Vittoriale rivisitato

di Alfredo Todisco
[dal “Corriere della Sera”, sabato 10 maggio 1969]  

Rivisto dopo l’esperienza della contestazione di questi ultimi tempi, il Vittoriale può apparire in un riflesso nuovo, molto moderno. C’è perfino da chiedersi se un certo D’An ­nunzio che in esso si specchia non appartenga ai pionieri della rivoluzione culturale che oggi dilaga un po’ da tutte le parti.
So che la tesi di un D’An ­nunzio protocontestatore può suscitare qualche sconcerto. Considerato secondo la sua « immagine » più corrente e consolidata, nessuno più del Comandante, esaltatore della guerra e della patria, può sem ­brare al polo opposto del mo ­vimento a sfondo anarchico, dissacratore di tutti i « valori » stabiliti nella « società dei pa ­dri ». Ma D’Annunzio è stato un personaggio complesso, con molte facce e molti demoni in corpo: e fra essi ve ne sono, a mio parere, che nel momento in cui riemergono alla superficie del nostro tem ­po, meritano d’essere reinter ­pretati.
La villa di Gardone, è ve ­ro, si presenta intenzional ­mente come monumento – anche ampolloso e coccardiero – alla vittoria, all’eroismo, al sacrificio, alla grandezza nazionale: che sono ideali ra ­dicalmente negati o « demisti ­ficati » dalle nuove generazio ­ni. Ma dietro a questa fac ­ciata più esterna c’è dell’al ­tro. Alludo ai famosi ambienti morbidi e densamente edoni ­stici che fanno parte della ca ­sa originaria del Cargnacco: e dove permane più viva e fermentante l’orma della « dol ­ce vita » cui indulgeva il suo estroso abitatore. Fra penombre e luci deliquescen ­ti, la foresta del bric-à-brac floreale esotico, le pareti sop ­pannate, i sognanti cuscini, i pianoforti a coda, i quadri e gli arazzi, le pitture murali le boiseries istoriate, i motti, gli stemmi, i turiboli e gli spargiprofumi: sono interni in cui tutto si rivolge e percuote i sensi, intesi come mediatori privilegiati della esistenza in quanto piacere e affermazio ­ne vitale; e dove ogni dato cospira a scongiurare qualsia ­si processo di « sublimazio ­ne ».
 

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Un riesame dell’arredamen ­to dannunziano quale imma ­gine riflessa del personaggio chiede il paragone con i mo ­tivi più profondi che ispirano la protesta odierna: la quale, nella sua molteplicità di atteg ­giamenti, può essere ricondot ­ta a un comune denominatore che ne rappresenta l’anima: il rifiuto della società industriale in quanto supposto strumento di dominio sull’uomo.
Il rifiuto del dominio che costituisce il motore della con ­testazione si richiama solo in parte, e alla lontana, alla teo ­ria di Marx circa lo sfrutta ­mento dei lavoratori da parte dei proprietari dei mezzi di produzione: e in realtà va molto al di là, integrando vari aspetti dell’analisi freu ­diana degli istinti in rapporto con la civiltà. Il suo ragio ­namento si potrebbe sintetiz ­zare presso a poco così. La società industriale avanzata o società dei consumi fa sì au ­mentare la base materiale del ­la vita, ma lo fa grazie ad una organizzazione repressiva che, lungi dal liberare l’uomo, lo strumentalizza e lo asservi ­sce sempre di più.
Non si intende bene uno dei quid essenziali della filo ­sofia della protesta se non si avverte che essa, al di là de ­gli schemi della lotta di clas ­se, se la prende con il lavoro faticoso, meccanico, parcella ­re, automatico, dipendente, che con il taylorismo e la produ ­zione in serie la società indu ­striale ha portato al massimo grado. Orbene, questo lavoro spiacevole non lo si può otte ­nere dall’uomo se non a prez ­zo di una severa repressione degli istinti primari, della lo ­ro sublimazione, e della cana ­lizzazione delle loro potenti energie nelle attività produt ­tive.
Questa repressione degli istinti significa, essenzialmen ­te, repressione dell’Eros: in ­teso non semplicemente come sesso, ma come sfera in cui si radicano tutte le forze espan ­sive e creative dell’uomo: arte, fantasia, gioco, creatività, li ­bera realizzazione del proprio autentico e intero essere. E’ proprio la de-erotizzazione del corpo – coltivata dall’educa ­zione sociale fin dall’infanzia – che rende l’uomo disponi ­bile per la prestazione, per la sua riduzione a strumento. E’ qui il fondamento del vittorianesimo che, storicamente, ha accompagnato lo sviluppo della cultura industriale in oc ­cidente e che accompagna tutt’oggi quello dell’industria ­lizzazione in oriente.
 

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L’accusa, dunque, che ani ­ma il rifiuto della società mec ­canica, si appunta contro il doppio dominio su cui essa procederebbe: dominio sulla natura fisica in quanto ma ­teria prima di trasformazione, e dominio sulla natura istin ­tiva dell’uomo: e tutto a van ­taggio di un aumento, di beni di consumo che non soddisfa  i  bisogni artificiali, repressivi, indotti attraverso la persuasio ­ne e la manipolazione dei mass media.
Questa critica della società industriale (capitalista e so ­cialista insieme) inalberata da moltissimi pensatori moderni che hanno riscosso il consen ­so di numerose folle di prote ­statari, è un fiume che viene di lontano. Risalendone il cor ­so, vi troviamo Freud e, prima di lui, Nietzsche. Anche se non del tutto consapevole del ­la portata rivoluzionaria delle sue teorie, il « borghese » Freud mise in rilievo incisi ­vamente il rapporto contrad ­dittorio che intercorre fra na ­tura e ordine sociale quando disse che nessuna civiltà si può edificare senza una severa repressione e sublimazione de ­gli istinti primari, salvo poi ad aggiungere che tale sacri ­ficio della natura gli uomini pagano a caro prezzo in termini di nevrosi (così caro – egli ebbe a scrivere nel suo Malessere della civiltà – da far sorgere il dubbio se il gio ­co valga la candela).
Quanto a Nietzsche, a cui Freud si ricollega per alcuni aspetti essenziali, oggi noi non possiamo non ravvederlo come un anticipatore di molti dei motivi della protesta con ­temporanea che accampa i di ­ritti dell’Eros, della volontà, della espansione creatrice di fronte alla organizzazione op ­pressiva dell’ordine costituito. Cogliendo con le sue antenne sensibili il malessere fermentante nel seno della società industriale puritana, il filosofo di Zarathustra esaltò i valori del paganesimo dionisiaco e degli istinti contro l’umiliazio ­ne a cui la morale cristiana esporrebbe l’uomo: un uomo diminuito, depotenziato, fru ­strato nei suoi bisogni più autentici.
Nella odierna contestazione della società industriale c’è del Freud, c’è del Nietzsche, e, a mio parere, c’è anche del D’Annunzio: le cui assonanze con il pensatore tedesco sono ben note. C’è, insomma, la ri ­volta dell’Eros come espres ­sione dell’uomo libero contro un ordine fondato sul dominio dell’uomo de-erotizzato e trasformato in macchina da lavoro alienato. Chi avesse dubbi circa il carattere rivo ­luzionario che i contestatori attribuiscono a Eros, ricordi i loro slogans: da sex is fun al jouissez! fiorito sui muri della rivolta di maggio. Orbene, l’autore de Il Piacere fu anche lui un esaltatore dell’Eros contro il vittorianesimo incom ­bente sul mondo « borghese » del suo tempo. Messo a para ­gone della morale prevalente, egli fu un ribelle, un eslege, un anticonformista. La sua vi ­ta privata fu un continuo « scandalo ». E nel suo culto della personalità « inimitabi ­le », della esistenza come in ­venzione, immaginazione, gio ­co, affermazione dell’essere unico, oggi noi possiamo anche leggere l’opposizione al livel ­lamento dell’uomo massifica ­to, denaturato, spersonalizza ­to dell’era industriale.
 

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Il Vittoriale è anche un mo ­numento antivittoriano. L’in ­trico tropicale del suo arre ­damento, il « colore » che per ­vade ogni ambiente, si posso ­no collegare alla passione che molti giovani contestatori, in odio all’« uomo in grigio » che simboleggia la società in ­dustriale, ostentano per gli abiti sgargianti, i colori ac ­cesi, l’antiquariato e la bigiot ­teria più pittoreschi, i mobili e le decorazioni più fantasma ­goriche.
D’Annunzio era l’opposto di un uomo in grigio. Amava il piumaggio variopinto. Nel calvo poeta dell’Alcyone, c’era dello hippy: si pensi a certe sue uniformi « fuori ordinan ­za », a certe sue vestaglie da Gran Khan, a certe sue cami ­cie a ramages che farebbero oggi la delizia di molti capel ­loni. La psicanalisi ci ha inse ­gnato che tutto quanto è orna ­mentazione affonda le sue ra ­dici nell’Eros; e nel «folklore » bizantino della protesta affiora la polemica contro lo squal ­lore del razionalismo e del funzionalismo industriale, che ha raggiunto la sua espressio ­ne più coerente nell’architet ­tura moderna, da Loos alla Bauhaus a Le Corbusier, alla insegna del motto: « ogni or ­namento è un crimine ». Non per nulla sta sorgendo al Sigmund Freud Institut di Francoforte una scuola critica che ravvisa nell’architettura spigolosa e sfrondata che do ­mina nell’attuale era industria ­le la forma più coerente e estrema di vittorianesimo.
Ma vi sono altri motivi che possono far pensare alla at ­tualità di molti aspetti dan ­nunziani. Il suo guerriglierismo ribelle, i suoi colpi da commandos, il suo gusto anar ­chico e irriverente. E quel ­l’aereo del volo su Vienna sospeso al plafond del museo, quella prua della nave Puglia incastrata nel giardino – che tanto divertono le sempre nu ­merose folle dei visitatori – non siamo oggi tentati di rive ­derli in una luce da scultura pop?

 

 

 

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Commenti

2 risposte a “Vittoriale rivisitato”

  1. L’uomo è istinto e razionalità. Sia l’uno che l’altra devono armoniosamente convivere, non prevalere singolarmente in modo esasperato, parossistico, fino al soffocamento di una parte. Ma deve esistere anche una morale a regolare la vita ed ogni eccesso. È vero che, come affermava Reich, “Ogni specie di moralismo è la negazione della vita”, ma, come scriveva Russell: “Senza moralità civile le comunità periscono, senza morale privata la loro sopravvivenza è priva di valore”. Ben venga anche l’Eros, tanto esaltato dal D’Annunzio (che apprezzo più per le sue grandi opere letterarie che come uomo, come politico e combattente), ma mai condividerne la trasgressione e l’esasperazione. Al contempo, tuttavia, va condannata pure la società troppo oppressiva ed alienante, il bigottismo esasperato ed annullante la libera personalità. Io sto moderatamente con Erasmo da Rotterdam, che diceva: “…ma affinché la vita degli uomini non sia troppo triste, Giove ha dato loro più passioni che ragione”. Non dimentichiamo, però, che “La ragione è la parola dell’intelligenza che in essa si specchia come un’immagine” (Nicola Cusano) e che “Il grande segreto della morale è l’amore” (Shelley). E che dire poi della coscienza che opera in ciascuno di noi e della fede?
    Mi scuso per il mio confuso procedere in queste mie considerazioni, ma esse vogliono essere un contributo per un eventuale dibattito
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Sei sempre preciso e puntuale, Gian Gabriele.