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LETTERATURA: I MAESTRI: Robinson Crusoe è rimasto senza isole

23 Marzo 2009

di Raffaello Brignetti
[dal “Corriere della Sera”, mercoled√¨ 23 aprile 1969] ¬†

Nel settore aperto quest’anno alla narra ¬≠tiva europea, il premio ¬ę Libro giova ¬≠ne ¬Ľ √® stato assegnato, giorni fa, al roman philosophique di Michel Tournier Venerd√¨ o il limbo del Pacifico (Einaudi, 1968). Vener ¬≠d√¨, il Friday di Robinson Crusoe: due fi ¬≠gure che proprio adesso compiono duecen ¬≠tocinquanta anni. Il libro The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner fu pubblicato per la prima volta il 25 aprile 1719.
Avrebbe avuto ragione Rousseau: questo sarebbe stato ¬ę il pi√Ļ bello dei romanzi ¬Ľ. Anzi, come vuole uno schema tradizionale, al ¬ę Robinson ¬Ľ si dovrebbe la paternit√† del romanzo moderno. Ha una vitalit√†. Si di ¬≠mostra con le date.
 

Mancano i fiori

Eppure, non √® questa la sua vera vitalit√†. Robinson Crusoe, Venerd√¨ e il loro autore non avevano davvero per l’isola deserta va ¬≠ghezze ¬ę rousseauiane ¬Ľ. La loro paternit√† ha ragioni meno patetiche. Non esiste nella narrazione un vero momento ispirato alla natura per la natura. Nell’isola dove alla fine si trova tutto non cresce un fiore, Ro ¬≠binson non ne vede, non ne parla, perch√© un fiore non serve. Anche quando egli ha ci√≤ che basta e non √® pi√Ļ ¬ęafflitto e in ¬≠certo ¬Ľ, non viene preso dal paesaggio; il movimento √® caccia, gli itinerari sono esplo ¬≠razioni, il mare √® limite, non dimensione: √® buono, cattivo, ma non bello, brutto. Co ¬≠munque, insieme al tatto e al gusto, la vista di Robinson Crusoe √® ancora attenta: gli mancano invece l’orecchio e il fiuto. Non ode il suono, il timbro dell’isola. L’isola non ha odore: non la foresta, l’onda, il sole, la roccia, l’alba.
In ventotto anni, due mesi, diciannove giorni di dimora solitaria, gli animali di cui Robinson si compiace sono il pappagallo, per compagnia, e, per sostentamento, la tar ­taruga e la capra. Ma uccide ugualmente altri animali che non mangia. Spara sem ­pre. Della morte di un cane e di due gatti che con lui erano stati i soli a salvarsi nel naufragio dà notizia incidentalmente. Igno ­ra i pesci, che non si pigliano sparando.
Usa il sale e non dice dell’emozione di averlo raccolto fra gli scogli. In realt√† non prova di queste emozioni. L’isola non lo attrae, come lo interessa invece quale con ¬≠dizione temporanea e non scomoda.
Quella di Venerd√¨ √® insieme la liberazione di un cannibale da cannibali differenti e l’uccisione prima di due e poi di un muc ¬≠chio di questi altri cannibali. L’intenzione √® di averne aiuto. Venerd√¨ si ¬ęaddomestica ¬Ľ, sia perch√© lo vuole Robinson, sia perch√© egli stesso lo vuole. I due poi lasciano l’isola senza segno di rimpianto e al contrario con piena, ovvia, scontata letizia per il trasferi ¬≠mento in Europa. Ora, se ci√≤ √® comprensi ¬≠bile, se non nel mito, nella storia robinsoniana, non lo √® altrettanto nell’indigeno, so ¬≠prattutto in quella che presto sarebbe stata la nozione ¬ę rousseauiana ¬Ľ del rapporto fra l’uomo civilizzato, la natura e il mite sel ¬≠vaggio. Tutto √® visto dalla parte di quel ¬≠l’uomo.
 

Sogno autentico

Il travisamento patetico che da duecento ¬≠cinquanta anni si fa del romanzo e, tutto sommato, a suo svantaggio, si spiega, nel ¬≠l’epoca, con l’incanto per le isole e i mondi integri e nuovi, e, dopo, con la lettura del ¬ę Robinson ¬Ľ sempre pi√Ļ spostata verso l’in ¬≠fanzia. Il libro invece va riletto oggi e in et√† matura.
Vi scompare la contraddizione che la cri ¬≠tica ha indicato fra l’opera e il suo autore. Non c’√® veramente contraddizione. La sor ¬≠presa √® arbitraria. Se Daniel Defoe era giunto non nella giovinezza, ma sulla ses ¬≠santina, a questa avventura, il Robinson Crusoe era per l’appunto il prodotto di un’esperienza e perfino di un’astuzia mer ¬≠cantile nella raccolta del successo gi√† otte ¬≠nuto dalle cronache del capitano Woodes Rogers sulla vicenda reale di Selkirk Ale ¬≠xander, il marinaio rimasto per cinquanta ¬≠due mesi in un’isola del Pacifico. Defoe, come si sa, era un uomo pronto al pro ¬≠fitto, risicato, nel mezzo di una societ√† pragmatistica che proprio allora cominciava a battere le vie del traffico, dell’intrapresa e in ultimo di un impero. Tale √® esattamente Robinson. Il mondo √® un’isola deserta da cui si possono trarre molte cose.
Questa s√¨ √® la vitalit√†, non sentimentale, sia pure immensa del Robinson Crusoe. Esso √® anche ¬ę il pi√Ļ bello dei romanzi ¬Ľ e il padre del romanzo moderno, in senso tut ¬≠tavia non ¬ę rousseauiano ¬Ľ e vicino piutto ¬≠sto alla visione che noi oggi abbiamo della narrativa come modulo sociale tramite i personaggi.
La societ√†, infine, ha la sua parabola. Que ¬≠st’uomo da un certo giorno √® perplesso: tut ¬≠to pu√≤ essere guardato anche da un altro punto di vista. A due secoli e mezzo di tempo il libro scritto da un giovane sulla medesima avventura si conclude con una non del tutto fortuita esplosione, ad opera di Venerd√¨, che disperde quanto Robinson aveva costruito. E’ Venerd√¨ in questo caso che parte, Robinson rimane. Il sogno e l’in ¬≠canto si fanno finalmente autentici, fino al punto da non poter essere altro che sogno e incanto, in un pianeta che non ha pi√Ļ isole deserte.


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Marzo 2009 @ 20:16

    Il “Robimson Crusoe” √® uno dei capolavori che ha saputo avvincere generazioni. Ancora oggi suscita emozioni e stupisce. Credo che non conoscer√† tramonto questo capolavoro, che ha inaugurato la tradizione del romanzo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Marzo 2009 @ 21:49

    Brignetti, l’autore dell’articolo, √® uno scrittore dimenticato. Scrivo su di un suo romanzo qui:
    https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=1551

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