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LETTERATURA: I MAESTRI: Sulla cresta dell’onda

19 Gennaio 2015

di Dino Buzzati

[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 30 agosto 1969]

Io sono il maestro direttore della banda musicale che ese ¬≠gue i festeggiamenti sulla cre ¬≠sta dell’onda.

Siamo in trentadue sistemati su una specie di zatterone che oscilla sospeso in bilico sul li ¬≠quido crinale, ma non c’√® pe ¬≠ricolo che scivoli gi√Ļ da una parte o dall’altra, perch√© √® sta ¬≠to costruito da Dio.

Noi di solito suoniamo schierati sui quattro bordi della zattera, la faccia in fuo ­ri, affinché tutto il mondo ascolti. Nel centro sorge una costruzione di legno che ci serve per abitazione. Sul tet ­to, un terrazzino, da cui di ­rigo. Benché mi voltino le spalle, i musicanti seguono i miei gesti con la coda degli occhi.

Di queste bande ne esisto ¬≠no migliaia, forse decine di migliaia perch√© l’onda si estende a perdita d’occhio in tutte le contrade della Terra, anche nei paesi pi√Ļ misera ¬≠bili: anche laggi√Ļ infatti esi ¬≠stono uomini un po’ meno poveri, donne un po’ meno brutte, cacciatori un po’ meno sfortunati, e ad essi appunto spetta la festa dell’onda.

Questo non è il posto del ­la felicità, ammesso che la felicità possa esistere, è sem ­plicemente il posto del suc ­cesso, e del potere, della ric ­chezza e della gloria.

Dalla sommit√† dell’onda noi dominiamo i suoi due versanti, quello della salita che √® liscio ma ripido soprat ¬≠tutto nell’ultimo tratto, e quello della discesa il quale invece √® accidentato e imprevedibile, ora divalla in re ¬≠golare pendio, ora precipita a picco fino in fondo, ora si rompe frantumandosi in vor ¬≠tici di catastrofiche schiume.

*

Anch’io, da ragazzo, quan ¬≠do studiavo al conservatorio, sognavo di arrivare quass√Ļ vittorioso, celebrato come un nuovo Toscanini, anzi ancora pi√Ļ grande. Poi, la vita. Ras ¬≠segnato ormai alla mediocri ¬≠t√†, ai quarant’anni mi hanno offerto questo posto. Adesso ne ho sessantatr√©. E ne ho viste, sapeste. E l’onda va, va, mai si √® fermata dal tempo dei primi faraoni, mai si fer ¬≠mer√†, e il suo ritmo √® terri ¬≠bile, se dallo zatterone fis ¬≠siamo le acque che fuggono sotto di noi, vengono la ver ¬≠tigine e la paura.

Credevo, prima di accettare l’incarico, si trattasse di un lavoro gradevole e brillante, sempre a contatto con le ce ¬≠lebrit√† e i grandi della Terra.

Al contrario, √® un lavoro penoso, perch√© noi viviamo, √® vero, nell’empireo della glo ¬≠ria, ma soltanto come lacch√®, e soprattutto perch√© quanto avviene sotto i nostri occhi dalla mattina alla sera, men ¬≠tre noi intoniamo le marce trionfali, gli osanna, gli esul ¬≠tate e gli alleluia, ci stringe e tormenta il cuore.

Vediamo laggi√Ļ, all’inizio della salita, le sterminate fol ¬≠le amorfe. Per la distanza ci appaiono come un grigio bru ¬≠lichio che si perde all’estremo orizzonte. Ma dalla folla in ¬≠differenziata si staccano in continuazione i volonterosi, o gli illusi, o semplicemente i fortunati, che intraprendono l’ascesa.

Giovani, intrepidi, gli occhi raggianti, sembrano galoppa ¬≠re sul filo delle acque che si avventano verso l’alto, guada ¬≠gnano rapidamente distanza, gi√† noi possiamo distinguerne i volti, arrancano tendendo le mani, gridando, cantando. Pe ¬≠r√≤ all’improvviso smarriscono lo slancio, incespicano, si fer ¬≠mano, titubano, l’onda aven ¬≠do, chiss√† come, cessato di trascinarli.

E’ una breve crisi, si inten ¬≠de, una sosta necessaria per tirare il fiato, dopo tanta sa ¬≠lita, tra poco sar√† il balzo finale. Ma le acque continua ¬≠no a scorrere con cieca velo ¬≠cit√† sotto di loro, e i piedi, le mani non fanno pi√Ļ presa. Li vediamo proprio sotto di noi che ci fissano smarriti, e qualcuno invoca aiuto, che gli gettiamo una corda, op ¬≠pure ci lancia delle borse pie ¬≠ne di sterline d’oro, che in ¬≠toniamo per loro una bella marcia, come se veramente fossero arrivati in vetta, per farlo sapere ai parenti e agli amici.

Ma l’una e l’altra cosa so ¬≠no severamente proibite, e io non voglio perdere il posto. Chiudiamo dunque le orec ¬≠chie alle disperate invocazio ¬≠ni, ributtiamo gi√Ļ le borse d’oro.

*

Ed ecco, proprio quando sembra che manchi soltanto un soffio, gli sciagurati non tengono pi√Ļ, la corrente che fino a poco fa li traeva in alto li trasforma in uno scivolo viscido che li succhia nel botro della sconfitta, poveri ra ¬≠dazzi, il sostegno vien meno, arretrano, gi√Ļ, gi√Ļ, accelera ¬≠zione, precipitano, si contor ¬≠cono, si deformano, il falchet ¬≠to trasformato in talpa, la fatina in curva megera, lonta ¬≠nissimi, rotti brandelli, per ¬≠duti per sempre, riinghiottiti dalla squallida folla.

Eppure, di tanto in tanto, una fatalit√† afferra uno di quelli, lo tira su per la bar ¬≠ri√®ra finale. Lo vediamo cos√¨ sbucare dal ciglio dell’onda, la faccia tesa in uno strano sorriso. Eccolo, eccola, dinan ¬≠zi a noi, sulla vetta suprema dei desideri, genio, artista, scienziato, banchiere, statista, condottiero, industriale, sa ¬≠cerdote, attore, diva, milardaria, regina. Tec tec, il se ¬≠gnale della mia bacchetta in levare. Il primo meraviglioso squillo di tromba.

La gloria? la potenza? le parate per Broadway? l’amo ¬≠re delle bellissime? Sono gio ¬≠vani, tutta la vita dinanzi a loro, che lungo cammino sen ¬≠za termine tra gli applausi, i fiori, le luci, i baci, le gran ¬≠dezze, le nostre belle fanfare. Si guardano intorno trionfa ¬≠tori, si assaporano, si adora ¬≠no, si credono dei.

Un guizzo, un movimento impercettibile, un tic. Appena arrivati in cima. Un minuto, meno di un minuto. Noi mu ¬≠sicanti non siamo ancora giunti al primo ¬ę refrain ¬Ľ. La voragine sotto i loro piedi, lo schiumoso baratro, la ve ¬≠locit√† spaventosa del tempo. Non fanno neppure in tempo a voltarsi, i beniamini della sorte, a chiamare soccorso, a tentare una qualche resisten ¬≠za. La cresta felice ha la du ¬≠rata di un respiro. Gi√† scen ¬≠dono. Precipitano. Spariti nel ¬≠la buca. Dimenticati. Mai esi ¬≠stiti. Il nulla. Il silenzio.

E allora, in quel momento solenne, io alzo di nuovo la bacchetta. La cresta dell’on ¬≠da per il momento √® rimasta deserta. Sta scendendo la se ¬≠ra. Siamo soli. Coraggio. Una volta tanto, attacchiamo per noi stessi la famosa ¬ę Scalata del cielo ¬Ľ di Widmar Johannsen, massima glorifica ¬≠zione in re maggiore. Per noi poveracci, che un giorno ab ¬≠biamo sperato, ma ci manca ¬≠rono le forze.

Nembi wagneriani incom ¬≠bono sul dorso livido dell’onda, crudele mostro della vita. Facciamo finta, amici. Cer ¬≠chiamo di suonare bene. Illu ¬≠diamoci di essere noi i vin ¬≠citori.

Troppo tardi. La notte. Al buio non si suona. Nella no ¬≠stra baracca. Al lume di can ¬≠dela, la cena. Nessuno parla. I pensieri. Ma da fuori, anche in noi si spande il rombo per ¬≠petuo dell’onda √Ę‚ÄĒ la gloria, l’oro, il dominio, il lusso, la caducit√†, la polvere √Ę‚ÄĒ fra ¬≠stuono di applausi e di morte.


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Bart