Robinson Crusoe è rimasto senza isole

di Raffaello Brignetti
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 23 aprile 1969]  

Nel settore aperto quest’anno alla narra ­tiva europea, il premio « Libro giova ­ne » è stato assegnato, giorni fa, al roman philosophique di Michel Tournier Venerdì o il limbo del Pacifico (Einaudi, 1968). Vener ­dì, il Friday di Robinson Crusoe: due fi ­gure che proprio adesso compiono duecen ­tocinquanta anni. Il libro The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner fu pubblicato per la prima volta il 25 aprile 1719.
Avrebbe avuto ragione Rousseau: questo sarebbe stato « il più bello dei romanzi ». Anzi, come vuole uno schema tradizionale, al « Robinson » si dovrebbe la paternità del romanzo moderno. Ha una vitalità. Si di ­mostra con le date.
 

Mancano i fiori

Eppure, non è questa la sua vera vitalità. Robinson Crusoe, Venerdì e il loro autore non avevano davvero per l’isola deserta va ­ghezze « rousseauiane ». La loro paternità ha ragioni meno patetiche. Non esiste nella narrazione un vero momento ispirato alla natura per la natura. Nell’isola dove alla fine si trova tutto non cresce un fiore, Ro ­binson non ne vede, non ne parla, perché un fiore non serve. Anche quando egli ha ciò che basta e non è più «afflitto e in ­certo », non viene preso dal paesaggio; il movimento è caccia, gli itinerari sono esplo ­razioni, il mare è limite, non dimensione: è buono, cattivo, ma non bello, brutto. Co ­munque, insieme al tatto e al gusto, la vista di Robinson Crusoe è ancora attenta: gli mancano invece l’orecchio e il fiuto. Non ode il suono, il timbro dell’isola. L’isola non ha odore: non la foresta, l’onda, il sole, la roccia, l’alba.
In ventotto anni, due mesi, diciannove giorni di dimora solitaria, gli animali di cui Robinson si compiace sono il pappagallo, per compagnia, e, per sostentamento, la tar ­taruga e la capra. Ma uccide ugualmente altri animali che non mangia. Spara sem ­pre. Della morte di un cane e di due gatti che con lui erano stati i soli a salvarsi nel naufragio dà notizia incidentalmente. Igno ­ra i pesci, che non si pigliano sparando.
Usa il sale e non dice dell’emozione di averlo raccolto fra gli scogli. In realtà non prova di queste emozioni. L’isola non lo attrae, come lo interessa invece quale con ­dizione temporanea e non scomoda.
Quella di Venerdì è insieme la liberazione di un cannibale da cannibali differenti e l’uccisione prima di due e poi di un muc ­chio di questi altri cannibali. L’intenzione è di averne aiuto. Venerdì si «addomestica », sia perché lo vuole Robinson, sia perché egli stesso lo vuole. I due poi lasciano l’isola senza segno di rimpianto e al contrario con piena, ovvia, scontata letizia per il trasferi ­mento in Europa. Ora, se ciò è comprensi ­bile, se non nel mito, nella storia robinsoniana, non lo è altrettanto nell’indigeno, so ­prattutto in quella che presto sarebbe stata la nozione « rousseauiana » del rapporto fra l’uomo civilizzato, la natura e il mite sel ­vaggio. Tutto è visto dalla parte di quel ­l’uomo.
 

Sogno autentico

Il travisamento patetico che da duecento ­cinquanta anni si fa del romanzo e, tutto sommato, a suo svantaggio, si spiega, nel ­l’epoca, con l’incanto per le isole e i mondi integri e nuovi, e, dopo, con la lettura del « Robinson » sempre più spostata verso l’in ­fanzia. Il libro invece va riletto oggi e in età matura.
Vi scompare la contraddizione che la cri ­tica ha indicato fra l’opera e il suo autore. Non c’è veramente contraddizione. La sor ­presa è arbitraria. Se Daniel Defoe era giunto non nella giovinezza, ma sulla ses ­santina, a questa avventura, il Robinson Crusoe era per l’appunto il prodotto di un’esperienza e perfino di un’astuzia mer ­cantile nella raccolta del successo già otte ­nuto dalle cronache del capitano Woodes Rogers sulla vicenda reale di Selkirk Ale ­xander, il marinaio rimasto per cinquanta ­due mesi in un’isola del Pacifico. Defoe, come si sa, era un uomo pronto al pro ­fitto, risicato, nel mezzo di una società pragmatistica che proprio allora cominciava a battere le vie del traffico, dell’intrapresa e in ultimo di un impero. Tale è esattamente Robinson. Il mondo è un’isola deserta da cui si possono trarre molte cose.
Questa sì è la vitalità, non sentimentale, sia pure immensa del Robinson Crusoe. Esso è anche « il più bello dei romanzi » e il padre del romanzo moderno, in senso tut ­tavia non « rousseauiano » e vicino piutto ­sto alla visione che noi oggi abbiamo della narrativa come modulo sociale tramite i personaggi.
La società, infine, ha la sua parabola. Que ­st’uomo da un certo giorno è perplesso: tut ­to può essere guardato anche da un altro punto di vista. A due secoli e mezzo di tempo il libro scritto da un giovane sulla medesima avventura si conclude con una non del tutto fortuita esplosione, ad opera di Venerdì, che disperde quanto Robinson aveva costruito. E’ Venerdì in questo caso che parte, Robinson rimane. Il sogno e l’in ­canto si fanno finalmente autentici, fino al punto da non poter essere altro che sogno e incanto, in un pianeta che non ha più isole deserte.

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Commenti

2 risposte a “Robinson Crusoe è rimasto senza isole”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Il “Robimson Crusoe” è uno dei capolavori che ha saputo avvincere generazioni. Ancora oggi suscita emozioni e stupisce. Credo che non conoscerà tramonto questo capolavoro, che ha inaugurato la tradizione del romanzo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Brignetti, l’autore dell’articolo, è uno scrittore dimenticato. Scrivo su di un suo romanzo qui:
    https://www.bartolomeodimonaco.it/?p=1551