di Diego Fabbri
[da “La Fiera Letteraria”, numero 11, giovedì 16 marzo 1967]
Non sarebbe facile, oggi, descrivere la partico lare condizione spirituale di coloro che dopo essere stati per anni, e spesso con sacrificio, su combattute posizioni di rinnovamento e di prima linea, si son trovati, dalla sera alla mattina, si può dire, ad essere scavalcati e superati al punto da sentirsi come al rimorchio o peggio ancora come insabbiati in posizioni diventate all’improvviso di re troguardia. Addormentatisi in sospetto di eresia si son risvegliati con l’etichetta di superati.
Non sarebbe facile, ma sarebbe certo appassionante e direi illuminante ai fini dell’analisi del « progres so » saper raccontare che cosa sia veramente succes so in quella notte. Mi riferisco essenzialmente al mo vimento in avanti (in avanti, e più ancora di spalancamento al cospetto della realtà, proprio come d’una finestra che aprendosi bruscamente un mattino per grande ansia di luce e di sole sbatta sul muro esterno unendo alla gioia della luce il trasalimento d’uno scop pio inatteso) dello spirito religioso di questi nostri an ni. E poiché l’aspetto religioso è certamente quello che più prontamente e più profondamente registra e indica ogni altro aspetto della vita considerata come creazione ed espansione, come produttrice e feconda trice di eventi, riflettendo sul rinnovamento religio so si finisce per scoprir le chiavi di ogni altro muta mento relativo al pensiero e all’inventiva, agli atteg giamenti elementari della vita e perfino a quelli della tecnica che in un modo o nell’altro vi si devono ade guare.
Era proprio sulle sorprese di questo rinnovamen to che andavo meditando giorni fa dopo aver letto su un nostro quotidiano bene informato una notizia dav vero stupefacente: che nell’Unione Sovietica il best seller del momento, il libro più letto, certo più in vo ga, è un saggio che lo scrittore polacco Porcosch ha consacrato a Tommaso d’Aquino. Lo dice la Gazzetta Letteraria di Mosca e si dilunga a spiegarne le ragio ni. « D’altronde ». aggiunge l’articolista, « una raccolta di estratti dalla Bibbia è andata recentemente a ru ba ». E prosegue: « Oggi non c’è bisogno di nuove in formazioni, (la descrizione dei particolari stupefacen ti del mondo fisico non dà più le impressioni di una volta) ma di una comprensione del mondo ». E questa « comprensione » la si cerca avidamente, anche in URSS â— partibus infidelium â— nel vecchio Tommaso d’Aquino che da altre parti, invece, si sarebbe volen tieri disposti ad accantonare. D’accordo, sono le cu riose e contraddittorie, in apparenza, alternative dei rinnovamenti e degli aggiornamenti; è la storia del contadino che dopo essere per tanti anni rimasto fe dele al podere avuto in eredità dai suoi avi, dopo aver lo coltivato col sudore della fronte e difeso gelosa mente dalle insidie anche a costo di peccare di avari zia e di scontrosità, finisce per venderlo proprio il giorno prima di accorgersi che quel campo giudicato ormai arido e improduttivo per i tempi nuovi custodi sce invece un tesoro.
URGENTE BISOGNO DI USCIRE DALL’EQUIVOCO
Non l’ha venduto tanto per infedeltà, quanto per mancanza di pazienza, di scienza e di fede ; e per aver ceduto â— proprio nel momento di dover più tenace mente resistere â— alla smania di aggiornamento, al desiderio « mondano » di adeguarsi a qualcosa di nuo vo che pur splendendo esteriormente delle luci della modernità e delle attrattive della moda era, in sostan za, altrettanto scontento di sé, cosciente della propria provvisorietà e s’adoprava per entrare e sondare pro prio quel campo, quell’antico podere che fino allora aveva fatto sembiante di sdegnare o aveva davvero sdegnato.
Per questo, da un giorno all’altro, Tommaso d’Aqui no può diventare un best-seller sovietico.
Del resto è di questi mesi il raccogliersi silenzioso e consapevole, a Milano e a Torino, di gruppi di giova ni filosofi discepoli in gran parte, mi si dice, dell’Abbagnano esistenzialista prima e poi scientista, per rivol gere la loro attenzione speculativa di pensatori un po’ smarriti, sì, ma ancora tenacemente protesi nella ri cerca del vero, proprio sui fondamenti della filosofia di Tommaso d’Aquino nella speranza di trarne ele menti di certezza obbiettiva e basi di stabilità senza cui non può esservi pensiero che conti.
Si era troppo lungamente rinunciato alla « Verità per la Verifica, alla Realtà per il Segno ». E si sente un urgente bisogno di uscire dal fluttuante, dal vago, dall’equivoco del soggettivo che rischia, oramai, di im pedire qualsiasi dialogo degno di questo nome. Poi ché dialogo vuol dire confronto di idee, di posizioni consapevoli e in qualche modo razionali ; e non può più esserci dialogo effettivo quando non ci son più idee e posizioni che possano esprimersi e comunicarsi at traverso un linguaggio.
Ora, mentre si assiste a questa convergenza del mondo del pensiero laico verso quel gran filone della filosofia di Tommaso d’Aquino che è la realtà dell’es sere, il pensiero cristiano sembra divagare capriccio samente e perfino dispettosamente verso altri poli di richiamo non certo più convincenti, ma tuttalpiù sol tanto più moderni.
« Nei ricorrenti periodi delle crisi umane », dicevo fin dal 1944, « c’è sempre un momento in cui la cristia nità ha paura di essere superata, battuta dagli avve nimenti e dai programmi umani. Sono i tristi, penosi momenti in cui si è presi dall’affanno di doversi met tere al passo, e rispunta fuori l’argomento di stagio ne: “attualità del Cristianesimo”. E’ uno spirito di giovanile riforma che pervade allora qualche lembo dell’epidermide cristiana. Confesso che fino a qualche tempo fa ho speso anch’io qualche parola in più del necessario (e ora me ne dolgo) per sottolineare impro priamente questa “attualità del Cristianesimo” in rap porto a certi fatti e a certe idee del giorno. Questi al larmi vengono lanciati con intenzioni lodevoli e quasi sempre con uno spirito di generosità che potrebbe per fino riscattare l’equivoco delle soluzioni che propon gono. Ci si accorge un certo giorno dell’isolamento della cristianità, e si vuole riconquistare gli uomini che sfuggono ; si ha la percezione di aver mancato a un dovere e si è portati (sospinti quasi da un deside rio di riparazione) a tradurre in termini cristiani i programmi del giorno. Lo spirito del più giovanile e accomodante patteggiamento si manifesta allora in una maniera fin troppo esplicita… Così le periodiche crisi di coscienza trovano un lenimento, un alibi ».
Questo atteggiamento che già mi dispiaceva oltre vent’anni fa, allarma, oggi, un uomo della statura di Jacques Maritain che nel suo giovanile e per molti aspetti definitivo: Le Paysan de la Garonne, dice: « Più noi fraternizziamo nel campo dei princìpi pratici e dell’azione da svolgere in comune, più dobbiamo in durire gli spigoli delle convinzioni che ci oppongono gli uni agli altri nel campo delle idee, e sul piano della verità che deve essere servita per prima ».
Capire gli altri, aggiornarsi sul pensiero degli altri, operare insieme agli altri per mutare, con azione co mune, una certa realtà non vuol dire né cedere, né arrendersi e tanto meno « miscelare » i vini variamen te intensi delle nostre persuasioni. La realtà che ci cir conda va trasformata non attraverso l’azione di un pensiero medio, o meglio « miscelato », ma per l’inter vento attivo di convinzioni profonde che spesso po tranno anche essere contrastanti e che possono avere in comune soltanto la persuasione che qualcosa deve essere cambiato. Ma ognuno deve cambiarla secondo la propria verità. Questo mutamento della realtà de ve avvenire attraverso un continuo e tenace confron to â— o scontro â— delle idee e delle opere, e non per lo sforzo associato di un’ibrida buona volontà di in contrarsi a mezza strada e a tutti i costi. L’italico « veniamoci incontro l’un l’altro » può servire nella valutazione e nella compravendita dei beni materia li, non nel confronto delle idee che ha come unica meta la progressiva scoperta della verità.
NEGAZIONE ILLUMINISTICA E ASTRATTA
In questo senso m’è piaciuto un corrucciato, quasi sdegnoso articolo di Arrigo Benedetti: I bigotti di si nistra, in cui lo scrittore tenta, con integrità di con vinzione, la difesa globale delle varie forme di radi calismo illuministico accusato invece dai più di non saper mai quel che vuole. Benedetti nel suo appas sionato discorso dice anche qualche cosa giusta, ma â— com’è di ogni analisi illuministica che mostra le apparenze della lucidità e della realtà ed è invece sostanzialmente astratta â— trascura di considerare an zitutto e adeguatamente lo spessore di quella « con dizione effettiva » da cui si deve pur sempre parti re per operare un qualsivoglia mutamento che inten da conseguire un suo effetto concreto. E può accettar si che Benedetti fiammeggi contro il « confessionali smo » oscurantistico o la « bigotteria » o la « supersti zione », a patto però che tutto ciò sia considerato e giudicato come distorsione e deperimento d’una auten tica e vera religiosità. Invece mi pare che quel che in fondo in fondo Benedetti nega, e respinge, e si rifiuta di considerare è proprio la religiosità che, bene o male, im beve la vita spontanea del nostro popolo. E’ dunque questa sua globale, illuministica â— e astratta â— nega zione che rende improbabile â—- e doppiamente astrat ta â— la sua diagnosi e l’accenno a certi rimedi.
Io son persuaso che anche gli illuministi, un certo giorno, esaurita che avessero la loro esperienza di ri forma e di rinnovamento della società, finirebbero poi per eleggere come best-seller un compendio del l’opera di Tommaso d’Aquino, poiché a meno di di struggere o di modificare alla radice l’uomo, il reli gioso è ancora, e resterà, alla base della natura uma na. E dirò anch’io, allora, con Bergson, che dopotut to questi atei sono le misteriose colonne del Cielo perché danno al mondo il supplemento d’anima di cui il mondo ha bisogno.