[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]
Palermo, 12.9.1910
Mio caro Prezzolini,
vi scrissi già che non si può risolvere, a parer mio, il problema della educazione religiosa senza porlo in termini molto concreti, guardando prima di tutto alla forma di religiosità dei genitori. Ed esemplificando credevo di aver chiarito il mio pensiero in modo da escludere l’educazione cattolica dalle famiglie, in cui verso il cattolicismo domina un sentimento di ripu gnanza. In ciò siamo perfettamente d’accordo. Geni tori irreligiosi, i quali con la loro vita e con le loro parole non possono dimostrare se non cotesto senti mento di ripugnanza, guasterebbero l’anima dei figli imponendo loro, come utile per loro, il cattolicismo O una qualsiasi altra forma religiosa positiva.
Ma non siamo d’accordo poi in alcuni concetti teo rici e storici, che sono il presupposto delle conclu sioni generali che voi formulate.
1) Voi richiamate la mia attenzione, – per comin ciare dal fatto storico, – sulle nuove famiglie, sull’Uomo nuovo senza Dio, senza miti, liberato dalla conce zione cattolica. – È una questione storica che si com plica con una grave questione teorica. Storicamente, se non guardate all’apparenza esteriore, e se per cattolici smo volete intendere la fede corpulenta nel mito, nel l’autorità, l’adesione interiore alla chiara organizzazio ne mistica, questo cattolicismo non c’è stato mai, come vita della universalità dei cattolici. Prima se ne po teva parlare diversamente, quando se ne parlava (uf ficialmente); ma, quanto a vita spirituale, si stava come si sta ora. – Teoricamente, la cosa è chiara, non poteva andare altrimenti: perché la vostra concezione storica implica un progresso di religiosità, che è impensabile: perché la religiosità, io dico, è un mo mento ideale della realtà, che è pensiero, cioè filoso fia: e il progresso come non c’è nell’arte, non c’è nella religione, ma c’è nel momento filosofia) in cui lo spirito artistico e religioso si concretano, ma da cui, parlando d’arte o di religione, si deve prescindere. Sicché quella che è superata oggi (da secoli!) non è la religione cattolica, ma la filosofia cattolica; come per la sua filosofia il cristianesimo superava il paga nesimo, essendo, religiosamente, identico.
2) Voi distinguete religione e religiosità, tra re ligione dei miti e religione della verità, dell’umanità, del dovere. – La distinzione non regge, io credo. O voi intendete la religione nel senso puro, facendo astrazio ne dalla filosofia con cui essa è sempre fusa, e avete il momento mitico puro: il momento della verità oggettiva, estrinseca allo spirito. O voi intendete la religione nel senso concreto, nella pienezza dello spirito che riassorbisce in sé la verità e ne supera la estrinsecità; e il momento mitico non viene distrutto, ma resta immanente nell’attualità dello spirito. Religiosità senza miti non ce n’è: se ci fosse, lo spirito attingerebbe con essa la sua meta finale, e, scevro di ogni interna contraddizione, resterebbe inerte eternamente, ossia casche rebbe nella contraddizione massima di non essere più se stesso. Il mito si trasforma, perché lo spirito (pen siero) si viene trasformando (e progredendo); ma il mito non muore, come non muore nulla. E la vostra verità, il vostro dovere, la vostra umanità (dico vostra, e voglio dire: così astrattamente concepita e fissata, come pur è inevitabile che si faccia) sono appunto miti.
3) Posto che il contenuto religioso sia il mito, l’oggetto non soggettivato, l’irrazionato (lasciatemi dire così), posto che questa miticità sia, com’è, momento
essenziale dello spirito, la cultura di questa religiosità, necessarissima all’educazione spirituale, non può pei bambini consistere in altro che nel fornir loro una mitologia fantastica, miti che colpiscono la fantasia, in quanto investiti di determinazioni sensibili. Il vostro linguaggio di adulto non ha significato per loro, e quindi lo pasce di vento. Dovete dargli un Dio immaginabile, a cui egli può pervenire con mezzi, per vie, che siano evidenti al suo conoscere fantastico. E questo Dio nella vostra casa, quando l’avete scelto (il meno incomodo per la vostra famiglia, data la sua temperie spirituale) dev’essere Dio per davvero: altrimenti, si sa, i bambini non vi credono più, cioè non vedono più chiaro, non intendono. Guai se dovessero venire gli amici a canzonarlo. Maxima debetur puero reverentia. E canzonarlo perché? Tutti gli dei sono dio, sono la verità, il dovere, di cui non si dice mai male e non si ride!
In conclusione, ripeto, una mitologia qualunque, ma una mitologia ben soda: la quale poi sarà superata a poco a poco e trasformata, anche per opera vostra, mercé la filosofia. Se io posso scegliere il cattolicismo, questo non è certo un cattolicismo perfetto, finito, con tutte le pratiche, ecc. ecc. E tra la mia vita e la mia professione di fede agli occhi dei miei bambini in questi primi anni, in cui soltanto a me può premere che si radichi in loro un sentimento religioso, non ci può essere contraddizione per la semplice ragione che essi non sanno e non possono sapere quale sia il cattolicismo del papa. Si tratta, insomma, di un catto licismo ridotto, di cui il papa, in quanto è interpre tato da me, sono io. Come accade del resto in ogni famiglia ingenuamente cattolica.
Ma chi non si sente e non può prendere questa via, e vuoi prendersi la fatica di procurar lui la sua tolle rabile mitologia ad usum puerorum, lo faccia. Faccia un catechismo: con un dio che ha fatto tutto, e ci regge, e ci aspetta, e ci dà i comandamenti. Ma si faccia capire, e capire dal cuore, con tutta l’anima: credere. Questo il porro unum.
Mi sarò spiegato abbastanza? Il discorso vorrebbe essere troppo lungo per una lettera. E se ne dovrebbe discorrere a voce, per eliminare malintesi ed equivoci facilissimi in questa materia. Mettiamo, dunque, la questione all’ordine del giorno pel nostro primo incontro, che mi auguro non lontano.
Che se tornerete a scrivermene precisando le obbiezioni, che ora mi saranno sfuggite, mi farete sempre piacere grande.
Aff.mo vostro
GENTILE
Commenti
Una risposta a “Prezzolini – Gentile #13/29”
Vorrei sottolineare l’acutezza e la profondità di pensiero che emerge da questa interessantissima lettera di Gentile. Qui gli sta a cuore il modo con cui porre il bambino di fronte all’insegnamento-apprendimento religioso. E ne scaturisce una visione moderna, psicologicamente ineccepibile e ricca di stimoli.
A mio avviso, al di là di una sua adesione o meno al Fascismo, Gentile è risultato un grande. I suoi programmi scolastici sono stati di gran lunga i più efficaci, i più validi, i più organici ed i più felicemente articolati. Ed hanno giustamente resistito a lungo, tanto che, in parte, informano ancora il panorama scolastico attuale. E pensare che, dopo Gentile, non pochi hanno tentato, spesso invano e malamente, di porre modifiche ed innovazioni nel mondo della scuola. I risultati sono assai eloquenti. Basta osservare la confusione ed una certa approssimazione di questi ultimi anni
Gian Gabriele Benedetti