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LETTERATURA: I MAESTRI: Revisioni crociane. Servono tanto gli angeli che i diavoli

17 Marzo 2016

di Mario Missiroli
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 17, gioved√¨ 27 aprile 1967]

In quale senso si pu√≤ afferma ¬≠re che la storia √® storia del ¬≠la libert√†? Forse nel senso che sia possibile scorgere nel corso della storia l’attuazione di un principio razionale, d√¨ una idea, di un disegno quasi preor ¬≠dinato e superiore all’esperienza, che illumina e rischiara l’espe ¬≠rienza medesima? Cos√¨ pensa da secoli l’umanit√†, cos√¨ pensarono filosofi grandissimi, il maggiore di tutti, Emanuele Kant, che nel saggio sulla filosofia della storia, pubblicato nel 1774, formul√≤, nel ¬≠l’ottava proposizione, conclusiva delle precedenti, questo princi ¬≠pio: la storia pu√≤ essere conside ¬≠rata come l’esecuzione di un di ¬≠segno rivolto alla formazione di una societ√† politica perfetta, ca ¬≠pace di regolare tanto le relazio ¬≠ni interne dello Stato quanto le esterne degli Stati fra di loro, in vista del pieno svolgimento di tutte le facolt√† umane.

La parte gi√† trascorsa della storia √® ancora troppo limitata per potere trarre con certezza la precisa determinazione dei suoi fini; nondimeno un’induzio ¬≠ne fondata sulle armonie del ¬≠l’universo, sulla crescente inter ¬≠dipendenza degli interessi di ogni specie, giustificano la speranza che dopo un periodo di lotte, di cui non √® possibile calcolare la durata, la storia realizzer√† il suo fine supremo, che √® la federa ¬≠zione delle nazioni, nella quale sar√† resa possibile la celebra ¬≠zione di tutte le attivit√† superio ¬≠ri dello spirito. Sar√† l’avvento del regno della libert√†. Ma come intende, Kant, la libert√†? L’in ¬≠dipendenza del volere da ogni altra legge, salvo la legge mora ¬≠le ¬Ľ. Questa non viola, determi ¬≠nandola. la libert√† del volere, per ¬≠ch√© √® la legge stessa della vo ¬≠lont√†. Bene e volont√† fanno tutt’uno.

Dottrina, chiara, umana, che ripone nella coscienza il fonda ­mento della morale e la giustifi ­cazione di qualsiasi ideale. La fi ­losofia della storia è la considera ­zione della storia in vista della perfetta unione civile di tutti gli uomini. La storia non è sottrat ­ta a! giudizio di valore, bene e male restano nettamente separa ­ti, a distanza di secoli.

Le cose si complicano coi suc ¬≠cessori, soprattutto con Hegel. Dal soggettivismo di Kant, che venerava Rousseau e accettava la dottrina del ¬ę Contratto socia ¬≠le ¬Ľ, si passa all’oggettivismo. Le intuizioni della mente individua ¬≠le, nonostante l’identit√† della na ¬≠tura umana, sono illusorie, in ogni caso arbitrarie. Coloro che si formano delle idee astratte di giustizia e di libert√†, e le credo ¬≠no attuabili sempre e dovunque, sono spiriti superficiali i quali dimenticano che ci√≤ che √® razio ¬≠nale √® reale e ci√≤ che √® reale √® razionale.

Di vero non c’√® che la ¬ę ragio ¬≠ne ¬Ľ, di sua natura universale e questa √® un prodotto della storia. Si pu√≤ parlare di progresso? Cer ¬≠tamente; ma il progresso √® il graduale affermarsi della ¬ę ragio ¬≠ne ¬Ľ, mentre la libert√† √® la co ¬≠scienza della necessit√†. La filoso ¬≠fia ha quindi un solo oggetto: la scoperta delle vie attraverso le quali la ¬ę ragione ¬Ľ afferma il suo dominio. Massima affermazione della ¬ę ragione ¬Ľ √® lo Stato. Kant l’aveva concepito come un mez ¬≠zo per la felicit√† degli individui, Hegel come un fine al quale gli individui vanno sacrificati.

Ci√≤ nonostante l’idea di pro ¬≠gresso trascende ancora la sto ¬≠ria, perch√© l’Hegel disegna un quadro grandioso, poema meta ¬≠fisico, che mostra le fasi succes ¬≠sive dell’affermazione e del trion ¬≠fo dell’idea. Mondo orientale, mondo classico, mondo germani ¬≠co: uno solo libero, alcuni libe ¬≠ri, tutti liberi.

Poi la grande scuola hegeliana si dissolve sopraffatta dal mate ¬≠rialismo e dal positivismo che dopo il 1870 imperano quasi dovunque. Una ripresa dell’hegelismo si ha ai primi del Novecen ¬≠to, soprattutto in Italia √Ę‚ÄĒ dove l’Hegel aveva trovato gagliardi fautori durante il Risorgimento √Ę‚ÄĒ per opera di Benedetto Croce, che volle perfezionare la dialet ¬≠tica hegeliana liberandola dai re ¬≠sidui dell’empirismo e del natu ¬≠ralismo. In un libro rimasto fa ¬≠moso, Ci√≤ che √® vivo e ci√≤ che √® morto nella filosofia di Hegel, in ¬≠dic√≤ quello che, a suo giudizio, era il difetto capitale di Hegel, il tarlo roditore del sistema: la confusione dei concetti contrari e dei concetti distinti. Dei primi si pu√≤ fare la dialettica, non dei secondi. Cos√¨ cadevano irrimedia ¬≠bilmente la filosofia della natu ¬≠ra e la filosofia della storia, ma si metteva in salvo l’autonomia dell’arte.

Che cosa restava pi√Ļ di Hegel? La dialettica, sia pure depurata, ma esclusa dal regno della real ¬≠t√† sensibile, limitata a elaborare alcuni concetti senza presa sulla realt√†. Non si inaugurava una nuova scolastica?

Non dovevano trascorrere mol ¬≠ti anni, e il Croce avrebbe dedot ¬≠to le ultime conseguenze di quel ¬≠la posizione iniziale. Nell’orrore del sistema, che resta pur sem ¬≠pre un’esigenza insopprimibile del nostro spirito, dichiar√≤ che la filosofia non aveva pi√Ļ nessu ¬≠na ragione d’essere, avendo of ¬≠ferto i mezzi di orientamento ne ¬≠cessari alle ricerche proprie del tempo nostro; e che avrebbe po ¬≠tuto risorgere solo il giorno in cui si fossero presentati dei pro ¬≠blemi nuovi, pei quali occorresse apprestare concetti adeguati. La filosofia si risolveva, cosi, in una semplice metodologia e il feno ¬≠menismo riprendeva il soprav ¬≠vento in tutti i campi del sape ¬≠re. In tal modo la filosofia si identifica con la storia e la cono ¬≠scenza storica √® senz’altro tutta la conoscenza perch√© ¬ę ogni giu ¬≠dizio √® giudizio storico o storia senz’altro ¬Ľ. Ogni giudizio? S√¨. ¬ę E’ giudizio storico anche la pi√Ļ ovvia percezione giudicante (se non giudicasse, non sarebbe per ¬≠cezione, ma cieca e muta sensa ¬≠zione): per esempio, che l’ogget ¬≠to che mi vedo innanzi al piede √® un sasso e che esso non vole ¬≠r√† via da s√© come un uccellino al rumore dei miei passi, onde converr√† che io lo discosti col pie ¬≠de o col bastone; perch√© il sasso √® veramente un processo in cor ¬≠so, che resiste alle forze di disgre ¬≠gazione o cede solo poco a poco, e il mio giudizio si riferisce a un aspetto della sua storia ¬Ľ. Non occorre nemmeno rilevare che, data questa premessa, la stessa ¬ę storia naturale ¬Ľ si tra ¬≠muta in conoscenza storica, se √® vero (e qua non cade dubbio alcuno) che il giudizio √® rappor ¬≠to di soggetto e predicato e se √® vero che il soggetto ¬ę ossia il fat ¬≠to, quale che esso sia, che si giu ¬≠dica, √® sempre un fatto storico ¬Ľ.

Se √® vero che ogni conoscenza √® sempre ¬ę conoscenza storica ¬Ľ, vien fatto di domandarsi se l’idealismo, nella sua ultima formula ¬≠zione crociana, non si dissolva in un fenomenismo assoluto e se valeva la pena di combattere per tanti anni il positivismo per ri ¬≠stabilirne con una sorprenden ¬≠te inversione dialettica i termini e le posizioni.

Che cosa diventa, la storia, secondo questa concezione? In ¬≠tesa come res gestae una real ¬≠t√† semovente senza ragione e senza scopo; intesa come historia rerum gestarum una narrazione di avvenimenti in tutto simile alle descrizioni della storia na ¬≠turale. Una vegetazione umana nella desolazione. Conclusione lo ¬≠gica anche nei riferimenti di or ¬≠dine morale come quella che po ¬≠trebbe suggerire una specie di pessimismo leopardiano. Un mon ¬≠do senza scopo non equivale a quel mondo senza contrasti che d√† l’immagine * peggio che del ¬≠la morte, della noia infinita ¬Ľ?

Senonch√© il Croce rifiuta reci ¬≠samente una simile conclusione nel saggio La storia come pen ¬≠siero e come azione pubblicato nella Critica del 20 gennaio del 1937 (e poi ripreso e ampliato nel volume nono dei Saggi filo ¬≠sofici), perch√© la storia √® storia della libert√†. Dunque la storia ha per iscopo il ¬ę formarsi di una libert√† che prima non era e un giorno sar√† ¬Ľ, come volevano He ¬≠gel e Michelet? Affatto. Qui si afferma unicamente e semplice- mente ¬ę la libert√† come l’eterna formatrice della storia, soggetto stesso di ogni storia ¬Ľ. Ma che cos’√® questa libert√†? Essa non √® altro che un nome ¬ę per designa ¬≠re l’attivit√† o spiritualit√†, la qua ¬≠le non sarebbe tale se non fosse perpetua creazione di vita ¬Ľ. La coerenza √® assoluta. E si pu√≤ ri ¬≠tenerla tale anche quando il Cro ¬≠ce parla di ¬ę perpetuo progres ¬≠so ¬Ľ, cio√® del ¬ę perpetuo crescere della spiritualit√† in se stessa ¬Ľ, espressione che non implica an ¬≠cora un qualsiasi concetto di va ¬≠lore.

Non √® pi√Ļ tale quando il Cro ¬≠ce abbandona questa rigorosa po ¬≠sizione storicistica, per riferirsi a una tavola di valori. Egli pare avvertire che la vita non pu√≤ tro ¬≠vare unicamente in s√© la sua ra ¬≠gione, che la sua logica non pu√≤ identificarsi con la sua morale, che il giudizio di valore non pu√≤ coincidere col giudizio esisten ¬≠ziale. ¬ę La polemica contro la trascendenza, trascorrendo oltre il segno, ha portato a negare la distinzione delle categorie del giudizio ¬Ľ. Si tratta, infatti di manter saldo, ¬ę nel flusso della realt√†, il criterio dei valori spiri ¬≠tuali (buono, vero, giusto) e di proteggerli contro le confusioni e le negazioni ¬Ľ. L’antica distin ¬≠zione di conoscenza e volont√†, di pensiero e azione ¬ę rimane intat ¬≠ta ¬Ľ. Resta a vedersi come sia possibile affermare, anzi, mettere in salvo, questi valori spirituali senza distaccarli dal flusso della realt√†, senza collocarli in una sfera trasc√©ndente la realt√†. Sen ¬≠za di che il successo diventa l’unica misura della vita e della storia.

Il ¬†Croce ha parole sarcastiche contro gli storici che accusano Giulio Cesare di avere conculcate le libert√† repubblicane. ¬ę Tale condanna √® vuota di senso per noi che ci siamo posti sul piano storiografico, dove l’individuo non appare pi√Ļ come colui che debba scegliere l’opera sua, ma come chi ha eseguito la parte che il corso delle cose e la missione che portava in s√© gli assegnava ¬≠no e che a noi preme d’inten ¬≠dere ¬Ľ. E sia pure, per quanto la coscienza umana stia col Manzo ¬≠ni, che aveva la pretesa di di ¬≠scernere il bene dal male anche nella storia, proprio in forza di quei valori morali assoluti, che sono la sostanza stessa della sto ¬≠ria e che la storia non riesce mai a esaurire e per quanto tali proposizioni, di un cos√¨ crudo determinismo, sembrino annulla ¬≠re quella nozione del libero arbi ¬≠trio, che il Croce stesso afferm√≤ e chiar√¨ splendidamente nella Fi ¬≠losofia della pratica. (Noto per incidenza che di questo problema il Croce non riusc√¨ mai a libe ¬≠rarsi interamente e si veda in proposito, la brevissima polemi ¬≠ca col Meinecke a proposito del bel libretto dello stesso Meinec ¬≠ke: Senso storico e significato della storia).

Se si esce da questa cerchia ideale, non resta pi√Ļ che la con ¬≠templazione artistica, l’estetismo. ¬ę Per ogni parte della vita lo sto ¬≠rico, che √® mosso da un impulso verso l’avvenire, guardando con l’occhio dell’artista il passato, ve ¬≠de le opere umane in questa lu ¬≠ce, imperfette sempre e perfet ¬≠te, transeunti e intranseunti a una ¬Ľ. Ne consegue che la sto ¬≠ria e la vita vengono giudicate alla stregua del successo e della perfezione, in sede puramente estetica. E’ un criterio che porta lontano.

D’altra parte, e qui mi pare si riassuma il difetto capitale della teoria, non si riesce a vedere co ¬≠me si possa scorgere nella storia un qualsiasi progresso senza ri ¬≠portarsi a un criterio ideale che sia, a un tempo, la ragione e la misura della storia. Se non fosse cos√¨, come potrebbe, lo stesso Cro ¬≠ce, indicare nella storia d’Euro ¬≠pa e nella storia d’Italia lo svol ¬≠gimento dell’idea liberale? O dob ¬≠biamo credere che le conquiste della libert√† (in senso politico, non metafisico) e le istituzioni liberali che formano la trama della storia moderna, siano dei semplici modi di ordinare la ma ¬≠teria storica, in tutto simili alle classificazioni della storia natu ¬≠rale? Forse che la storia del se ¬≠colo decimonono si potrebbe rifa ¬≠re in tutt’altro senso? Tale non pu√≤ essere il pensiero del Croce, sempre mosso da inquietudini morali, eppure √® a queste conclu ¬≠sioni che si deve pervenire, se non si ammette un prius che il ¬≠lumini la storia e promuova l’azione. Il fatto che il pensiero non possa pensare fuori della categoria della necessit√† non esclude che quanto ci appare ne ¬≠cessario alla riflessione non tro ¬≠vi un’equivalente necessit√† in un ordine morale anteriore a ogni processo storico e indipen ¬≠dente della storia. La coscienza e la intuizione immediata della vita non si rassegneranno mai a riguardare l’azione come un’il ¬≠lusione della mente individuale al servizio di un Dio ignoto.

Comunque sia, date queste pre ¬≠messe, data l’identificazione della libert√† con l’attivit√† o spiritua ¬≠lit√†, perpetua creazione di vita, non si vede come si possa pi√Ļ parlare di un tramonto della libert√†. ¬ę Asserire morta la liber ¬≠t√† vale lo stesso che asserire mor ¬≠ta la vita, spezzata la sua intima molla ¬Ľ. Questa intima molla non √® altro che la lotta, il contrasto, il continuo superamento delle po ¬≠sizioni acquisite, Non si pu√≤ nem ¬≠meno parlare di decadenza della libert√† perch√© non c’√® mai deca ¬≠denza che non sia insieme for ¬≠mazione o preparazione di nuova vita e pertanto progresso. Le stesse infrazioni alla libert√† gio ¬≠vano alla libert√† ¬ę perch√© quanto pi√Ļ stabilito e indisputato √® un ordinamento liberale, tanto pi√Ļ decade ad abitudine e, scemando nell’abitudine la vigile coscienza di se stesso e la prontezza della difesa, si d√† luogo a un ricorso di ci√≤ che si credeva che non sarebbe mai riapparso al mondo, e che a sua volta aprir√† un nuo ¬≠vo corso ¬Ľ.

Di modo che alla libert√† giova ¬≠no egualmente i suoi amici come i suoi nemici, dato che la liber ¬≠t√† si identifica con la stessa vita. ¬ę La moralit√† √® nient’altro che la lotta contro il male; ch√© se il male non fosse, la morale non troverebbe luogo alcuno ¬Ľ. Il ma ¬≠le √® quindi necessario quanto il bene perch√© la verit√† √® nella lo ¬≠ro indecifrabile coesistenza. Una simile teoria nell’orgoglio di com ¬≠prendere l’assoluto, √® costretta a considerare la morte della liber ¬≠t√† come un momento della sua stessa vita. Non si vede come ispirandosi a tale concezione sia possibile la lotta, quella parteci ¬≠pazione alla storia nella quale si fa consistere la moralit√†. Lot ¬≠tare perch√©, e in nome di che, dal momento che la vita non pu√≤ morire e la libert√† pu√≤ fare a meno delle libert√†? l’equivalen ¬≠za delle posizioni non rende su ¬≠perflua qualsiasi presa di posi ¬≠zione? Forse che Dio non √® ugualmente servito dagli angeli e dal demonio?


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Bart