di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, lunedì, 23 dicembre 1968]
Ritorno di Soffici col pre testo dell’uscita degli ultimi due volumi delle Opere com plete nelle edizioni Vallecchi e più precisamente dell’Autori tratto d’artista italiano nel quadro del suo tempo.
Come ricorderanno i lettori più agguerriti l’Autoritratto comportava nella prima edizione quattro volumi: L’uva e la croce pubblicato nel 1951, Passi fra le rovine del 1952, II salto vitale del 1954 e Fine del mondo del 1955. Un lungo discorso che portava il lettore dall’in fanzia alla fine dell’età felice del Soffici, vale a dire dal 1879 al 1915. Un po’ come dire, il tempo grande dello scrittore e dell’inventore critico o, me glio ancora, il ritratto del Sof fici che aveva contato di più ed era stato il simbolo del l’arte nuova e della letteratura d’avanguardia.
Il confronto che nasceva spontaneo alla prima lettura di quelle pagine era fatalmente fissato fra il primo Soffici e quella che è stata la storia del Soffici ufficiale, cosi come si era venuto configurando dopo la guerra del ’15. Ognuno di noi era spinto a verificare il peso dell’evoluzione dello scrittore e quindi a mettere in evidenza quelli che apparivano come probabili tradimenti o â— da un altro punto di vista â— la marcia di avvicinamento a un ideale classico.
È chiaro che, posta in que sti termini, la questione rischia va di degenerare in polemica, perdendo di vista quello che pure rappresentava il dato nuovo dell’Autoritratto. D’altra parte il Soffici non arrivava a questa esperienza del tutto digiuno; c’erano stati in pre cedenza documenti ben precisi e alti di questa facoltà di me moria e anche gli osservatori più sospettosi non potevano disconoscere la forza e la novità di certi suoi ricordi. Ma non basta, forse è giusto dire che la letteratura di memoria è nata in Soffici molto tempo prima, alla fine dell’avventura, se non ancora più avanti, se è vero che certe pagine della Giostra dei sensi suonavano appunto come un invito al ri cordo e come un bisogno di ritorno al passato prossimo.
Qui nell’Autoritratto è mu tata la prospettiva, chi rac conta non è più’ legato agli avvenimenti, anzi si è abitua to a interporre fra racconto e oggetto del racconto una nuova ideologia, un nuovo modo di concepire la vita. Era, dunque, questo il motivo della doppia sorpresa al momento della pub blicazione: il lettore fedele di Soffici era portato a immagi nare il narratore alla luce dei primi anni del secolo mentre lo scrittore si trovava su una posizione del tutto diversa, senza volerlo era diventato giudice del proprio passato. Di qui la diversità del tono, quel tanto di distacco che faceva â— sia pure abusivamente â— pensare a un Soffici perfetta mente integrato nella tradi zione dell’ultimo Ottocento to scano. Per adoperare un paradosso, la sorpresa dipendeva dal fatto che il lettore fisso al regime della Giostra, dello stesso Lemmonio Boreo di col po si trovava in un’atmosfera alla Nobili o alla Martini.
La colpa evidentemente era del lettore prevenuto, per cui il Soffici vero sarebbe finito con la guerra. In effetti sarebbe bastato procedere su un modo di lettura libero per ca pire che, in fondo, non c’era contraddizione e che già nel primo Soffici c’erano tutti i presupposti per calcolare una soluzione del genere, insomma per intravyedere il Soffici del la maturità. Da aggiungere che qui, oltre tutto, si andava al di là della seconda storia di Soffici e che l’Autoritratto appar teneva di diritto all’ultima sta gione dello scrittore, vale a dire a quella che era stata la sua nuova visione del mondo dopo il quarantacinque. I tem pi della sua opera sono tre e non vanno alterati, né â— tanto meno â— sottoposti ad abusi da parte nostra. Il Soffici â— dono (tanto per riprendere una definizione inevitabile del Ser ra) è in potenza il Soffici del l’ordine, si vuol dire che c’è una linea unica che porta da gli scritti di polemica innovatrice a questo autoritratto ma che questa linea ha avuto due soluzioni opposte, sempre de terminate dal bisogno di rea zione immediata agli avveni menti.
Chi vada in fondo al giuoco non trova neppure una vera e propria contraddizione fra il Soffici rivoluzionario e il Sof fici tradizionalista, in quanto la sua idea di bellezza artisti ca resta fuori del tempo per obbedire a una categoria tutta naturale e niente affatto cri tica. In altri termini potrem mo anche dire che il Soffici è stato uno dei rarissimi scrit tori ingenui del Novecento e aggiungere che il raccontare apparteneva precisamente a questa sua prima immagine. Chi ha conosciuto di persona lo scrittore non stenta a ritro vare in queste pagine il dato della semplicità e dell’ingenui tà, per cui conta solo ciò che si prova, ciò che si esperimenta di persona. Il Soffici che torna da Parigi è per forza di cose costretto a raccontare le sue esperienze e di conseguenza a fare della sua memoria il pun to di partenza e per il suo lavoro di artista e anche per quello di critico e di teorico. Allo stesso modo il Soffici che lascia il mondo e si chiude a Poggio a Caiano procede sem pre sulla stessa direzione e trasferisce la verità dal campo dell’avventura a quello della tradizione. Il suo occhio non cambia e uguale rimane la sua sicurezza, la sua tranquilla vi sione degli uomini e delle cose. Poteva sbagliare, poteva soste nere delle cause perdute ma sempre in buona fede, dal mo mento che non aveva dubbi sulle sue scelte, sulle sue interpretazioni. Proprio perché era soltanto un artista, sarebbe ingiusto chiedergli conto delle sue idee, dei suoi mutamenti apparenti.
L’Autoritratto avrebbe potu to essere un lungo esame di coscienza o almeno un bilan cio. Ma tale idea non sarebbe mai potuta nascere in Soffici, di qui la soluzione naturalissima e spontanea del racconto, della memoria intesa come un’altra categoria intellettuale. La stessa ricchezza di partico lari, la stessa libertà e len tezza del racconto stanno a convincerci della bontà di que sta interpretazione. Soffici davvero credeva a quello che faceva e a nessun patto avreb be potuto dubitare del proprio passato. Non importa che l’uomo di Rete Mediterranea agli occhi degli altri risultasse di verso dal collaboratore della Voce e di Lacerba, Soffici non aveva dubbi, tutto della sua storia teneva e non consen tiva riserve di alcun genere. Nel Congedo infatti non di menticava di ristabilire le di stanze, per sé aveva scelto la parte del semplice narratore, quella del critico e dello sto rico la lasciava ad altri.
Se il lettore non dimentica questa raccomandazione, sarà in grado di leggere nel senso giusto l’Autoritratto e di cono scere un Soffici che in fin dei conti non è poi troppo diverso da quello letto e frequentato in passato.