di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, domenica 24 agosto 1969]

«Anche questi sono malati. E allora non lamentarti. Sono i cronici, quelli abbandonati perfino dalla speranza. Se sei ancora vivo, capace, fresca la mente, trova anche in loro le novità, scopri il loro mondo. Non sono persone umane? ».

Il dottor Anselmo era stato trasferito al Reparto cronici. Quella mattina si avviava al suo lavoro, tra coloro che ave ­vano fatto i capelli bianchi in ­sieme alla follia.

Ci fu subito un fatto com ­movente: violento si risolleva ­va il passato. Malate che Anselmo non vedeva da dieci, venti, trenta anni, si ripresen ­tavano. Lontano quel giorno che, giovani, le aveva ricevute al Reparto Osservazione.

Anselmo entra nel nuovo Reparto, e, alla capo-servizio, alla Bice:

– Allora interroghiamole, cominciamo.

– Dalla lettera A?

– No. A caso. Dove le cor ­re la mano.

La Bice, la caporeparto, era in piedi, alta, giunonica, da ­vanti allo scaffale delle Car ­telle cliniche.

– A caso?

– Sì. Metta la mano in una casella.

– E’ la G.

– Sì, la G.

La Bice offre ad Anselmo, seduto dietro la scrivania del ­lo studiolo, le cartelle di quel ­la lettera; sono un fastelletto di sei o sette.

Il medico sfoglia la prima. Subito appare la sua calligra ­fia, tonda, chiara; a quel tem ­po c’era l’inchiostro, il pen ­nino. Legge i suoi commenti, liberi, diversi dalla psichiatria ufficiale. Trascura dolorose considerazioni che gli sorgono e corre alla realtà di quella mattina:

â— Il nome, il nome! Come si chiama? Chi è? Ah! La Grimalda. Ecco la fotografia. Si ­curo! E’ quella. â— E corre alla data di ingresso: â— 1945! Perbacco. Sono passati ventiquattro anni. E’ lei. Me la ri ­cordo perfettamente.

Anselmo viene investito da una torma di sentimenti, tra i quali il piacere di risuscitare il passato, rifarlo vivo.

– Me la chiami â— dice al ­la caporeparto. â— La chiami, per cortesia â— ripete in fretta.

– E’ qui vicino, nella stan ­za di cucito. Un caso eccezio ­nale che stamani si sia alzata. Non esce mai dal letto.

La Grimalda entra. Solo una differenza. A causa degli anni trascorsi è come cospar ­sa di leggera cenere.

Entra nello studio e subito muove quella sua piega sulle labbra, inconfondibile, di ama ­rezza, sdegno, delusione per le vicende del mondo.

– Signorina Grimalda! Lie ­to di rivederla, dopo tanti anni.

Essa alza lento il sopracci ­glio destro con condiscenden ­za, garbatezza, educazione.

« Eccola, di nuovo, dopo tanti anni! » dentro di sé escla ­ma Anselmo. « Una specie di genio. E’ più che pigra, è iner ­te, è accidiosa, ha respinto ogni dovere sociale, allontana ­to da sé ogni prossimo ».

E intanto Anselmo, con una specie di furia, accavallamen ­to di immagini, ricostruisce il suo passato, tutto gli ritorna, mentre la Grimalda, lì, melli ­flua, si è seduta, davanti a lui. I suoi occhi neri ancora due stelle che risplendono senza perché, senza curiosità.

*

Una ragazza che si distin ­gueva, un tipo di creola, i ca ­pelli nerissimi, la pelle liscia e con riflessi bruni. Snella e insieme morbida. La voce con dentro una nenia, una asson ­nata musica. Emanava un lan ­guore, che non dispiaceva. Tra le cose che sapeva fare era il ricamo, eccelleva anche a dipingere su tela, accostava i colori, otteneva raffinati im ­pasti.

Una mattina, più insistente ­mente, indugiò nel letto. Da quel giorno fu un progredire.

I familiari tentarono stimo ­larla, strapparla da quel nido.

Le fiorì in risposta quella piega delle labbra dove era descritta la noia, la sopporta ­zione, il disgusto verso chi o cosa la circondava.


Ogni giorno cresceva di una tinta, di un’ombra. Non vole ­va più alzarsi; era servita in ogni mossa, anche a letto man ­giava. Appena se si levava per sue necessità.

Sembrava che la noia, il te ­dio la cullassero, ed essa ne provasse piacere, la voluttà di negare qualsiasi interesse per gli altri.

I familiari si irritavano, in certi giorni la investivano di urla, offese. Nessun risultato.

Una cameriera fu quasi completamente dedicata a lei.

E però c’era stata in lei una modifica, un accrescimento, aveva preso un indirizzo, in quello stagno di indifferenza.

Adesso si occupava inten ­samente mai più del suo spi ­rito, si occupava dei propri visceri, china su di loro. At ­tenta, attentissima. Come un prete che dice messa. Essa in ­ginocchiata davanti al suo fe ­gato, al suo pancreas, i reni, la vescica, l’utero, tesa a udi ­re il primo sottile gemito, l’a ­dorato richiamo di una articolazione, di un muscolo. Ma ­dre chinata sulla culla dell’in ­fante.

Quando descriveva i particolari dei suoi visceri in pe ­na, alla solita piega delle labbruzze aggiungeva un vermicolìo, un pieghettamento feb ­brile che correva per tutto il contorno.

Stranamente il viso era di ­venuto più bello, pervaso da luci e ombre di Madonna la ­crimosa.

I familiari erano al limite. I medici, chiamati e richiama ­ti, negavano ogni malattia.

La famiglia era benestante, non straricca; e il comporta ­mento della ragazza gravava sul bilancio. Dopo scenate, suppliche, insulti, lusinghe, decisero di toglierle la came ­riera che in certi giorni per ­fino la imboccava, non aven ­do essa voglia di forchetta e coltello.

Più amaro fu il suo sorriso. Sdraiata nel letto per ore e ore, i cuscini non più molciti, le lenzuola non più fresche, costretta ad alzarsi per un po ­co di cibo, ogni giorno diven ­ne più tetra, più determinata. E la sua mente superò un al ­tro ostacolo, il nome, il co ­stume della famiglia.

Non venne a patti. Se aves ­se concesso, promesso, dimo ­strato un po’ di attività, avreb ­be riconquistato dei benefici, almeno guadagnato una pro ­roga. Non venne a patti. Vo ­leva l’ubbidienza assoluta, ser ­vizio completo. Procedette nel suo cammino. Un posto per lei, con diurna e notturna as ­sistenza, c’era, ci doveva es ­sere. I familiari ormai da get ­tar via.

I Grimalda abitavano in una grossa casa di campagna, una vecchia villa. Nel mezzo del giardino c’era un pozzo.

Una notte d’agosto, in ca ­micia â— la famiglia dei con ­tadini nel casolare vicino an ­cora con le luci accese â— es ­sa abbandonò il letto. Come una pizia parlò per la strada, la voce alta, infamie contro i familiari, gridò il suo marti ­rio. La luna splendeva nel cie ­lo afoso.

Si appoggiò alla sponda. Stridette come un uccello not ­turno e si lasciò andare giù.

L’acqua era meno bassa del previsto, le pareti umide, ali di pipistrelli.

In quegli istanti la pigrizia fuggì. â— Aiuto! Aiuto!

Accorsero dal casolare.

Ci fu un particolare da commedia. Le lanciarono una corda, la più vicina, quella della stessa carrucola, da an ­ni non usata.

Le gridarono di annodarse ­la sotto le ascelle, che l’avreb ­bero tirata su. Essa eseguì. La corda marcia, a metà sospen ­sione, si spezzò e la Grimalda ritonfò giù, nell’acqua tinta.

Si provvedette con una cor ­da nuova.

Fu tirata su grondante, al lume delle stelle; la camicia la modellava.

I familiari trovarono logico ricoverarla in manicomio.

*

Erano passati ventiquattro anni. Adesso era davanti al dottor Anselmo. Intatta. Ec ­cetto quella polvere del tra ­scorrere del tempo. Intatta. Anzi, più sicura, trionfatrice, regina del non fare, dell’inat ­tivo. Le infermiere ogni otto ore si erano sostituite intorno al suo letto, ogni otto ore un turno fresco. Per ventiquattro anni.

Lei sdraiata, sul suo trono, sul letto; ogni giorno un ge ­mito per qualche suo viscere, l’accusa di una pena che era dovere del medico e delle in ­fermiere alleviare. Pulita, nu ­trita, assistita. Forse in antico esisteva qualche popolo che così trattava le proprie dee.

Anselmo si rapisce a guar ­darla ed ascoltarla. Gli occhi ancora splendenti, due stelle nere; la voce con quella mu ­sica assonnata, con una nenia nostalgica.

Accorgendosi dell’interesse, la Grimalda stende mollemen ­te una mano affilata, indica il dorso, pallido, dove nel mez ­zo c’è un color rosa della grandezza di una medaglietta:

– Mi brucia qui. Sono tre giorni. Mi sveglio la notte. Presto! Un calmante, un lini ­mento, una pomata.

– Certo, signorina Grimal ­da. Provvederò subito. Sono il suo servitore.

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