di Virgilio Lilli
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 25 marzo 1970]

Sono bravi i morti. Sono generosi, sono belli, sono gen ­tili, sono intelligenti e altro. Insomma sono per molti ver ­si esemplari.

Non come morti, intendia ­moci. Come morti in realtà non sono più nulla. Fuggito dalle loro membra il soffio vi ­tale, per qualche ora essi con ­tinuano a incarnare agli occhi nostri una specie di ipo-vita, di « sonno in grande » provo ­cato da un misterioso ipnotiz ­zatore. Si tratta evidentemen ­te di una illusione, ma ad es ­sa noi ancoriamo disperata ­mente in quegli attimi le spe ­ranze d’una impossibile resur ­rezione. E non esiste forse es ­sere umano al mondo che da ­vanti al corpo gelido e immo ­to d’una persona a lui cara coricata sul letto di morte â— sospinto non da una fede ben ­sì da una totale incredulità â— non abbia pensato che in es ­sa in realtà sussistesse ancora un estremo esile sedimento di vita, quasi il residuo d’ener ­gia in una batteria staccata dalla dinamo, ridotta alla pas ­sività cioè ma capace di ac ­cogliere una riattivazione.

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In quella fuggevole fase dell’immediato post-mortem voglio dire, il nostro strug ­gimento ha un riverbero di così intenso, accorato amore che â— col nostro rifiuto di accettare una realtà incredibi ­le â— noi ci illudiamo di po ­tere fornire a quel corpo iner ­te una carica rigeneratrice. E mentre stupefatti lo fissiamo, facciamo fatica a reprimere nel fondo della nostra co ­scienza le parole che vorreb ­bero erompere dalle nostre labbra, imperative e forse per ­fino blasfeme: « Alzati e cam ­mina! ».

Durante questo labile inter ­vallo fra l’annientamento di chi amammo e l’accettazione della sua sorte da parte del ­la nostra sensibilità ferita e disorientata, il dolore agisce sulla nostra fantasia come una macchina di rianimazio ­ne: i morti sotto i nostri oc ­chi sembrano muoversi, sem ­brano accennare un sorriso, dischiudere le labbra. La ve ­rità è che noi prestiamo loro un poco della nostra vita; la verità è che inconsciamente noi irradiamo sulla loro or ­mai spenta quiete una vita di natura immaginaria che li trattiene fra noi, in mezzo al ­le nostre passioni, alle nostre virtù e anche ai nostri vizi e difetti. Ed è la ragione per cui fino a quel momento essi non sono « bravi », in certo senso ancora vivi e come tali imperfetti anche ai nostri oc ­chi che già li piangono.

Solo più tardi ci avvedre ­mo che quel « sonno in gran ­de » è la fine; che è un « per sempre ». Il loro corpo diver ­rà allora per noi una cosa: disertato dalla vita, ci renderemo conto che se ne im ­padronirà la chimica. Di chi « è andato », a questo punto a noi resterà un lascito con ­creto e astratto insieme, co ­munque estremamente flut ­tuante e malleabile: il ricor ­do. Che sarà poi, tutto som ­mato, una storia, o meglio un racconto, un fenomeno affida ­to alla nostra discrezione, al quale saremo noi a conferire un profilo, un peso, un vo ­lume, una luce.

Quale meraviglia se il nostro amore â— alimentato non tanto dalla présa di coscien ­za di una realtà in sé ingrata e ostile, quanto dalla libertà della nostra interpretazione â— ci condurrà a disegnare quel profilo nel più benevolo dei modi? A non lasciare nul ­la di intentato perché quel peso, quel volume, quella lu ­ce, siano tutti positivi? In ­consciamente la nostra memo ­ria ingentilita dalla tristezza comincerà ad erigere un mo ­numento a chi ci ha lasciato su questa terra. Lentamente ma inderogabilmente il nostro morto diverrà appunto bello, intelligente, leale…

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Chiunque sia stato in vita, ad esso attribuiremo un di ­ploma di merito, anche in contrasto con quante testimo ­nianze reali e tangibili ci avrà lasciato. Avrà inizio nella pol ­pa del nostro subconscio un lavoro di restauro della sua personalità al quale ci dedi ­cheremo senza sforzo o fati ­ca, assecondati da quanti lo conobbero e lo frequentarono nel nostro comune raggio di esistenza. Buono, bravo, cor ­tese, modesto, perspicace, semplice, geniale e altro. Ci aiuterà in una simile opera la magia degli eufemismi alla quale attingeremo senza ri ­sparmio; e ci consentirà una ricostruzione plastica di natu ­ra psicologica non dissimile da quella materiale dei chi ­rurghi che « ricostruiscono » un volto deformato da un in ­cidente stradale.

E anzi: i suggerimenti per il modellato di questa figura ricavata a colpi di amoroso scalpello nel blocco della me ­moria ci verranno proprio dai suoi difetti, dalle sue malfor ­mazioni, dalle sue anomalie, dai suoi vizi. E se in realtà era stato in vita avaro, ci di ­remo in buona fede che era sobrio, parco, umile; e se in realtà era stato in vita violen ­to, ci diremo che era aperto, estroverso, incapace di calco ­li. ricco di incontenibile vitalità; e se in realtà in vita era stato ipocrita, ci diremo che era discreto, delicato, rispettoso della sensibilità altrui; e così via.

Difficilmente ci distacche ­remo da questo procedimento, se non altro perché esso ci darà la sensazione di non tra ­dire un personaggio inventan ­dolo, trasferendolo nella lan ­terna magica del mito, bensì di partire rigorosamente da una realtà che inserirà la sua figura nella storia; sulla scor ­ta di fatti e di dati reali (in ­consciamente da noi capo ­volti) .

Sotto questo aspetto è dif ­ficile trovare fra i morti una autentica canaglia, un cinico, un ladro, un efferato assassi ­no, per chi fu suo congiunto o ebbe amicizia o sia pure dimestichezza con esso. E’ ra ­ro trovare un tipico sciocco, rarissimo trovare un bugiar ­do, un traditore. Chi si atten ­terà a dichiarare di una per ­sona che frequentò o che co ­munque varcò il muro di cin ­ta della sua vita, una volta passata oltre la frontiera di questa terra, che fu un pes ­simo arnese? E si potrebbe sostenere che la strada più di ­retta per guadagnarsi una vol ­ta per sempre la stima dei propri simili sia quella del ci ­mitero, la più cortese anto ­logia biografica che i vivi pos ­sano leggere sia pure nel te ­sto epigrafico delle pagine di marmo dei sepolcri. Sotto questo aspetto, la morte ra ­pisce i migliori, quasi sempre, anche quando, come talvolta avviene, si tratta in realtà dei peggiori. Sotto questo aspet ­to, ancora, l’elogio per eccel ­lenza è quello funebre, se non altro perché è definitivo, per ­ché non richiede revisioni, perché è consegnato all’eter ­nità.

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Esiste dunque una « laudatio mortui » che è quasi una legge fisica, la risultante di componenti indiscutibili an ­che se a tutta prima possono apparire oscure e irrazionali. Sembra infatti difficile deter ­minare perché la perdita del ­la vita, in un nostro simile, esalti nei suoi confronti la no ­stra considerazione, il nostro affetto, la nostra stima. Si sa ­rebbe tentati di dire che in noi operasse una viltà per la quale, scomparso material ­mente nel nostro simile un an ­tagonista, noi ci si liberasse dalla carica d’aggressività istintiva del nostro impulso di dominio (« ora che non c’è più lui, deponi le armi »). Che insomma vedessimo nel ­lo scomparso un nemico in fuga al quale costruire ponti d’oro.

Io penso non debba essere così. Penso invece che la mor ­te sia veramente di per se stessa un lete purificatore, una disintossicazione, uno svele ­namento di colui sul quale si abbatte. Che già di per se stessa, ripeto, al di fuori del nostro soggettivo intervento, essa trasformi i segni « me ­no » in segni « più »; non so ­lo. ma che ingigantisca i pic ­coli meriti alla dimensione di doti d’eccezione, di santità e d’eroismo qualche volta, ad ­dirittura. E agisca su colui che ci fu vivo al fianco come un bagno di sviluppo agisce su una pellicola fotografica impressionata, nella tenebra della camera oscura: che ce ne rivela l’immagine, dando corpo alle forme, ai lineamen ­ti, ai volumi e alle luci prima inesistenti.

Un fenomeno illusorio? Un effetto di miraggio? Un ennesimo inganno da parte del ­la vita affidato nientedimeno alla morte? E’ una interpre ­tazione possibile, ma a mio vedere da respingere, respin ­gendone così tutta la carica amara. Accogliendo, al con ­trario, l’ipotesi che il proces ­so che ci sospinge fuori del cerchio dell’esistenza terrena sia una promozione e insie ­me un riscatto, mi sembra più plausibile ritenere che i mor ­ti siano bravi, belli, buoni, generosi, veramente, dico nel ­la realtà, tutti; e che la perdita della terra coincida puntualmente, per chi emigra, con l’acquisto d’un primato.

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