Solitudini familiari

di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 18 aprile 1969]

Nei « parchi » di conserva ­zione e ripopolamento della fauna e flora selvatiche, la cu ­riosità è presto sazia di brac ­care, scovare, circuire e scru ­tare in automobile gli animali d’ogni specie, annoiati anche loro, specialmente le belve carnivore, che di giorno avrebber bisogno di rifarsi, dormen ­do, delle notturne veglie a caccia, a far carne e sangue di miti erbivori sgozzati o ac ­coppati dalle fiere zanne e dal ­le potenti zampe unghiute.

In natura, tant’è, si nasce mite o feroce, chi ad uccidere e mangiare, e chi ad esser mangiato ed ucciso. Si dice in natura fra gli animali, perché fra uomini nella storia… è me ­glio lasciar perdere. Nei « par ­chi », la protezione, per assicurare ai feroci prede viventi e la carne e il sangue fresco di cui abbisognano, produce al far d’ogni sera notti di tre ­genda alle gentili svelte gaz ­zelle, alle gaie pingui zebre, ai gibbuti bovini selvatici: ai timidi, inermi, inoffensivi.

Non c’è che fare, è inevita ­bile: a spese, però, degli in ­nocui, degli innocenti, se in natura non fosser tutti inno ­centi, i miti e i feroci, i carni ­vori e gli erbivori, secondo nascita e istinto nativo. Però, seppur di giorno le pascolan ­ti vittime designate son tran ­quille ed ignare e magari al ­legre, non vuol dir che di not ­te, sentendosi cercate al fiuto e dagli occhi notturni dei fe ­lini, fiutandone l’afrore feri ­no, col brivido in corpo delle zanne e delle grinfie, non vuol dire che le vittime non sof ­frano, come ogni essere vi ­vente, quanto esso è capace di soffrire all’estremo.

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Di giorno dunque le belve disturbate nel sonno, si an ­noiano, sto per dire quanto la mia sazia curiosità, ovvero accorgendomi che buon nu ­mero degli indigeni arredati ed armati alla selvaggia sui margini delle strade in bo ­scaglia, vi convengono a cer ­car la tenue mancia per cui si offrono agli obbiettivi del ­l’invadente e fotografante tu ­rismo di massa. Sicché il loro grido, che sembra guerrie ­ro e venatorio, suona invece, tradotto: â— Fotografia!

C’è, in Tanzania, un parco di selva vegetalmente selvag ­gia, nel quale i leoni hanno preso il vezzo, insolito e stra ­no nella loro specie, di far la loro siesta diurna sugli albe ­ri, bizzarri a vedersi così po ­polati di leoni maschi e fem ­mine, sonnecchianti sui rami, appollaiati. Bizzarria per bizzarria, non so evitar di pensare che abbian preso cotesto vezzo per sottrarsi al fastidio dei visitatori in automobile, col solo rischio di ricever dal ­l’alto i loro escrementi.

E’ per contro il parco sel ­voso, boscaglioso, erboso, step ­poso, paludoso e lacustre, bel ­lo e vario d’ogni vegetale vi ­gore naturale, da cui si sale alla montagna su cui si trova una veduta straordinaria di autentica primitività terrestre, animalesca, umana.

E’ nel vano, rotondo, di un cratere vulcanico, immenso; ma alle immensità l’occhio in Africa s’abitua presto. Piutto ­sto, è raro, fra tanti crateri terrestri, il fatto che gli orli di questo sono intieri, non franati né slabbrati in nessun tratto del perimetro enorme. Il cratere di Ngorongoro, nel suo cavo di geologico catino, vastissimo accoglie un lago e stagni d’acque piovane; palu ­di e acquitrini d’acque sorgive: ogni sorta di terreni, i più fertili, i più sterili come certi banchi di sabbie vulcaniche.

Esso dunque alberga e nutre tutte le specie di selvatici, sal ­vo, se non sbaglio, la schiva e sospettosa giraffa, animale di pianura e collina. I carnivori ci son tutti, e tutti gli erbivori, anche l’ippopotamo sonnecchiante a riva sommerso solo a mezzo, e forse spaesato in acque per lui, animale fluvia ­tile, scarse e stagnanti. Tutti gli altri invece, nel luminoso segreto, alto duemila metri sul livello marino, del recinto vul ­canico, sembra che abbian un agio, una spontaneità di vita naturale, che, per intanto, sconsiglia di avvicinarsi alla leonessa che ha annidati i suoi neonati fra le alte e forti erbe nei pressi di un vivido ruscel ­letto sorgivo. D’altra parte, cotesta spontaneità, nel numero e nella fecondità di gazzelle e zebre e bovini selvatici, sem ­bra che designi, e destini le loro stirpi a nutrire i felini. Natura vuol esser presa com’è.

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Vi sono anche, numerose, le specie d’uccelli d’acqua e di terreni fradici, e, col can ­dido e gozzuto pellicano, con aironi e trampolieri, stormi folti di fenicotteri effondono in riva al lago il mirabile riflesso piumoso delle loro pen ­ne rosate.

Sconcertante animale, avver ­so e dispettoso alla natura me ­desima e a tutti gli altri e a sé stesso, l’imprevedibile e mostruoso rinoceronte, lo scuro di cotenna ed il chiaro ugualmente scontrosi, leva l’incredibile grifo ed il corno, giran ­do attorno l’occhio di sguardo spento ma iracondo: con un mezzo grugnito ed un goffo scambietto del madornale cor ­paccio catafratto, spicca un trotterello tanto ridicolo a ve ­dersi quanto pericoloso se al ­l’animale venisse l’estro di ca ­ricare gli intrusi e sfondar l’automobile.

Nel cratere di Ngorongoro è presente la geologia, che l’ha strutturato e foggiato ai tempi in cui formò di magma vulca ­nico la prima scorza del trava ­glioso pianeta; e il paleonto ­logico rinoceronte vi reca il segno, la data delle seguenti età in cui natura si espresse in un eccesso dello strano e del bizzarro e del mostruoso, tanto vegetale quanto zoolo ­gico.

Il sole equatoriale in alto cielo, a mezzo il giorno, col ­ma la circoscritta quiete del cratere, d’una luce d’alta mon ­tagna, che sembra nel giorno immota, come sembran ferme nel tempo le immagini delle remote e remotissime età ter ­restri. Le nubi in transito, con le loro nerazzurre ombrie tra ­scorrenti sul fondo del gran recinto, calano dalle pareti e le risalgono, ripe scoscese in cui si ravvisa l’opera del fuo ­co e della lava, delle eruzioni e dei crolli vulcanici. Lavoro formidabile a pensarsi, che qui, a vedersi, ha un esito idillico, pur severo ed arcano.

Mancherebbe la preistoria umana, se non avvenisse di scorgere, ai margini d’un bo ­sco, un manipolo di indigeni armati delle armi loro primi ­tive, e gruppetti di donne e bimbi. Tutti quanti muovono con la guardinga leggerezza di mosse che fu descritta dagli esploratori, capace di non scrollar fronda e di passar su fogliame secco senza farlo cre ­pitare. Così passano, imper ­turbabili, accanto un branchetto d’imperturbati elefanti, intenti, sventolando le vaste orecchie, a brucare con la sa ­via e delicata proboscide mannelli d’erbe e fresche cime d’arbusti e alberelli: il grande animale che, temuto da tutti, non teme nessuno, e se non è provocato non fa e non riceve male.

E intanto che in quegli umani primitivi credo di scor ­gere il costume naturale e la naturistica arte del viver sel ­vaggio, me ne dà conferma, all’altro margine del bosco, il villaggio, col suo recinto di siepe spinosa e di robusta palizzata, che racconta le notti di questo agglomerato di selvaggi fra i selvatici, e atte ­sta che qui abitano per elezione, e non hanno ragion di viverci altra che una loro superstite vocazione a un mo ­do d’esistere in elementare immediatezza con la natura, che durò in Africa le migliaia d’anni e s’è perso e sparito in meno di un secolo.

Così il cratere di Ngoron ­goro testimonia sensibilmente, in un idillio geologico e zoo ­logico e preistorico, la vetustà della terra e delle specie animali e del genere umano, in una solitudine grandiosa e familiare, remota e immediata.

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E’ raro di solito, ma, nei giorni in cui le nuvole sorgon in masse dall’Oceano Indiano agli altipiani a prepararvi, due volte l’anno, le grandi pioggie feconde, è rarissimo, che il più alto monte dell’Africa mostri fuor delle nubi l’am ­pio candore delle eccelse sue nevi perpetue, in una sublime solitudine di terra e di cielo.

In cielo infatti esse appaio ­no, sopra l’ombra verde, neb ­biosa, che cinge il piede del gran monte, e ne isola la vet ­ta, quasi levitante, portentosa apparizione, nell’azzurro del cielo d’Africa limpidissimo.

E’ una veduta, specie a ve ­derla nascere e chiarirsi d’ora in ora percorrendo la stermi ­nata pianura antistante al Kilimangiaro, che tiene del ­l’incredibile, fantasiosa come le illusioni della « fata morgana » nelle solitudini deser ­tiche. Né so credere che nean ­che in Africa, di solitudini vasta creatrice, ce ne sian più splendide e solenni che que ­sta del Kilimangiaro, potentis ­simo fra i vulcani che strutturarono tanta parte del conti ­nente nei tempi della loro attività eruttiva ed esplosiva.

Nei mesi di siccità, l’elefan ­te sparisce dalla pianura, mi ­grando, sapiente animale, alle fresche e ubertose pendici del monte. Se è una leggenda, è appropriata e significativa, come lo è pur la storia geo ­grafica della scoperta, che al primo scopritore fruttò d’es ­sere trattato, dai dotti geogra ­fi, di visionario e forse impo ­store, con sua disperazione, finché il giorno che venne la conferma, il malavventurato morì in un fortuito incidente.

E sembra favola, tragico ­mica, della sorte degli scopri ­tori di novità malgrate al sussiego dei dotti, e, così in fiaba, d’una misteriosa ritro ­sia del superbo Kilimangiaro, che gli antichi indigeni teme ­vano come sede e residenza di spiriti avversi e vendicativi.

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