato, scomposto e illeggi ¬≠bile delle cose viventi, un giorno, non si sa per quale ragione, si mette inspie ¬≠gabilmente a fuoco, grazie a un fortui ¬≠to, occasionale significante correlativo. Trova una forma, prende una piega che pu√≤ essere il ritmo di un verso, la misura interminabile di un romanzo, il capriccio di un’invenzione verbale. E’ sempre la vita che assomiglia alla letteratura, non viceversa.

Finché si è vivi ribolle tutto

Basta accorgersi di vivere, per esse ¬≠re tutti ¬ę scrittori ¬Ľ della propria vita. Cos√¨ la ¬ę visita a un collegio ¬Ľ, per una sorta di automatismo fatale, potr√† rac ¬≠chiudere nella propria semplicit√† nar ¬≠rativa, nel proprio candido slancio emozionale, nel proprio disegno autobiografico tutta una rinascente, impe ¬≠tuosa pluralit√† dei collaudati codici letterari: l’oratoria e la poesia, il sag ¬≠gio morale e il discorso politico, la no ¬≠vella realistica e l’alta elegia funebre, la ritrattistica e la storiografia. Nello stesso tempo, quell’attimo di riflessio ¬≠ne che ci accompagna segretamente ogni qual volta la vita ci imponga un riepilogo di noi stessi, si articoler√† se ¬≠condo le linee di un conflitto, di un groviglio da sciogliere: il crudele ap ¬≠puntamento coi compagni di scuola, la visita al collegio sta gi√† diventando una prova, un riesame, la conferma del super-io di un eventuale protagoni ¬≠sta. Riattizzando nella brace degli an ¬≠ni, si riaccendono identiche le passioni di un tempo; sciogliendo gli ultimi enigmi, si risolleva un’ondata di dub ¬≠bi; e mentre ci si chiede che sorte sia toccata agli assenti, e cos√¨ ci si prepa ¬≠ra a morire, ci si accorge invece che ¬ę finch√© si √® vivi, ribolle tutto ¬Ľ, e che la vita non √® meno piena di sangue ne ¬≠gli anni in cui sta tramontando, che in quelli in cui era per cominciare. Cos√¨ la domenica coi vecchi compagni, in se stessa memorabile, √® gi√† in embrio ¬≠ne un ¬ę racconto ¬Ľ.

Per un istante, in un miracoloso equilibrio, senza cessare dal suo ritmo scomposto, la vita si √® rivelata in una forma perfetta. O √® questa la ¬ę creazio ¬≠ne ¬Ľ letteraria, ih faticoso ¬ę dopo ¬Ľ del ¬≠l’arte? Allo scrittore, chiuso nella sua” cella, simile a un amanuense innamorato delle sua carte, non resta che tendere l’orecchio, riudire tutti i suoni, j stare attentissimo, non dimenticare niente, non aggiungere niente, lasciar ¬≠si guidare soltanto da uno sforzo disu ¬≠mano di precisione. E’ in gioco la tra ¬≠scrizione dal vero, la perfetta ricopia ¬≠tura di come la vita √® sempre e di co ¬≠me la vita non √® mai. Bisogna ritrarre con lo scrupolo che non erra, e nello stesso tempo scegliere l’essenziale: sol ¬≠tanto cos√¨ si pu√≤ rendere immortale il vissuto.

Nel suo ultimo libro, Una giornata con Dufenne, Mario Tobino riconfer ¬≠ma la sua vocazione a concepire la let ¬≠teratura, con tranquilla consapevolez ¬≠za del proprio anacronismo, come eroi ¬≠smo e come passione. Narrando con finto nome in prima persona, lo scrittore-medico ritorna in compagnia di un amico al collegio di Collevinci nel ¬≠la campagna pisana-livornese: ¬ę La mia prigionia, con quei sacerdoti di Don Lasser che mi salvarono ¬Ľ. L’arco della visita, il raduno degli ex-allievi si svolge secondo un rituale prestabili ¬≠to, ma la narrazione √® poi continuamente minacciata dalla presenza del ¬≠l’imprevisto, dal ribollire di risse e in ¬≠terrogazioni latenti. Si direbbe che To ¬≠bino, il quale col tempo diventa sem ¬≠pre pi√Ļ artista, come quei pittori che a furia di lavorare sul proprio autoritratto potrebbero alla fine rappresentarsi a occhi chiusi, abbia messo al proprio ¬ę io ¬Ľ una sordina, abbia in ¬≠spiegabilmente imparato a raccontare.

Una giornata con Dufenne √® certa ¬≠mente il racconto pi√Ļ classico che egli abbia mai scritto. In apparenza, una specie di ¬ę suspense ¬Ľ del quotidiano: l’impazienza al momento di partire, la lentezza stupefacente con la quale l’a ¬≠mico, Dufenne, guida l’automobile per la campagna, poco pi√Ļ che a passo d’uomo, cos√¨ che il viaggio si trasfor ¬≠ma in una comica processione solita ¬≠ria, e a un tratto, allineate una dopo l’altra, con la brutalit√† delle cose ri ¬≠maste ferme nella fuga degli anni, le immagini una volta familiari: il cortile murato, il teatrino, la chiesina dedica ¬≠ta a Maria Ausiliatrice, ¬ęalta e formosa, il manto celeste, paffutella contadina, a Maria Ausiliatrice, in sostanza alla Madonna ¬Ľ.

Sempre in primo piano, girata con procedimento elementare, la cerimo ¬≠nia vera e propria: la Messa cantata, che non finisce mai, il discorsetto del professore universitario, piccolo comi ¬≠ziante improvvisato, impaurito e per ¬≠bene (¬ę un negare la giovent√Ļ, la ve ¬≠rit√†, uno sgomento davanti al sesso ¬Ľ), e infine il pranzo di gala, tra gli ex-al ¬≠lievi ormai diventati notabili. Su que ¬≠sti tasti Tobino tocca con discrezione i suoi accordi pi√Ļ veri, sfoga il suo tem ¬≠peramento di spettatore e di giustizie ¬≠re. Il dubbio, il nodo da sciogliere √® sempre lo stesso: se la passione, l’eroi ¬≠smo, la grandezza umana esista, o sia delirio, invenzione di poeti in un’Italia ¬ę segreta, rancida, ligia, meschina, su ¬≠dore sotto le ascelle ¬Ľ. Si avvicina un ex-allievo, un medico elegante, nervo ¬≠so, la cravatta a fiocchino. Ha da dire qualcosa, porta la conversazione su un antico compagno di giovinezza, un partigiano, Mario Pasi, morto dopo sevizie atroci.

Ma come era stato preso, il Pasi? Forse per errore, per accidente… ¬ę Ecco, ora capivo, era questo che vo ¬≠leva da me il medico delle Terme, che gli dessi ragione su questa seconda versione sul Pasi, che l’avvalorassi, che era morto per equivoco, che pote ¬≠va capitare a tutti, che convenissi con lui, io che ero stato suo amico. Il me ¬≠dico delle Terme mi voleva portare a dire che la vita √® dolce, consueta; al massimo in qualche momento √® neces ¬≠sario attendere e poi tutto riprocede; non c’√® mai stato nulla, l’eroismo non esiste, tutto √® molle, siamo tutti succu ¬≠bi ¬Ľ. Un tempo, Tobino avrebbe reagi ¬≠to con impeto, con dolore, gestendo imperiosamente la propria natura. Og ¬≠gi non ha pi√Ļ voglia di litigare. Si tie ¬≠ne la risposta per s√©, torna a casa, an ¬≠nota semplicemente: ¬ę E’ vero. Sono annoiato, non si pu√≤ avere pazienza all’infinito… Pasi per me √® sacro, ne dicano bene o male non importa. Per me √® come San Giuseppe per una bi ¬≠gotta, √® in cielo. La nostra generazio ¬≠ne ha attraversato un periodo di san ¬≠gue, di gloria, e qualcuno tra noi, un nostro amico, si √® dimostrato eroe ¬Ľ.

 


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