Rivive nelle pagine di Bulgakov una megera giustiziata a Palermo

di Massimo Simili
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 11 marzo 1968]

Palermo, marzo

Una poco raccomandabile si ­gnora del passato, «una signo ­ra ad occhi bassi come una monaca, magrolina, modesta », partecipa al gran ballo di Sa ­tana ne II maestro e Marghe ­rita di Bulgakov: «…è la signo ­ra Tofana, che godeva straor ­dinaria popolarità tra le giova ­ni graziose napoletane come pure fra le abitanti di Palermo, in particolare fra quelle cui era venuto a noia il marito. Succede, infatti, che un ma ­rito venga a noia… ». Metten ­dosi nei panni di queste povere   donne   annoiate la suddetta signora vendeva loro «una cer ­ta acqua in ampolline ».

L’avvelenatrice, in verità, chiamavasi Tofania (alterazio ­ne dialettale di Epifania), era d’origine napoletana e fu giu ­stiziata a Palermo, nel 1632 e piuttosto alla svelta («dispen ­sandosi al rito e in brevi ore di processo »), per ordine del viceré Afande de Ribera duca di Alcalà, personaggio di rara energia che il Papa aveva sciolto     dagli     ordini     religiosi     affin ­ché non si estinguesse la sua nobile famiglia e che in Sici ­lia meritò il titolo, inciso nel marmo, di « scelerum implacabilis ultor ».

Tofania ebbe però una degna continuatrice e fu, costei, Gio ­vanna Bonanno: la « vecchia dell’aceto » ricordata dallo sto ­rico Pompeo Insenga e dal ca ­nonico Di Marzo il quale espo ­ne anche una curiosa teoria af ­fermando «… siccome dopo il corso di un secolo si riprodu ­cono le buone e le cattive usan ­ze, non deve recar meraviglia se dopo cento e cinquantasette anni si vide ripullulare in Pa ­lermo lo stesso delitto in una persona dell’ugual sesso e con ­dizione e si fece perciò soffrire l’uguale castigo che ebbe una donna napolitana chiamata To ­fania spacciatrice di un liquore micidiale detto dal suo nome acqua tofanica… ».

Giovanna Bonanno «…vende ­va indistintamente ai mariti e alle mogli per disfarsi o i pri ­mi dalle seconde o queste dai primi e mettere così la pace in famiglia, convessa diceva… ». Il soprannome di vecchia dell’a ­ceto lo dovette all’età â— pen ­zolò dal capestro ad ottantuno anni suonati â— e al fatto di diluire nell’aceto una sostan ­za mercuriale facile a procu ­rarsi presso gli « speziali » e gli « aromatarii » del tempo che la smerciavano per « mondare i corpi umani dagli insetti ».

Più accorta di Tofania la Bo ­nanno operava a gradi, prescri ­vendo â— diremo — una cura ciclica, facendo somministrare alla vittima determinate dosi di aceto al giorno sì che la mor ­te apparisse causata da una ma ­lattia; malattia che da una sem ­plice stomatite degenerava in ­variabilmente in una perniciosa infiammazione gastrointestinale: si sarebbe detta endemica, circoscritta com’era alla zona di Palermo.

Numerosissimi furono i delitti compiuti tramite la vecchia del ­l’aceto « non solo tra mogli e mariti, ma pure tra congiunti impazienti di farsi eredi e fra gente d’ogni sorta mossa da interessi privati o da odii na ­scosti… ». Gli affari della Bo ­nanno prosperavano tanto che la vecchia assunse del persona ­le, ossia « donnaccie che le fa-cean da mezzane ».

E qui, forse per la teoria del canonico Di Marzo, «ripullulò » in Palermo un viceré uguale al duca di Alcalà. Avvenne infatti che il principe di Caramanica, favorito della regina Maria Ca ­rolina, fu soppiantato nelle gra ­zie sovrane da Giorgio Acton, primo ministro del re di Napo ­li, e sia la regina che il primo ministro giudicarono opportuno allontanare il Caramanica dal ­la capitale facendogli ponti d’o ­ro, ottenendone cioè la nomina a luogotenente del re in Sicilia.

Caramanica arrivò a Palermo quando l’aceto della vecchia si vendeva come il pane. Insospet ­titosi fece arrestare mezza cit ­tà finché non cadde nella rete una « scellerata mezzana » che, dati i sistemi persuasivi dell’e ­poca, cantò subito.

Ne seguì un processo che coin ­volse pure i clienti della Bo ­nanno. Tutti costoro si difesero asserendo di aver sentito, e di aver quindi creduto, che l’a ­ceto della vecchia fosse un in ­fuso da lei preparato per riac ­cendere il fuoco dell’amore. Ac ­cettata questa incredibile linea di difesa â— che incredibilmen ­te, infatti, fu accettata â— essi non rischiarono nemmeno d’es ­sere incolpati di connivenza con la stregoneria grazie all’opera di un altro illuminato viceré â— il Caracciolo â— che sette anni prima si era dato, smanioso, alle riforme incominciando dal ­la «proibizione dei pubblici gio ­chi del toro » (il che fa suppor ­re che, a forza di viver con gli spagnoli, i siciliani stessero con ­tagiandosi della passione per le corride) e finendo con la sop ­pressione del tribunale dell’In ­quisizione.

I clienti della Bonanno riu ­scirono quindi a cavarsela con miti condanne o addirittura con l’assoluzione. La pena di mor ­te « per laccio sulle forche » fu invece comminata alla vecchia dell’aceto, mentre alla sua mez ­zana si diede il carcere a vita nonché un singolarissimo trat ­tamento: con un cappio al col ­lo essa dovette accompagnare al patibolo la Bonanno e le tol ­sero quel cappio solo quando la vecchia « fu afforcata ». Nes ­suno, evidentemente, pensò che ciò avrebbe arrecato alla mez ­zana una sensazione di sollie ­vo anziché un segno della im ­placabilità della legge e dei suoi severi ammonimenti.

La vecchia dell’aceto fu im ­piccata il 4 luglio 1789 in piaz ­za Vigliena, esistente tutt’oggi sebbene i palermitani la chia ­mino «i quattro canti di città ». Regnava a quel tempo Ferdinando di Borbone, non ancora I, ma IV di Napoli e III di Si ­cilia, e solo da pochi mesi era viceré nell’isola l’ottimo prin ­cipe di Caramanica il quale, tre anni e mezzo dopo «dove ­va spegnersi di morte violenta che si disse da potentissimo ve ­leno procacciata ». E si disse pure che, nel suo caso, la vec ­chia dell’aceto era stata la regina Maria Carolina.

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