Variazioni #6/10

di Eugenio Montale
[dal “Corriere della Sera”, domenica 19 ottobre 1969]

Sono del tutto privo di quel ­le esperienze che con palese eufemismo possono anche de ­finirsi come « sociali ». Mai fui cacciato in galera o in un cam ­po di concentramento, mai ho sofferto la tortura, le mie braccia non portano tatuaggi o numeri di riconoscimento e mai mi è accaduto di rifugiar ­mi all’estero mutando lingua e nazionalità. Mi è mancata anche la disgrazia o la fortu ­na di essere ebreo. Nessuno dei miei familiari e appena uno o due dei miei amici so ­no finiti nelle camere a gas. L’unica vera e importante sec ­catura che mi ha dato il fa ­scismo (a parte dieci anni di disoccupazione, peraltro non inoperosi) è stata quella d’im ­pedirmi di diventare un nar ­ratore. Avevo a disposizione il tempo, non la materia. Ac ­cumulo l’esperienza ma non so inventare.

Nei cosiddetti anni ’30 l’incomunicazione di massa, oggi fiorentissima, non aveva anco ­ra toccato il suo zenit. Entro certi limiti e con la dovuta prudenza si poteva ancora par ­lare. L’argomento maggiore verteva sulla possibilità o speranza di parlare più e meglio dell’ipotetico tempo di un post ­fascismo. Parleremo, si dice ­va, quando avremo riconqui ­stato la libertà. Nel frattempo scorsero gli anni e nella pri ­ma metà dei ’40 la libertà ci fu concessa, un po’ per meri ­to nostro, ma molto di più perché altri avevano agito per noi, naturalmente non mossi da sola pietà per il nostro stato.

Venne allora   a mancarci ogni possibilità di speculare sul poi e sul domani. Erava ­mo liberi, ma come e perché, e che cosa avremmo fatto del ­la     nostra     libertà? Furono avanzate diverse ipotesi. La libertà non esiste in natura, l’animale è sempre necessita ­to e l’individuo (l’uomo) non è nemmeno pensabile se non in rapporto ad altri individui. L’uomo realizza se stesso ne ­gandosi come tale e sommer ­gendosi nel conglomerato so ­ciale. La libertà non è l’arbi ­trio, non   è l’autosufficienza dello schiavo Epitteto, ma la accettazione   (di che cosa?). Oh, semplicemente di quello che accade, di quello che c’è. Che poi non fosse la stessa cosa l’essere e l’esserci, è ipo ­tesi che sfiorò la mente solo di pochi pazzi. Su questo pun ­to â—su quello che c’è â— idealisti storicisti e filosofi del materialismo dialettico, furo ­no tutti d’accordo. L’uomo è un animale economico e co ­me tale deve agire e pensare, il contraccolpo fu immediato anche nel mondo dell’espres ­sione, dell’arte. Un tempo la libertà dell’arte era garantita (entro certi limiti) dai regimi autoritari, autocratici. La Rus ­sia ebbe una grande letteratu ­ra sotto il dispotismo degli Zar, non sotto quello della democrazia coatta. Nell’Europa che oggi si dice libera, già da tempo i filosofi avevano ammesso la libertà dell’arte pia pure (non tutti) assegnan ­dole una sezione distinta e al ­quanto subalterna nella pira ­mide ascensionale dello Spirito. Ma ora altre necessità ur ­gevano. L’arte diventava pro ­duzione e consumo e doveva quindi rassegnarsi a una su ­bordinazione ben più grave L’accettazione stessa, l’abbia ­mo visto, era una forma di li ­bertà maggiore. La libertà del l’artista era stata una lunga e faticosa conquista dell’Illuminismo. Ma ora il serpente del progresso si mangiava la coda e questo lo avevano già detto Goethe, Burkhardt e altri prima che venisse a informarce ­ne col suo fumoso talento Teodoro W. Adorno. Ora l’arte do ­veva affermarsi come funzio ­ne, ma negarsi come essenza. L’arte non aveva ragione di esistere se non come impiego di materiali. L’arte è un ge ­sto che coinvolge   (chi?), e non altro. Al limite, l’arte la fa il recipiente (sic), non il produttore.

Forse per la prima volta nei millenni che conosciamo meglio la letteratura e la poe ­sia, ch’erano state sempre la matrice delle altre arti « bel ­le », passarono alla retroguar ­dia e cedettero le armi. I pri ­mi a buttarsi sul « materiale » furono gli artisti ex-figurativi I musicisti non tardarono a mettersi al passo. Il materiale ch’essi hanno a disposizione è infinitamente maggiore. Es ­si   possono manipolare non solo tutti i suoni e i rumo ­ri che si producono in natura, ma anche tutte le musi ­che   seppellite   negli archivi musicali. E nemmeno impor ­ta   spingersi tanto addietro. Recentemente il compositore Stockhausen     rimescolò una trentina di inni nazionali attraverso filtri, dosaggi, mo ­dulazioni di frequenza e lar ­go impiego di elettronica mi-se in pubblico certi Hymnen che destarono furore di entu ­siasmi e dissensi. Basta leg ­gere qualche scritto di questo musicista e di altri per accor ­gersi che non siamo affatto in presenza di un bluff. E’ gente che fa sul serio. Anzi non manca chi considera il nomi ­nato   Stockhausen   come un reazionario perché in lui so ­pravviverebbe   qualche cosa che fa ancora pensare alla musica. L’odio di questi uomini per l’arte è profondo e significativo. Ma non tutti sembrano avvedersi di essere piuttosto le vittime che gli araldi di un nuovo tempo. Se ne accorgeva invece Adorno e se ne avvede il giovane Mario Bortolotto che rischia di di ­ventare, ma speriamo di no, il nostro Adorno nazionale.

Chi voglia saperne di più può dare un’occhiata al n. 30 della bella rivista Il Verri di ­retta e fondata dall’intrepido amico Luciano Anceschi. E’ un fascicolo interamente de ­dicato alla nuova musica.

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Si può supporre che gli in ­ventori dell’antimusica abbia ­no avuto una vita piuttosto facile e agiata. Ma esistono casi del tutto opposti. C’è chi da una vita difficile, anzi tra ­gica, ha tratto il desiderio di non distruggere nulla, se non il male. C’è chi uscito dall’in ­ferno ha reso più lucido il suo sguardo, più pura l’aspirazione a una vita spoglia di ogni compromesso e di ogni viltà. E’ quanto è accaduto a Edith Bruck, autrice di un libro che non dovrebbe passare inosser ­vato: Le sacre nozze, pubbli ­cato da Longanesi. Tutte le infamie che a me (a noi) fu ­rono risparmiate toccarono in sorte a questa giovane donna che nata in Ungheria e più precisamente là dove s’inter ­secano Ucraina, Slovacchia e Ungheria, ha conosciuto la vi ­ta dei lager, ha raggiunto nel ’48 Israele, la sua terra pro ­messa, ed è oggi in Italia, do ­ve vive, una delle nostre più interessanti scrittrici.

Non so fino a che punto la vita dell’Eva che incontria ­mo nel libro sia una perfetta sosia dell’autrice. Ma il moti ­vo di fondo dell’opera, il ri ­fiuto della violenza, l’anelito a una libertà che non è pos ­sibile   perché   nessuno vera ­mente la vuole, accomuna cer ­tamente la donna inventata e la donna reale. Sarebbe fare un torto al libro darne uno scarno riassunto. Dire che la diciottenne     Eva   sbarcata a Haifa, in Israele, sposa un im ­becille, schiavo di una feroce madre, poi riesce a liberarse ­ne, si sposa ancora con un americano abulico e forse in ­vertito che vede in lei poco più che un « numero » da cir ­co equestre, e infine si lascia amare, e forse ama, un leno ­ne che vuol vivere alle sue spalle vendendola a provviso ­ri clienti; dire tutto ciò e ag ­giungere che in ultimo Eva si avvelena con i barbiturici e nemmeno muore, lasciandoci così in dubbio sul suo futuro non è certo un invito a leg ­gere   questo   racconto. Quel che conta non è l’intrigo ma la verità del quadro e dei mol ­teplici personaggi, e l’adaman ­tina purezza di sentimento che anima il libro da capo a fon ­do. Edith Bruck è troppo bru ­ciata dalla vita per indulgere ad ogni compromesso col suo ipotetico lettore; non scrive quel che si dice un romanzo e può raggiungere una quasi chi ­rurgica crudeltà con l’uso di un bisturi che somiglia appe ­na a una penna. Si esprime nella lingua d’uso ma non si può mai dire che la sua lin ­gua sia usata, logora. Eccelle nel dialogo ma lascia che la composizione si formi da so ­la, per aggregazione. Ciò non le riesce ininterrottamente per ­ché il ricorso al flashback rallenta l’interesse anche se ci fa meglio comprendere il dif ­ficile itinerario di una vita sof ­focata fin dalla nascita; e inol ­tre la tecnica adottata rende con allucinante verità i fatti narrati ma non li fa scorrere nel tempo. In un certo senso siamo perfettamente all’oppo ­sto della letteratura « di me ­moria ». Qui tutto vive in un eterno presente, forse necessa ­rio in una narrazione che ha per argomento non tanto un personaggio e nemmeno una folla di comprimari quanto il destino di una stirpe condan ­nata a una perenne immobili ­tà storica. Una immobilità che sottende, sempre fermissima, tutta una geenna di crudeltà, di guerre e di persecuzioni.

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C’è troppo rumore nel mon ­do? Si potrà vivere quando mostruosi aerei supersonici contenenti quattrocento viag ­giatori passeranno sul cielo delle città? Forse no, ma non è detto che il rumore sia sem ­pre inutile. Tempo addietro ero con altre tre persone. Nes ­suno di noi conosceva gli al ­tri tre. La padrona di casa fe ­ce le presentazioni, ma fu chia ­mata al telefono. Vi restò, co ­me tutte le donne, almeno die ­ci minuti. Ognuno dei quattro tentò di parlare, senza succes ­so. Incombeva un silenzio in ­frangibile. Pensai allora che sarebbe molto utile una mac ­chinetta individuale da porta ­re addosso quasi nascosta, co ­me un orologio. Un aggeggio a tasto produttore di rumori naturali, non però fisiologici. E’ vero che oggi c’è il man ­giadischi, portatile e poco in ­gombrante. Tuttavia ricorrer ­vi rivela l’intenzione e crea un imbarazzo anche peggiore del silenzio.

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