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LETTERATURA: I racconti del dottore: Via per Corte Roberti

24 Novembre 2007

racconto di Dino La Selva

[Da “San Concordio Cronache e figure” Ed. Maria Pacini Fazzi 1997]

Circa a metà di via Urbicciani c’è una stradina brecciata, tutta buche, fiancheggiata su un lato da un fosso stretto e profondo, che porta in Corte Roberti, vasta e un tempo popolosa corte sanconcordiese.

Sul lato destro della stradina a circa 60 metri dall’inizio, c’è un villino a un piano, di piccole dimensioni ma con qualche pretesa architettonica, conosciuto come “il villino della signorina M”, dal nome della proprietaria naturalmente mia cliente: il villino è quasi a ridosso della strada, separato da essa da una ringhiera color verdolino e da un cancellino sul quale si nota, scritto con vernice azzurra un po’ stinta dal tempo in un bel corsivo regolare, il seguente avvertimento: “Attenti a non fare uscire il cane!” Il feroce esemplare in questione era un bastardino timidissimo dal pelo arruffato e multicolore che quando varcavo il cancelletto mi veniva incontro e cominciava a girarmi attorno   sulle alte nervose zampette come una ballerina sulle punte. Due rampe di scale, una a destra e una a sinistra, si incontravano su un pianerottolo sul quale si apriva il portoncino di accesso all’abitazione; sotto, fra le due rampe, vi era la porta della cantina. L’interno della casa era piccolo, modesto ma pulito; una pesante tenda ad anelli separava l’anticamera dal resto dell’appartamento; vi si respirava un’atmosfera di decoro “fine ottocento”.

    La padrona di casa, la signorina Vera, era una donnina minuta vestita di scuro, né brutta né bella, di circa 70 anni. Molto educata, gentile, corretta nell’esprimersi, poteva essere una maestra a riposo. A me, non so perché, ricordava le parole di una canzoncina   in vernacolo toscano ascoltata tanti anni prima alla radio che diceva pressappoco così: “Sedeva seria, come si conviene a signorina educata perbene, e la gente guardandola dirà: è certo innamorata!” La camera da letto, eccetto un grande e solido lettone matrimoniale, era di un’austerità quasi monacale. Alla finestra, una zanzariera verde che si alzava ed abbassava a ghigliottina; la signorina l’alzava e spargeva sul davanzale delle briciole di biscotto che vivaci e graziosi uccellini venivano subito a beccare:
    “Allora, hai conosciuto la signorina M?”mi chiese un giorno il dottor B., vecchio medico di famiglia della zona che col progredire degli anni e degli acciacchi aveva abbandonato la libera professione per diventare medico funzionario dell’INAM. “Una storia molto romantica – proseguì -. E’ stata fidanzata per tanti anni con il dottor S., ma per via della guerra e di contrasti familiari non si sono mai potuti sposare. Ma sono rimasti sempre uniti, sempre innamorati. Non volli sembrare curioso e lasciai cadere l’argomento, ma c’era da crederci, dato il tipo pratico e poco incline ai sentimentalismi   dal quale l’apprezzamento proveniva.

    Il dottor S., veterinario a riposo, arrivava da una città vicina ogni pomeriggio alle ore 16 esatte, alla guida di una vecchia “500” dalla quale usciva a fatica a causa di una grave coxartrosi che gli accorciava una gamba e lo faceva claudicare vistosamente. Era un omone alto e magro, con i capelli bianchi tagliati a spazzola ed occhi seri e ingenui nel volto ossuto: insomma la faccia di un bravo ragazzo invecchiato. Come ebbi poi modo di notare, aveva una buona cultura medica e farmacologica, un po’ antiquata ma tuttora valida e corretta. Me ne resi conto dalle sue osservazioni e dai suoi suggerimenti, nel corso delle occasionali indisposizioni della signorina Vera, espressi sempre con disarmante rispetto, semplicità e modestia. La signorina non aveva grossi problemi di salute: i soliti episodi di raffreddamento, una colite spastica, qualche episodio di cistite. La cosa più importante era l’ipertensione arteriosa, del resto modesta e facilmente controllata dagli ipotensivi.
    A completare il menage familiare vi era la Luciana, una anziana servente lenta di movimenti e d’intelletto, dotata   di una testardaggine e di una presunzione pari solo al suo mediocre livello intellettuale. Quando la scorgevo nella sala d’attesa dell’ambulatorio con il suo sorriso ieratico e inespressivo mi sentivo male. Mi inchiodava a quarti d’ora con la descrizione minuziosa e cervellotica di una sua stranissima “sinosite” e della terapia complicatissima che un certo professore di Livorno le aveva prescritto anni prima. E pretendeva che gliela “segnassi” uguale per filo e per segno! Il dottor S. soleva dire di lei: “Ha la testa più vuota e più dura di una capra!” Ed io concordavo con lui.

    Il dramma, come avviene in questi casi, scoppiò improvviso e inaspettato. Fui chiamato d’urgenza un pomeriggio d’estate, e la trovai riversa sul letto, farfugliante suoni senza senso e con il lato destro del corpo completamente paralizzato. Tornò dall’ospedale dopo tre settimane in condizioni praticamente invariate, inerte manichino farfugliante parole incomprensibili, bisognoso di tutto come un neonato: imboccarla, pipì e popò addosso, pannoloni.
    Iniziò allora un periodo che ricordo ancora con profonda ammirazione e commozione. Il dottor S. si trasformò da un giorno all’altro in un attento, competente, amorosissimo infermiere. La puliva, la lavava, la imboccava, le cambiava i pannoloni, ne intuiva i bisogni e i desideri, tutto con un’attenzione, un’accuratezza, una dedizione profondissimi. Quando notava qualcosa che non andava, un aumento del catarro, una diarrea, una variazione delle urine, un rialzo febbrile, mi chiamava, mi descriveva i sintomi, mi sottoponeva i rimedi che nell’attesa aveva temporaneamente adottato dei quali, pur sorridendo a volte per la loro antiquatezza, dovevo riconoscere la sostanziale tempestività ed opportunità.
    Negli ultimi tempi, decadendo ormai progressivamente le sue resistenze organiche, la malata andava frequentemente incontro ad episodi infettivi febbrili. La visitai   durante qualcuno di tali episodi. Piena di pipì, popò, catarro, sudore, lacrime, aveva addosso tutti i liquidi umani possibili; rossa in viso per la febbre, singhiozzava, farfugliava, e fra il pianto e le lacrime sembrava di poter capire: “Lo vede come sono ridotta?!…” E il povero dottor S., aiutandola e sostenendola mentre la visitavo esclamava sottovoce accorato, con il suo vocione basso e profondo: “Povera Vera!…Povera Vera!…” E la sua voce era piena di strazio e di amore impotente.

    Un’estate, di ritorno dalle vacanze, chiesi al mio giovane sostituto come era andata con gli assistiti, e in particolare come stava la signorina M… “Eh, mi dispiace, ma non ce l’ha fatta! Sepsi urinaria, gli antibiotici non agivano più, il cuore ha ceduto… è morta!” “Eh, sì, poverina! – esclamai – Era ridotta troppo male. Una volta o l’altra, c’era da aspettarselo!” Cercai di mettermi in contatto con il dottor S., ma abitava in un’altra città e non riuscii a trovare il suo indirizzo. La villetta è stata intonacata, rimessa a nuovo, venduta, la domestica e il cagnolino scomparsi; anche la stradina è stata allargata e asfaltata, il fossetto ricoperto… Del dottor S. e della signorina Vera non rimane più nulla, tranne un ricordo che si allontana nel tempo. Solo, ogni tanto passo davanti a quel villino, e mi viene da pensare che a volte l’amore extraconiugale, forse perché libero dalle convenzioni sociali, può essere più profondo, intenso e duraturo dell’altro.


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2 Comments

  1. Commento by rosita — 26 Ottobre 2008 @ 00:08

    Tutto vero, tranne il nome della servetta”la Lida”se ben ricordo.
    Questo racconto mi riporta all’infanzia.Tutti quelli della mia età (58 anni o più)si ricordano della signorima M,perchè quasi tutti siamo stati in quella casa a lezione, o di francese o di italiano…era un altro mondo,più povero, ma più umano.
    Grazie dott. Dino di avermelo ricordato…
    Ci conosciamo, sono Rosita Angelini.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 26 Ottobre 2008 @ 10:38

    Dino La Selva non ha il pc e ne sa poco di internet. Lo vedrò il 29 ottobre presso la Casermetta di Porta Giannotti, dove ogni mercoledì alle 17 teniamo degli incontri letterari. Se ci sarà, come sempre c’è stato, gli porterò i tuoi saluti, Rosita. Potresti venire anche tu, anzi, l’ingresso è libero.

    Mi piacerebbe che il dott. La Selva, che è un bravo narratore, pubblicasse altre cose sulla rivista. Ma i suoi testi sono cartacei e difficili anche ad essere scannerizzati. Mi manca il tempo per aiutarlo in ciò, ahimé.

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