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LETTERATURA: I MAESTRI: Sua Maestà

16 Aprile 2013

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 24 agosto 1969]

¬ęAnche questi sono malati. E allora non lamentarti. Sono i cronici, quelli abbandonati perfino dalla speranza. Se sei ancora vivo, capace, fresca la mente, trova anche in loro le novit√†, scopri il loro mondo. Non sono persone umane? ¬Ľ.

Il dottor Anselmo era stato trasferito al Reparto cronici. Quella mattina si avviava al suo lavoro, tra coloro che ave ­vano fatto i capelli bianchi in ­sieme alla follia.

Ci fu subito un fatto com ­movente: violento si risolleva ­va il passato. Malate che Anselmo non vedeva da dieci, venti, trenta anni, si ripresen ­tavano. Lontano quel giorno che, giovani, le aveva ricevute al Reparto Osservazione.

Anselmo entra nel nuovo Reparto, e, alla capo-servizio, alla Bice:

– Allora interroghiamole, cominciamo.

– Dalla lettera A?

РNo. A caso. Dove le cor ­re la mano.

La Bice, la caporeparto, era in piedi, alta, giunonica, da ­vanti allo scaffale delle Car ­telle cliniche.

– A caso?

РSì. Metta la mano in una casella.

– E’ la G.

РSì, la G.

La Bice offre ad Anselmo, seduto dietro la scrivania del ­lo studiolo, le cartelle di quel ­la lettera; sono un fastelletto di sei o sette.

Il medico sfoglia la prima. Subito appare la sua calligra ¬≠fia, tonda, chiara; a quel tem ¬≠po c’era l’inchiostro, il pen ¬≠nino. Legge i suoi commenti, liberi, diversi dalla psichiatria ufficiale. Trascura dolorose considerazioni che gli sorgono e corre alla realt√† di quella mattina:

√Ę‚ÄĒ Il nome, il nome! Come si chiama? Chi √®? Ah! La Grimalda. Ecco la fotografia. Si ¬≠curo! E’ quella. √Ę‚ÄĒ E corre alla data di ingresso: √Ę‚ÄĒ 1945! Perbacco. Sono passati ventiquattro anni. E’ lei. Me la ri ¬≠cordo perfettamente.

Anselmo viene investito da una torma di sentimenti, tra i quali il piacere di risuscitare il passato, rifarlo vivo.

– Me la chiami √Ę‚ÄĒ dice al ¬≠la caporeparto. √Ę‚ÄĒ La chiami, per cortesia √Ę‚ÄĒ ripete in fretta.

– E’ qui vicino, nella stan ¬≠za di cucito. Un caso eccezio ¬≠nale che stamani si sia alzata. Non esce mai dal letto.

La Grimalda entra. Solo una differenza. A causa degli anni trascorsi è come cospar ­sa di leggera cenere.

Entra nello studio e subito muove quella sua piega sulle labbra, inconfondibile, di ama ­rezza, sdegno, delusione per le vicende del mondo.

РSignorina Grimalda! Lie ­to di rivederla, dopo tanti anni.

Essa alza lento il sopracci ­glio destro con condiscenden ­za, garbatezza, educazione.

¬ę Eccola, di nuovo, dopo tanti anni! ¬Ľ dentro di s√© escla ¬≠ma Anselmo. ¬ę Una specie di genio. E’ pi√Ļ che pigra, √® iner ¬≠te, √® accidiosa, ha respinto ogni dovere sociale, allontana ¬≠to da s√© ogni prossimo ¬Ľ.

E intanto Anselmo, con una specie di furia, accavallamen ­to di immagini, ricostruisce il suo passato, tutto gli ritorna, mentre la Grimalda, lì, melli ­flua, si è seduta, davanti a lui. I suoi occhi neri ancora due stelle che risplendono senza perché, senza curiosità.

 

*

 

Una ragazza che si distin ­gueva, un tipo di creola, i ca ­pelli nerissimi, la pelle liscia e con riflessi bruni. Snella e insieme morbida. La voce con dentro una nenia, una asson ­nata musica. Emanava un lan ­guore, che non dispiaceva. Tra le cose che sapeva fare era il ricamo, eccelleva anche a dipingere su tela, accostava i colori, otteneva raffinati im ­pasti.

Una mattina, pi√Ļ insistente ¬≠mente, indugi√≤ nel letto. Da quel giorno fu un progredire.

I familiari tentarono stimo ­larla, strapparla da quel nido.

Le fiorì in risposta quella piega delle labbra dove era descritta la noia, la sopporta ­zione, il disgusto verso chi o cosa la circondava.

 


Ogni giorno cresceva di una tinta, di un’ombra. Non vole ¬≠va pi√Ļ alzarsi; era servita in ogni mossa, anche a letto man ¬≠giava. Appena se si levava per sue necessit√†.

Sembrava che la noia, il te ­dio la cullassero, ed essa ne provasse piacere, la voluttà di negare qualsiasi interesse per gli altri.

I familiari si irritavano, in certi giorni la investivano di urla, offese. Nessun risultato.

Una cameriera fu quasi completamente dedicata a lei.

E per√≤ c’era stata in lei una modifica, un accrescimento, aveva preso un indirizzo, in quello stagno di indifferenza.

Adesso si occupava inten ¬≠samente mai pi√Ļ del suo spi ¬≠rito, si occupava dei propri visceri, china su di loro. At ¬≠tenta, attentissima. Come un prete che dice messa. Essa in ¬≠ginocchiata davanti al suo fe ¬≠gato, al suo pancreas, i reni, la vescica, l’utero, tesa a udi ¬≠re il primo sottile gemito, l’a ¬≠dorato richiamo di una articolazione, di un muscolo. Ma ¬≠dre chinata sulla culla dell’in ¬≠fante.

Quando descriveva i particolari dei suoi visceri in pe ­na, alla solita piega delle labbruzze aggiungeva un vermicolìo, un pieghettamento feb ­brile che correva per tutto il contorno.

Stranamente il viso era di ¬≠venuto pi√Ļ bello, pervaso da luci e ombre di Madonna la ¬≠crimosa.

I familiari erano al limite. I medici, chiamati e richiama ­ti, negavano ogni malattia.

La famiglia era benestante, non straricca; e il comporta ­mento della ragazza gravava sul bilancio. Dopo scenate, suppliche, insulti, lusinghe, decisero di toglierle la came ­riera che in certi giorni per ­fino la imboccava, non aven ­do essa voglia di forchetta e coltello.

Pi√Ļ amaro fu il suo sorriso. Sdraiata nel letto per ore e ore, i cuscini non pi√Ļ molciti, le lenzuola non pi√Ļ fresche, costretta ad alzarsi per un po ¬≠co di cibo, ogni giorno diven ¬≠ne pi√Ļ tetra, pi√Ļ determinata. E la sua mente super√≤ un al ¬≠tro ostacolo, il nome, il co ¬≠stume della famiglia.

Non venne a patti. Se aves ¬≠se concesso, promesso, dimo ¬≠strato un po’ di attivit√†, avreb ¬≠be riconquistato dei benefici, almeno guadagnato una pro ¬≠roga. Non venne a patti. Vo ¬≠leva l’ubbidienza assoluta, ser ¬≠vizio completo. Procedette nel suo cammino. Un posto per lei, con diurna e notturna as ¬≠sistenza, c’era, ci doveva es ¬≠sere. I familiari ormai da get ¬≠tar via.

I Grimalda abitavano in una grossa casa di campagna, una vecchia villa. Nel mezzo del giardino c’era un pozzo.

Una notte d’agosto, in ca ¬≠micia √Ę‚ÄĒ la famiglia dei con ¬≠tadini nel casolare vicino an ¬≠cora con le luci accese √Ę‚ÄĒ es ¬≠sa abbandon√≤ il letto. Come una pizia parl√≤ per la strada, la voce alta, infamie contro i familiari, grid√≤ il suo marti ¬≠rio. La luna splendeva nel cie ¬≠lo afoso.

Si appoggi√≤ alla sponda. Stridette come un uccello not ¬≠turno e si lasci√≤ andare gi√Ļ.

L’acqua era meno bassa del previsto, le pareti umide, ali di pipistrelli.

In quegli istanti la pigrizia fugg√¨. √Ę‚ÄĒ Aiuto! Aiuto!

Accorsero dal casolare.

Ci fu un particolare da commedia. Le lanciarono una corda, la pi√Ļ vicina, quella della stessa carrucola, da an ¬≠ni non usata.

Le gridarono di annodarse ¬≠la sotto le ascelle, che l’avreb ¬≠bero tirata su. Essa esegu√¨. La corda marcia, a met√† sospen ¬≠sione, si spezz√≤ e la Grimalda ritonf√≤ gi√Ļ, nell’acqua tinta.

Si provvedette con una cor ­da nuova.

Fu tirata su grondante, al lume delle stelle; la camicia la modellava.

I familiari trovarono logico ricoverarla in manicomio.

 

*

 

Erano passati ventiquattro anni. Adesso era davanti al dottor Anselmo. Intatta. Ec ¬≠cetto quella polvere del tra ¬≠scorrere del tempo. Intatta. Anzi, pi√Ļ sicura, trionfatrice, regina del non fare, dell’inat ¬≠tivo. Le infermiere ogni otto ore si erano sostituite intorno al suo letto, ogni otto ore un turno fresco. Per ventiquattro anni.

Lei sdraiata, sul suo trono, sul letto; ogni giorno un ge ¬≠mito per qualche suo viscere, l’accusa di una pena che era dovere del medico e delle in ¬≠fermiere alleviare. Pulita, nu ¬≠trita, assistita. Forse in antico esisteva qualche popolo che cos√¨ trattava le proprie dee.

Anselmo si rapisce a guar ­darla ed ascoltarla. Gli occhi ancora splendenti, due stelle nere; la voce con quella mu ­sica assonnata, con una nenia nostalgica.

Accorgendosi dell’interesse, la Grimalda stende mollemen ¬≠te una mano affilata, indica il dorso, pallido, dove nel mez ¬≠zo c’√® un color rosa della grandezza di una medaglietta:

РMi brucia qui. Sono tre giorni. Mi sveglio la notte. Presto! Un calmante, un lini ­mento, una pomata.

РCerto, signorina Grimal ­da. Provvederò subito. Sono il suo servitore.

 


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Bart