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LETTERATURA: I MAESTRI: Saba. Non datemi cattive notizie

1 Dicembre 2015

di Ottavio Cecchi
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 38, gioved√¨ 21 settembre 1967]

Come al solito, mi sentii domanda ­re:

– Parente di Emilio?

Risposi di no, e come al solito, ag ­giunsi:

– Noi, a Firenze siamo come gli Smith in Inghilterra.

I Saba se ne stavano tutti e tre nel corridoio, con pacchi e valigie, di ¬≠sorientati nella nuova casa. Non li avevo mai visti prima. Sapevo sol ¬≠tanto che erano ebrei. L’uomo anzia ¬≠no era un poeta.

L’idea che mi ero fatto di un poeta era differente. Era quella volgare: un dandy o uno straccione. D’Annunzio era un dandy. Carducci e Pascoli non erano n√© dandies n√© straccioni. Erano poeti ufficiali, gente che faceva un mestiere, insegnava all’Universit√†, e a tempo perso faceva poesie. Mi at ¬≠travers√≤ la mente la storia della stro ¬≠fe saffica.

Ho fatto a tempo a essere allievo

di un’allieva del Carducci e allievo

di un allievo del Pascoli. Tutti e due raccontavano questo aneddoto.

Una mattina, il Carducci aveva chie ­sto un esempio di strofe saffica.

Uno cominciò a recitare:

A le cineree trecce alzato il velo verde, nel libro una britanna cerca queste minacce di romane mura al cielo e al tempo.

E il Carducci incollerito: ¬ę Questo non conta, questo non conta! ¬Ľ.

Per il Pascoli cambiavano le parole, ma la musica era la stessa.

Quell’uomo nel corridoio non pare ¬≠va n√© un dandy, n√© uno straccione, n√© un poeta ufficiale. Somigliava a un operaio.

Me ne accorsi quando lo vidi stri ¬≠sciare lungo il muro, nel corridoio in penombra, portando una bottiglia nella mano destra. Andava a comprar ¬≠si un po’ di vino. Per questo sfidava le pattuglie dei fascisti e, forse, un incontr√≤ anche pi√Ļ pericoloso: mettia ¬≠mo, un letterato che non si sapeva se avesse o no rivoltato la gabbana do ¬≠po il 25 luglio, o uno di quei tali che avevano seguito la feluca dell’Accademia fino a Firenze. Con il suo berret ¬≠to, il suo vestito un po’ vecchio e stin ¬≠to, e con quella malinconia sul viso.

Mi pass√≤ accanto e mi dette un’oc ¬≠chiata di sospetto.

Dissi:

– Buonasera.

La risposta non l’ebbi.

Quando torn√≤, si rinchiuse nella sua camera, una stanza sul mezzo del cor ¬≠ridoio con le finestre sulla strada, e non lo vidi pi√Ļ per tutto il giorno.

Avevo nella mente un discorso gi√† pronto. Portavo in tasca una carta d’identit√† falsa; i tempi erano confusi la gente mescolata, nessuno poteva sa ¬≠pere il mio vero nome. Ma quando si venne alle presentazioni, mi accor ¬≠si che non potevo mentire.

РMi hanno detto tutto di lei. E an ­che lei, forse, sa già chi siamo noi.

– Non so nulla √Ę‚ÄĒ risposi; ed era, in parte, la verit√†: √Ę‚ÄĒ N√© voglio sa ¬≠perlo.

РMio padre è Umberto Saba. Non dica a nessuno che lo ha visto.

Risposi bruscamente a questa di ¬≠mostrazione di fiducia. Dissi che non era mia abitudine parlare di cose che non mi riguardavano. Volevo evita ¬≠re un discorso lungo. Pi√Ļ a lungo era il discorso, pi√Ļ parlavo. A quei tempi, era meglio parlar poco.

Decisi di dire il mio vero nome.

Me l’aspettavo, non era la prima volta:

– Parente di Emilio?

La risposta sugli Smith d’Inghilter ¬≠ra venne da s√©, come tante altre vol ¬≠te. Il nome che mi ero preparato nel ¬≠la mente e che corrispondeva a quello della carta d’identit√† falsa, rimase nel limbo delle parole non dette.

Arrivai con tre libri sotto il braccio: i due volumi dei Riformatori italiani di Frederic C. Church e La gazzetta nera di Guido Piovene. Mi affacciai alla porta della stanza grande, quella che dava sul giardino, nella quale Sa ­ba passava le giornate, di solito, leg ­gendo. Anche ora, egli era accanto al ­la stufa e leggeva. Riconobbi il libro: era Panzini. Altre volte glielo avevo visto tra le mani. Non capivo perché gli piacesse uno scrittore accademico, di poca sostanza e fascista come quel ­lo.

Senza alzare la testa, mi fece cenno di entrare.

– Senti, ascolta, √Ę‚ÄĒ mi disse. Posai i miei libri sulla tavola e mi sedetti.

Gli piaceva leggere ad alta voce. Mi lesse una lunga storia. Non ascoltavo.

Saba si accorse che non ascoltavo.

Abbassò il libro e mi chiese:

РChe cosa è successo?

– Fuori? √Ę‚ÄĒ domandai per allonta ¬≠nare la risposta.

La domanda non era nuova. Dac ¬≠ch√© era venuto ad abitare in quella casa, chiedeva sempre novit√† a chiun ¬≠que vi approdava. Erano domande piene d’ansia, che temevano le rispo ¬≠ste. Se la notizia era una delle solite di quei giorni, colui che riferiva si prendeva una maledizione. ¬ę Non dir ¬≠melo! Non dirmelo! √Ę‚ÄĒ gridava allar ¬≠gando le vocali secondo il parlar trie ¬≠stino. √Ę‚ÄĒ Che tu sia maledetto! ¬Ľ e an ¬≠dava a rifugiarsi nella sua stanza. In ¬≠vece, riusciva persino a sorridere (ra ¬≠ramente lo vidi sorridere, in quei me ¬≠si) se le notizie erano buone. Soprat ¬≠tutto voleva sapere dei partigiani: dov’erano, se erano molti. Una volta che m’ingegnavo di fargli un quadro preciso delle montagne intorno a Fi ¬≠renze, lui si tolse la pipa di bocca e fece un gesto rotondo, in aria, con la mano:

РIo, la tua città, la conosco me ­glio di te. Ci sono stato quando tu do ­vevi ancora nascere.

Non gli dissi nulla dei rastrella ­menti.

– Anche tu √Ę‚ÄĒ disse rispondendo al mio silenzio: √Ę‚ÄĒ non mi dai mai buo ¬≠ne notizie.

E ricominciò a leggere. Non avevo mai sentito nessuno che si abbando ­nasse come lui nella cantilena della lettura. Quando chiuse il libro e mi domandò se mi fosse piaciuto quel Panzini, per fortuna non mi dette il tempo di rispondere. Avrei risposto una bugia, avrei detto di sì, e invece non sapevo neppure che cosa mi ave ­va letto.

Sicch√© fui contento quando, posato il libro, cominci√≤ una di quelle sue passeggiate da prigioniero, su e gi√Ļ per la stanza, parlando, accendendo e riaccendendo la pipa.

Una di quelle sere, ero tornato a ca ­sa con Ariel ou la vie de Shelley di André Maurois.

– Shelley ti piace? √Ę‚ÄĒ mi chiese

– S√¨, mi piace, √Ę‚ÄĒ risposi.

– Cos’√® che ti piace?

– L’Ode al vento occidentale.

Stette un poco a pensare, poi disse:

– Troppe donne, troppi fiori. Quel ¬≠lo Shelley √Ę‚ÄĒ ripet√©: √Ę‚ÄĒ troppe donne, troppi fiori.

And√≤ su e gi√Ļ per la stanza. Poi disse:

– E del Leopardi, che cosa ti piace di pi√Ļ?

Anche questa domanda aveva una ragione. Avevo con me, e Saba dove ­va averlo visto, un libretto dei Canti con una brutta copertina verde. Lo avevo comprato su un barroccino di libri usati in via Verdi.

– Le ricordanze, √Ę‚ÄĒ dissi.

Cominci√≤ a fare di no con la testa guardando fisso per terra. Nemmeno questa volta era d’accordo con me. Al ¬≠la fine disse:

– Voi giovani non capite niente. Scommetto che anche a te, come a Spinella, piace Gide.

Lo temevo come una coscienza, non mi azzardavo a dare risposte lunghe, a spiegane le preferenze: dicevo sol ­tanto la verità.

– S√¨, √Ę‚ÄĒ risposi.

Si volt√≤. Il viso gli si era arrossato e gli occhi gli si erano accesi per l’ira e, anche, per il fumo della pipa che, nel frattempo, si era messo a riaccendere con furia, a grandi bocca ¬≠te. Cominci√≤ a tossire, perch√© il fumo gli era andato di traverso insieme con quel s√¨ che io avevo risposto alla sua domanda su Gide.

Smise di tossire. Tacque. Credevo che la cosa fosse finita l√¨, con quell’ar ¬≠rabbiatura, e che ora mi dicesse quale poesia del Leopardi gli piacesse di pi√Ļ.

Invece, l’arrabbiatura era al colmo. Riprese flato, si mise la pipa in boc ¬≠ca, alz√≤ gli occhi e le braccia, e tra i denti grid√≤:

РMa che cosa vi piace di Gide, a voi giovani! La sua omosessualità? Ri ­sposi:

РMi piace perché ha scritto La porta stretta.

РGiuro che è il solo libro di Gide che hai letto.

– S√¨, √Ę‚ÄĒ risposi.

Com’era venuta, l’ira se ne and√≤.

– Sopra il ritratto di una bella don ¬≠na. E’ la pi√Ļ bella poesia di Leopardi, disse calmato.

Fece anche questa domanda:

– Cosa credi che si provi morendo per fame?

Il problema della fame, a quel tem ¬≠po, c’era: e una volta ero rimasto sen ¬≠za toccar cibo per giorni e notti: ave ¬≠vo creduto di dover fare una morte orribile. Ma alla fame si oppone la ri ¬≠cerca del cibo. Ero andato in giro per la casa vuota nella speranza di trovare qualche cosa lasciata dai pa ¬≠droni. Per√≤ si poteva risolvere in un altro modo, questo problema: con la morte. Saba mi ribaltava i pensieri.

Feci appello all’esperienza. Dissi:

– Si prova un morso profondo nel ¬≠lo stomaco, un dolore che non si cal ¬≠ma mai, e nella gola qualche cosa va su e gi√Ļ; la testa si vuota e pare di es ¬≠sere ubriachi come se si fosse bevuto un paio di bicchieri a digiuno.

Saba, continuando la sua passeg ­giata in lungo e in largo per la stan ­za, tentennò la testa:

– Questa √® la fame, √Ę‚ÄĒ disse, e mi parve di capire che anche lui ne ave ¬≠va un’esperienza diretta: lo capii dal suo sorriso. O forse sorrideva per ¬≠ch√© non capivo.

Disse poi:

РDicono che sia una morte bellis ­sima. Anche la morte per assidera ­mento dicono sia bellissima.

Il discorso non mi pareva giusto. Nel quartiere dove abitavo, erano tor ­nati molti soldati dalla Russia: aveva ­no provato i congelamenti è dicevano di non poter dimenticare quelle sofferenze.

– Si hanno delle visioni, √Ę‚ÄĒ sentii che aggiungeva.

Riaccese la pipa, in quel gesto che per lui era spesso una maniera di ri ¬≠prender fiato, di riordinare le idee o di meditare su un pensiero. Comin ¬≠ci√≤ a contare sulle dita i giorni della settimana dicendo soltanto la prima parte del nome del giorno e spostan ¬≠do l’accento sulla prima sillaba. Ne venne fuori una filastrocca, una spe ¬≠cie di cantilena in dialetto, che Saba diceva allo stesso modo delle poesie. Non seppi che conto facesse. Il tempo lo ossessionava. Seppi a chi pensava. Disse che pensava a Virgilio Giotti.

Recitò qualche verso in triestino, poi tornò sul discorso della morte per fame.

– Dice che si abbiano visioni bel ¬≠lissime √Ę‚ÄĒ ricominci√≤ √Ę‚ÄĒ sia nella mor ¬≠te per fame che nella morte per fred ¬≠do. Dopo un primo momento di sof ¬≠ferenza, si entra in un mondo di vi ¬≠sioni.

Puntò contro di me il cannuccio della pipa:

– Sei religioso?

Riordinai le idee.

– Il problema non m’interessa. Non credo neppure a chi dice che questa indifferenza √® una maniera di essere religiosi.

Non continuò. Parlava con me, ma era un monologo.

Una volta, per giustificare le mie continue e prolungate assenze da ca ­sa, avevo detto che facevo il mercan ­te nero di carne. Nessuno ci aveva creduto, ma tutti avevano fatto finta di crederci.

Credetti giunto il momento di raccontare questa storia, che a mia volta avevo sentito da altri:

– La notte, molte ore dopo l’inizio del coprifuoco, arriva il vitello. Con ogni cautela, lo fanno fermare alla porta di una casa, poi gli legano il muso perch√© non si metta a muggire all’improvviso e lo spingono nell’√†n ¬≠dito. Qui comincia la seconda parte. Gli zoccoli della bestia vengono avvol ¬≠ti con stracci, quindi i macellai im ¬≠provvisati, tra i quali c’√® sempre uno del mestiere, cominciano a spingerla per il didietro su per le scale. Dopo un bel po’, il vitello arriva all’ulti ¬≠mo piano, dove tutto √® pronto per la macellazione. Ci vuole il colpo preci ¬≠so. Ma a questo punto, il pi√Ļ √® fatto.

Saba mi ascoltava guardandomi fis ­so, con quel suo berretto tirato indie ­tro sulla nuca. Quando ebbi finito, si mise a ridere. E ridendo, mise carne e ketchup nel mio piatto.

La Lina si volse a lui e gli disse:

– Dappertutto si trovano amici, persone uguali a noi. Vedi, gli piace il ketchup, come a te. Fece una pau ¬≠sa, come se avesse meditato tutto il discorso e ora esitasse: √Ę‚ÄĒ Scommetto che gli piacciono le tue poesie.

Non ebbi tempo di riflettere. Guar ­dai la Lina, poi Saba, e intanto sentii che Saba aveva cominciato a parla ­re: ma senza la consueta violenza nel ­la voce, senza disperazione.

– No, le mie poesie non gli piac ¬≠ciono √Ę‚ÄĒ disse. √Ę‚ÄĒ Ai giovani non piac ¬≠ciono le mie poesie. Non le capiscono.

La Lina disse:

РIo sono sicura che gli piacciono. Perché non gliele fai leggere?

E, con quel tono possessivo che, so ­la, usava nei confronti delle cose di Saba, mi disse:

– Stasera gliele do, e stanotte se le legge. Tanto non dorme, vero?

Saba insisteva:

РIo dico di no, che non gli piac ­ciono.

Ma era una debole resistenza.

Pensavo che durante le notti inson ­ni, Saba, nella sua stanza, scrivesse poesie. Non so perché, ero sicuro che la Lina volesse farmi leggere non un libro stampato, ma carte scritte a ma ­no. Era solo una inspiegabile intuizio ­ne. Era giusta, o quasi.

Non quella sera √Ę‚ÄĒ ci dev’essere stata resistenza da parte di Saba, che non voleva mettere le sue poesie tra le mani di un ragazzo che conosceva appena √Ę‚ÄĒ, ma un’altra, ebbi le poesie: un mazzetto di cartelle scritte a mac ¬≠china, corrette a mano qua e l√†. Le rilessi stampate dopo la guerra: era ¬≠no Ultime cose.

Saba mise ancora lesso e ketchup nel mio piatto.

– Tu non capisci le mie poesie, non le puoi capire, √Ę‚ÄĒ diceva.

Io non rispondevo. Non a me par ­lava, ma a un paio di generazioni cre ­sciute nel buio del fascismo. Non po ­tevo rispondere a nome di tanta gen ­te. Potevo rispondere, in quei giorni, solo con i fatti. Era quello che cerca ­vo di fare.

Pareva avesse scoperto il ketchup in quel momento. Ne versava in gran ­de quantità per me e per sé e ripete ­va le parole della Lina come se le avesse pronunziate lui per primo:

– Hai visto? Anche a lui piace il ketchup.

E poi, con una inattesa impennata:

РNon so capire che cosa vi piac ­cia di Gide!

Certamente erano le due passate quando sentii bussare alla porta della mia camera. Mi alzai a sedere:

– Avanti!

Apparve prima un braccio di Saba, la mano teneva un bicchiere vuoto, quindi met√† della sua persona. Si era affacciato, ma non entrava; restava sulla soglia, e sul viso aveva un’espressione implorante. Aveva il suo berretto da operaio in testa, la sua giacca di tutti i giorni, e la pipa in bocca. Sotto il braccio portava i due volumi del Church.

Siccome esitava:

– Avanti, √Ę‚ÄĒ ripetei.

Finì di aprire la porta e venne ver ­so di me.

Non diceva nulla, soltanto tendeva il bicchiere. Doveva essersi ricordato d√¨ quello che avevo detto su quel mio metodo per prender sonno: un paio di bicchieri di vino e, poi aspettare di scivolare nel dormiveglia. Mi alzai. Posai il libro e andai verso il tavoli ¬≠no. Presi il fiasco e riempii il suo bic ¬≠chiere, poi il mio. Bevvi, e bevendo vidi Saba appoggiarsi all’armadio e cominciare a bere allo stesso modo di mio nonno Giona e di tutti gli uo ¬≠mini che hanno capito quanto il vino sia davvero amico dell’uomo. Teneva il bicchiere con il pollice e l’indice della mano destra e beveva piano, a labbra strette, per filtrare e gustare pi√Ļ a lungo il sapore. Quand’ebbe fi ¬≠nito, fece un passo avanti, mise i due volumi del Church sul comodino, e mi tese di nuovo il bicchiere. Glie ¬≠lo riempii e finii di riempire anche il mio, che avevo vuotato a met√†. Il rito si ripet√©. Fermo, questa volta nel mezzo della stanza, sollev√≤ il gomito (anche questo sollevare il gomito ver ¬≠so l’alto era un gesto antico, che ave ¬≠vo visto mille volte: versare per ter ¬≠ra l’ultima stilla, far vedere che si √® bevuto tutto. Come un grazie detto al ¬≠l’ospite.

Con la voce, disse:

– Grazie.

Soffriva. Ogni notte era l’ultima, ogni giorno era l’ultimo. Lo temevo molto, non seppi dirgli una parola.

Fu lui, invece, a dire a me queste parole:

– Anche tu, una famiglia disunita.

Poi le ho trovate scritte. Sapeva poco di me, quel poco che gli aveva ­no detto le Line, ma aveva capito tut ­to: di me e delle cose di allora, di me e di una generazione cresciuta con il cuore scisso. Egli aveva già scoperto la sua contraddizione, noi dovevamo ancora crescere, maturare.

Guardò i libri sul comodino. Prese La gazzetta nera, sollevò il volume e mi fissò, per chiedermi se potesse prenderlo.

– Tu lo hai letto?

– S√¨, √Ę‚ÄĒ risposi √Ę‚ÄĒ quasi tutto. Ma posso finire di leggerlo un’altra volta.

Con uno sguardo di gratitudine, mi disse:

– Grazie, sai, grazie.

Non si era dimenticato del sonnife ¬≠ro. Si sentiva in debito dacch√© mi aveva detto: ¬ę Stasera le Line ti da ¬≠ranno ancora sonnifero ¬Ľ. Ma io non ero tornato a casa e lui non aveva po ¬≠tuto mantenere la promessa.

Andandosene, ripeté:

РStasera, le Line ti daranno an ­cora sonnifero.

Usc√¨ e si rinchiuse in camera sua. Sentii che batteva la pipa nel muro, fino a tardi. Verso l’alba, arriv√≤ il sonno.

La Lina mi era venuta incontro nel corridoio. Doveva avermi sentito rin ­casare, e ora mi diceva:

– Di l√† c’√® Vittorini.

Non me l’aspettavo di essere pre ¬≠sentato a lui. Avevo la mente altro ¬≠ve, alla mattinata che avevo trascor ¬≠so, alla fuga lungo le strade del cen ¬≠tro, io e un altro, inseguiti, visti da due guardie repubblichine, presi e la ¬≠sciati in un portone: di dove, quando non avevamo visto pi√Ļ nessuno, n√© vicino a noi n√© per la strada, erava ¬≠mo usciti di corsa mentre cominciava un rastrellamento. Uno a destra e uno a sinistra:

РDài, ci vediamo domani, corri!

Mi ero infilato per le stradine di San Lorenzo, scegliendo le pi√Ļ stret ¬≠te e tortuose, mutando direzione a ogni cantonata. Poi, su per via Ginori, via San Gallo, piazza Cavour. Mi ero fermato in una trattoria sotto il mo ¬≠numento a Savonarola. C’era gente che non conoscevo e che non mi cono ¬≠sceva, pittori e scultori di piazza Do ¬≠natello e di via degli Artisti, tutti riu ¬≠niti insieme in una tavolata. Io stavo in disparte, timoroso per istinto e per ragione. E se mi vedono? e se mi tro ¬≠vano? L√¨ c’ero gi√†’ stato un paio di volte. Nessuno mi chiedeva nulla, neppure le tessere. Naturalmente, niente pane, niente carne: soltanto verdura per primo piatto e per se ¬≠condo. Dopo, filavo via.

Saranno state le quattro quando ero entrato in casa. Era un rifugio. Quan ¬≠tunque sapessi che a quei tempi nes ¬≠suno era sicuro in nessun luogo, in quella casa finivo per sentirmi pro ¬≠tetto. Era diventata casa dacch√© c’era venuto Saba con le Line. Era di ¬≠ventata un approdo per molta gente perseguitata. Il rischio era grande, ma nessuno pens√≤ mai di negare l’ospita ¬≠lit√† a un antifascista o a un persegui ¬≠tato dal fascismo. Natalia Ginzburg ha ricordato nel suo Lessico famiglia ¬≠re il giorno in cui arriv√≤ a Firenze dopo la morte di suo marito. La casa cui approd√≤ fu quella di Saba, iscrit ¬≠ta presso il proprietario sotto il nome di Mario Spinella. Ero nel corridoio quando lei entr√≤. Ricordo il grido e i singhiozzi.

– Quella povera Alessandra, √Ę‚ÄĒ dis ¬≠se la Lina passandomi accanto. Aveva detto il nome sotto il quale, in quegli anni, si era nascosta Natalia Ginz ¬≠burg.

Cos√¨ era spesso. Molta gente perse ¬≠guitata trovava riparo in quella casa di perseguitati: il pianterreno di un villino piccolo borghese che a me face ¬≠va immaginare i tempi in cui Firenze era diventata capitale d’Italia, e i bu ¬≠rocrati si facevano costruire case nel ¬≠la prossima periferia: burocrati tori ¬≠nesi venuti con le scartoffie dei mini ¬≠steri e anche burocrati di altre citt√†, nuovi di zecca, reclutati strada fa ¬≠cendo dall’unit√† nazionale.

– Non vuole che glielo presenti?

Di lui e di Conversazione in Sici ¬≠lia avevo parlato con Saba, ma pi√Ļ spesso ne avevo parlato nelle serate in cui tentavamo di portare in fondo una partita a carte e, invece, i ricordi, le rievocazioni, le impressioni sulle letture prendevano il sopravvento. ¬ę E’ uno dei pi√Ļ bei libri che abbia letto ¬Ľ, dicevo, e poi raccontavo come lo avessi scoperto, come mi fossi indi ¬≠gnato e rallegrato quando Il Popolo d’Italia aveva attaccato Vittorini ac ¬≠cusandolo d’essere un pornografo, e come avessi portato quel libro in giro tra gli amici.

– S√¨, √Ę‚ÄĒ risposi all’invito della Li ¬≠na.

Entrammo insieme nella stanza grande. Vittorini, vestito di scuro e con i baffi, parlava appoggiandosi con un gomito al grande mobile buffet che occupava la parete opposta alla porta del giardino. Saba era seduto accanto alla tavola e lo ascoltava. Era sorridente. Dal Nord, Vittorini aveva portato buone notizie: fascisti e te ¬≠deschi non avevano pi√Ļ tregua, in nessuna citt√†, in nessun paese d’Ita ¬≠lia.

Vittorini, quando mi vide, smise di parlare e mi guard√≤. Gli dovevano avere gi√† parlato di me e dei miei entusiasmi per il suo libro. Fatto sta che quando ci tendemmo la mano, ar ¬≠rossimmo tutti e due. Io cercai di dire qualche cosa su Conversazione in Sicilia, sulla lettura che ne avevo fatta, sulle discussioni con gli amici, e via di seguito; lui cerc√≤ di ringrazia ¬≠re, ma era imbarazzato, esitante. Ne venne fuori un colloquio, su per gi√Ļ, di questo tenore:

– Sa che √® il pi√Ļ bel libro che io…

– Ah, per carit√†: √® una cosa cos√¨…

– Eh, no, altroch√©…

Gli altri ci guardavano e credo si divertissero.

La casa di Saba, in piazza Pitti, era una specie di porto di mare. Gente che andava e veniva, uomini e donne, ragazzi e ragazze. La famiglia, alla fine, aveva trovato riparo lass√Ļ, in quell’ultimo piano. Dalle finestre, si vedeva una piazza Pitti sbiancata dal sole, polverosa, percorsa in lungo e in largo dalla gente che, nella gran ¬≠de confusione e nella generale mi ¬≠seria di quei giorni, si era trovata im ¬≠provvisamente ospite nei saloni del Palazzo.

Io arrivavo in bicicletta. La mette ¬≠vo in fondo all’androne, chiusa a chia ¬≠ve, e salivo in cima. Cominciavamo a parlare, ma arrivava qualcuno: ab ¬≠bracci, saluti, un’atmosfera da scam ¬≠pato pericolo. Il discorso ricomincia ¬≠va tra altre voci, altri discorsi.

Visto Il dittatore?

РSì.

– Levi far√† l’articolo di fondo sul ¬≠la Nazione del popolo.

Carlo Levi aveva finito o stava ri ­leggendo Cristo si è fermato a Eboli.

Fu la Lina a parlarmene.

– E’ bello? √Ę‚ÄĒ le chiesi io.

– S√¨, √Ę‚ÄĒ rispose lei.

– E’ un romanzo o che Cosa?

– Un po’ l’uno e un po’ l’altro. Parla di quando Levi era al confino a Eboli. Si avvicin√≤ ancora di pi√Ļ e mi disse: √Ę‚ÄĒ Non √® bello come una poe ¬≠sia di Umberto.

Nella stanza, ci saranno state alme ¬≠no dieci persone. Era una stanza con una finestra a strapiombo sulla piaz ¬≠za, con un tavolo grande nel mezzo, un mobile di qua e uno di l√†, un quadro rosa di Carlo Levi alla parete, un divano dove sedevano le persone che non avevano pi√Ļ trovato sedie.

Saba, in quel chiacchierio, se ne stava seduto accanto alla finestra e leggeva. Ora capitava sempre pi√Ļ spesso che avesse negli occhi quel sorriso astuto che per un attimo gli era balenato sul viso la sera della ce ¬≠na con il ketchup. Ma spesso la ma ¬≠linconia lo riprendeva, ed era quan ¬≠do pensava a Trieste, che era di l√† del ¬≠la Linea gotica. Come quella mattina che lo incontrai in piazza Pitti. Anda ¬≠va verso il portone di casa appoggian ¬≠dosi alla mazza, con quel suo passo tal quale quello di mio nonno Giona, tutto su una parte, poggiato su una gamba sola. Lo raggiunsi, fermai la bi ¬≠cicletta e lo salutai. Mi guard√≤ per un attimo, quindi venne su da un pozzo di pensieri. Disse queste paro ¬≠le:

– L’odier√≤ sempre la tua citt√†.

C’ero stato bene qui. Ma ora la odio.

città maledetta!

Provai una stizza incontenibile. Poi capii. Io ero a casa mia, nella mia cit ¬≠t√†, libera, povera, ferita, piena di gen ¬≠te, di polvere, di odori nuovi: lui, in ¬≠vece, no. Pi√Ļ di molti altri, io sape ¬≠vo che razza d’inferno fossero stati i mesi trascorsi.

Non dissi nulla. Ma lui concluse:

РNon potrò mai tornare a Trieste.

S’infil√≤ nell’androne senza dire nient’altro, e lo vidi sparire nell’oscurit√† delle scale.

Ora non badava ai discorsi che si facevano nella stanza. Era preso dal ¬≠la lettura. Mi aspettavo che, all’improvviso, come spesso faceva, comin ¬≠ciasse a leggere ad alta voce. Ma poi si alz√≤ e venne tra noi. In quel mo ¬≠mento, io parlavo dei comunisti e del ¬ę partito nuovo ¬Ľ.

Mi ascoltò fino in fondo, poi mi guardò come per scoprire se aves ­si mutato faccia. E disse:

РVa là! In politica, tu la pensi co ­me me. Sei un liberale.

РDopo tante battaglie, il Cid muo ­re di crepacuore la domenica di Pen ­tecoste.

Andavamo su e gi√Ļ nel chiostro. La ragazza era abbastanza bellina, picco ¬≠la e rotondetta, e gestrosa

– Come comincia?

– … lorando de los ojos.

– Questi professori √Ę‚ÄĒ disse √Ę‚ÄĒ han ¬≠no perduto tutti la testa con la politiica. Prima, nessuno se ne occupava.

Anche io pensavo che, di politica, non ci se ne dovesse pi√Ļ occupare. Ma non mi piaceva sentirmelo dire.

– Prima c’era il fascismo, √Ę‚ÄĒ ri ¬≠sposi √Ę‚ÄĒ ora c’√® la libert√†.

– Prima c’erano gli squadristi, ora ci sono i partigiani.

Annaspai in cerca di una risposta. Non la trovai. Pensavo che sarebbe dovuto passare il tempo, gli anni e le generazioni. L’amarezza non serviva a nulla. E questa era la prima, rico ¬≠nosciuta lezione di dialettica.

Si avvicin√≤ un altro. Anche lui si lamentava della libert√†. Diceva che non c’erano pi√Ļ i maestri n√© il rigore di un tempo.

– Se le cose stanno cos√¨, prendia ¬≠mo noi un’iniziativa.

– Sentiamo, √Ę‚ÄĒ disse lui.

– Chiediamo a uno scrittore, a un poeta, a chi vuoi, di venire a parlarci della sua opera.

– Chi, per esempio?

– Qui a Firenze c’√® Montale, c’√® Saba.

Fece la faccia di uno che sentiva questi nomi per la prima volta.

– Che vuoi, √Ę‚ÄĒ divag√≤ √Ę‚ÄĒ con tutto il casino che c’√® in giro, c’√® poco da fare.

– C’√® la libert√†, √Ę‚ÄĒ dissi io.

– Mi sembra un gran casino, √Ę‚ÄĒ ri ¬≠pet√© lui.

La ragazza diceva:

РCid. Arabo, sid, che viene da sayyd, che significa signore. Come morì il Cid?

(1949-1963)

Ottavio Cecchi

Copyright 1967 by Vanni Sclieiwiller, Milano.


Letto 1333 volte.
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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart