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LETTERATURA: I MAESTRI: Storielle d’auto

17 Gennaio 2015

di Dino Buzzati
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 16 luglio 1969]

Che curiosa impressione mi fa (certe sere tra amici, discorsi abbandonati a ruota li ­bera, stupidi forse) sentir par ­lare di automobili come se fos ­sero semplicemente automobi ­li, marca tipo cilindrata ripresa tenuta di strada freni prestazioni velocistiche eccete ­ra, che noia, come se fossero cose, macchinismi, e non al ­tro. Invece.

MASCHIO O FEMMINA? – Da noi si dice auto femminile, in francese pure √® donna, per√≤ √® maschio in Germania, idem nel vasto comprensorio ingle ¬≠se. La nostrana femminilit√† dipende, mi puniscano i filo ¬≠logi se baglio, dal fatto che automobile √® aggettivo riferito a ¬ęmacchina ¬Ľ o ¬ęvettura ¬Ľ, poi sostantivato. Ma se da noi si facesse un referendum popolare, il risultato riuscirebbe incerto Gli italiani la (o lo) vedono maschio per la forza dirompente nella ripresa e nei sorpassi, per il maschile divo ¬≠ramento dei chilometri, per l’ascendente √Ę‚ÄĒ discendente or ¬≠mai – esercitato sulle ragaz ¬≠zine sprovvedute quando si pi ¬≠lota una (uno?) spavalda su ¬≠per. Per√≤ donna quando lui preme il piede destro a de ¬≠stra, e la sente sottomessa e schiava facendola rimbalzare, sulle curve, dalla quarta in terza dalla terza in quarta brutalmente, e lei si assoggetta e gode (almeno sembra) e si dona con elasticit√† in tutte le sue risorse viscerali, cos√¨, per fargli piacere.

CABALA DEL CK – Poco nota ancora al grande pub ¬≠blico √Ę‚ÄĒ e finora non sostenuta da una seria documenta ¬≠zione statistica √Ę‚ÄĒ √® stata ela ¬≠borata la teoria che certe per ¬≠correnze, contrassegnate da particolari numeri, sono ne ¬≠gative al guidatore. Esempio elementare: ¬ępunte ¬Ľ di mas ¬≠sima pericolosit√† si avrebbero in corrispondenza ai cosiddetti numeri omogenei segnati dal contachilometri (CK), come 1111, 11111, 2222, 22222 e cos√¨ via; mentre alcuni, inge ¬≠nui, amano veder comparire al finestrino quelle cifre tutte uguali. Questo l’abc della dot ¬≠trina. Gli astrologhi sono in ¬≠tervenuti con molte sottili im ¬≠plicazioni. Se uno, poniamo, √® nato il 7 maggio 1932 far√† bene a stare attento quando il cruscotto sta per segnare 7532, o 75932. Se uno ha compiuto 47 anni, usi la mag ¬≠giore circospezione quando compaiono i multipli della ci ¬≠fra: ogni 47 chilometri do ¬≠vrebbe procedere con le orecchie alzate. Subentrano le ma ¬≠nie: rallentare al massimo e avanzare col fiato sospeso quando sta per scattare il quadrato, o il cubo, della propria et√†. Entrano in gioco, natural ¬≠mente, anche le persone a bor ¬≠do. C’√® chi, prima di invitare un amico o conoscente a pren ¬≠der posto, si informa dei suoi dati anagrafici ed esegue i relativi computi col regolo calcolatore. I ¬ępuri ¬Ľ della scuola sono pervenuti a una casistica talmente vasta e raffinata da coprire praticamente quasi tutti i numeri dal due all’infinito. Dopodich√© hanno venduto la macchina, viaggiano in treno, in citt√† si spostano a piedi, e stanno sempre meglio di salute.

SENSIBILIT√≠‚ā¨ DEI SEMAFORI – Avrete notato, ne ¬≠gli incroci dove passate nor ¬≠malmente, come di volta in volta varii il comportamento dei semafori. Candidamente, i preposti al traffico cittadino sono convinti che quegli or ¬≠digni luminosi obbediscano al ¬≠le pure e semplici leggi fisiche e meccanicamente eseguano gli ordini ricevuti: cosicch√©, se regolati a tenere acceso il verde per quindici secondi, ogni volta quindici secondi sa ¬≠ranno. Illusi. I semafori sono spesso dotati di una sensibilit√† arcana, affatto ignota a chi li fabbrica; e avvertono a di ¬≠stanza, nelle cateratte di mac ¬≠chine che convergono su di loro, se c’√® qualche caso in ¬≠teressante. L’automobilista an ¬≠sioso, in ritardo, preoccupato di far presto e di non perdere un secondo, √® la vittima fa ¬≠vorita. Quanto pi√Ļ lui ha fret ¬≠ta, tanto pi√Ļ il semaforo √® maligno e, a costo di trasgre ¬≠dire le pi√Ļ elementari norme di disciplina, anticipa fulmi ¬≠neamente lo scatto del rosso cos√¨ da sbarrargli la strada. Dopodich√© prolunga con scan ¬≠daloso arbitrio la durata del ¬ę no ¬Ľ fino a due, tre volte la dose normale. L’automobilista impreca, digrigna i denti e alle volte impazzisce.

MIMETISMO – Altro feno ¬≠meno non abbastanza studia ¬≠to dalle case costruttrici, le quali forse potrebbero arri ¬≠vare a controllarlo, stimolan ¬≠dolo o frenandolo a seconda dei casi: l’auto, in genere, ten ¬≠de ad imitare chi la guida, e ad assomigliargli anche fisica ¬≠mente. Non bastano certo po ¬≠chi chilometri di frequentazione. Soltanto dopo qualche settimana la macchina comin ¬≠cia ad adeguarsi, assumendo anche nell’aspetto virt√Ļ o difetti del pilota. Cosicch√© capita ¬≠di capire subito, guardando una vettura che ci precede, indipendentemente dalla sua velocit√†, proprio per l’espressiva complessiva, che il guidatore √® un tipo pigro, lento nei riflessi, tardo a rimettersi in moto, amante della buona tavola, incerto nelle situazioni urgenti e spinose. All’inverso, dalla grinta che assume √Ę‚ÄĒ e magari si tratta della stessa marca, dello stesso modello, dello stesso colore √Ę‚ÄĒ si rico ¬≠nosce l’auto che √® nelle mani di uno dei tanti bulli spadroneggianti √Ę‚ÄĒ adesso meno di una volta, per fortuna √Ę‚ÄĒ sulle strade d’Italia.

SOLITUDINE! – L’esaspe ¬≠razione nevrastenica del furi ¬≠bondo scatenamento del traffi ¬≠co intorno, quella rabbiosa macina, catastrofico incombe ¬≠re di selvaggi camion bestioni stritolatori, alle spalle incal ¬≠zati da feroci occhiaie ammic ¬≠canti. Via, via, basta con que ¬≠sto inferno. Alla periferia, alla campagna, all’aria pura, al si ¬≠lenzio. Non basta. Centinaia, migliaia di chilometri, e an ¬≠cora imperversano le belve. Via, via, ai limiti del mondo abitato. Pi√Ļ avanti ancora. S√¨, nel deserto di sabbia piatto e incontaminato, dove dall’epoca della creazione non √® mai pas ¬≠sata anima viva. Liberazione. A perdita d’occhio non vedere neanche un topino delle pira ¬≠midi. Non c’√® pi√Ļ bisogno, grazie a Dio, di specchio re ¬≠trovisore. Finalmente lui, o lei, si ferma. Che solitudine, che pace. Con un sospiro di indicibile sollievo apre la por ¬≠tiera per discendere. Un cicli ¬≠sta, che procede nello stesso senso, va a sbatterci contro malamente.

BARBONI – Nottetempo i camposanti delle macchine, nei prati incolti di l√† del casello del dazio, non hanno bisogno di custode, si sa. Chi rube ¬≠rebbe? Ma anche se i ladri venissero, difficilmente qualcu ¬≠no risponderebbe a simile of ¬≠ferta di lavoro, neanche i mor ¬≠ti di fame. Perch√© di notte, quei ruderi, carcasse, defunti carrozzoni senza pi√Ļ ruote n√© motori, si risvegliano, ed √® ra ¬≠ro che non vengano a lite. Quasi sempre, anzi, scendono alle vie di fatto. Non c’√® peggior dolore… Ultima consola ¬≠zione infatti, prima del defini ¬≠tivo obbrobrio e annientamen ¬≠to, essi raccontano ai compa ¬≠gni di sventura i propri anni felici. E nel rimpianto cocentissimo ciascuno si esalta in ¬≠ventando fasti e glorie inve ¬≠rosimili, padroni altolocati e famosi, viaggi alla Terra del Fuoco, crociere a velocit√† su ¬≠personiche. Gli altri allora lo sbeffeggiano, lui risponde, si scontrano, schianti penosi di lamiere si spandono per la squallida e deserta contrada.

Mi ricordo, una dozzina di anni fa, in un prato in fondo a viale Fulvio Testi, dove por ¬≠tavo a far correre i cani, di avere conosciuto un vecchio ¬ę clochard ¬Ľ ancora ben por ¬≠tante. Come gli rivolsi la parola, subito cominci√≤ a rac ¬≠contarmi che sua madre, ric ¬≠chissima, era stata regina di Niguarda e girava con una car ¬≠rozza d’argento; poi erano ar ¬≠rivati i tedeschi (sic) e la famiglia aveva perso fin l’ulti ¬≠mo centesimo. Sua mamma, aggiungeva, era famosa in tut ¬≠ta la Lombardia. A questo punto due altri barboni seduti sull’erba un po’ discosto han ¬≠no cominciato a ridere e a emettere lunghi fischi da mandriano. Al che lui, rosso rabbia, gli si √® gettato contro. Erano tutti e tre oltre i cinquanta. Eppure non ho ma visto in vita mia darsene tante.

FANTASMA DEL PASSA ¬≠TO – Che fine √® toccata alla famosa macchina blu elettri ¬≠co, decapottabile, a due posti, che abbiamo avuta tanti anni fa, che abbiamo desiderata, comperata, amata, coccolata, vezzeggiata, e poi crudelmente abbandonata per prenderne un’altra pi√Ļ giovane e pi√Ļ bel ¬≠la? Ogni volta si ha l’illusione di un vincolo profondo, come tra vecchi amici, destinato a durare per sempre, e il pen ¬≠siero rifugge dal momento, che pur si sa presto o tardi inevitabile, in cui ce ne do ¬≠vremo sbarazzare. Poi, con rapidit√† imprevista, il momen ¬≠to viene, si vuotano i riposti ¬≠gli del cruscotto, si accompa ¬≠gna la infelice dal rivenditore e la temuta lacerazione senti ¬≠mentale non avviene, per noi √® oramai una cosa morta, sul ¬≠la soglia non ci voltiamo nep ¬≠pure indietro per un’ultima oc ¬≠chiata d’addio. E le avevamo voluto tanto bene! Che fine avr√† fatto? Nelle mani di un negriero che l’ha sfruttata bru ¬≠talmente portandola anzitem ¬≠po al cimitero? O di un si ¬≠gnore d’alto sentire che l’ha rimessa a nuovo, anzi arric ¬≠chita di ogni possibile bellu ¬≠ria, cosicch√© oggi √® annotata nel Gotha dell’antiquariato in ¬≠ternazionale? No, non era tipo tanto chic da poter sedurre un esteta. Sar√† discesa di pa ¬≠rallelo in parallelo, come ca ¬≠pita, fino al profondo polve ¬≠roso sud, e qui avr√† goduto una sorta di seconda amara giovinezza. Poi, anche lei.

Troppo tempo √® passato. Non ne rimarr√† neanche una fetta di lamiera. Eppure, di quando in quando, l√† dove si addensano le folle, ai grandi quadrivi, ai terminal d’auto ¬≠strada, sui viadotti babelici, ci par di intravederla, un po’ sbrindellata ed acciaccata, pe ¬≠r√≤ sempre di colore blu, sem ¬≠pre snella, col suo bel musetto impertinente. Ah, il rimorso. Come avvicinarsi, come chia ¬≠marla? Ma √® gi√† sparita. Un’ombra.


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Bart