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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I taxisti

16 Gennaio 2008

racconto di Elisabetta Liquori
[L’ultimo romanzo di Elisabetta Liguori: “Il correttore”, Pequod, 2007]

Non so perché mai nessuno si chieda se e quanto i tassisti siano felici.
C’era stata, è vero, quella polemica sulle tariffe delle corse, la liberalizzazione,   gli scioperi e il resto. Ne avevano parlato in tv e scritto sui giornali, ma nessuno mai veramente, secondo me.

Neppure io, in verità, se non dopo essermi convinta che mia madre aveva bisogno di una vacanza. Avevo cominciato a sospettarlo quella volta che, dopo aver trascorso la mattinata insieme a lei, a causa della sua caldaia rotta, mia madre aveva insistito per accompagnarmi fino alla macchina ed era scesa in strada con me, tirandosi dietro la porta del suo appartamento e facendo tintinnare vistosamente il mazzo di chiavi dentro l’ascensore. S’era avviata in strada standomi accanto con la vestaglia inzaccherata aperta sul ventre, la cinta che strisciava sull’asfalto e i calcagni screpolati e duri che schiacciavano la parte posteriore dei suoi vecchi mocassini. Senza alcuna vergogna. Mi era parso un gesto talmente privo di cura e insolito per una donna come mia madre, da impensierirmi. Aveva portato con sé persino un sacchetto di plastica con un nodo in cima, colmo della spazzatura della sera prima, ma poi era risalita in casa senza gettarlo nel cassonetto.   E m’aveva salutato con un bacio troppo impegnativo per un’occasione marginale come una caldaia rotta.

  • – Noi due non stiamo più insieme come una volta –

Aveva detto, salutandomi con il sacchetto appeso al polso.

  • – Troppi impegni spiccioli. Troppe ambasce. Non troviamo più le giuste occorrenze.

Mia madre aveva sempre utilizzato una lingua un po’ barocca, in contrasto con il resto della sua vita. Era stata una professoressa di lettere in un liceo classico, prima di andare in pensione, e da quando era rimasta vedova, molti anni prima, non aveva nessuno con cui allenare l’eloquio alla quotidianità.
Decisi quindi di organizzare una due giorni a Caserta. Con lei e mia figlia. Senza rifletterci troppo e senza uomini di mezzo, ché uomini in quel momento non ce ne erano affatto nelle nostre esistenze. Il treno da Lecce si fermava proprio davanti alla Reggia, mi avevano detto in ufficio. T’affacciavi e la potevi vedere dal finestrino. Imponente, ma pret à porter. Sembrava una meta facile anche per un’impiegata comunale di quarantatre anni, separata da sette, come me.
Partimmo la mattina presto con due valige. Non prendevo un treno dai tempi dell’università a Bari e mi parve più stretto che mai. E più puzzolente. Etta non riusciva a star seduta. Le dicevo: cerca di star buona, ma lei non ci riusciva. Non era cattiva volontà: a nove anni in pochi riescono a tenere le gambe inerti assecondando le variazioni ritmiche del paesaggio e mia figlia non era mai stata diversa dagli altri bambini. Questa sua normalità per un verso mi consolava, per un altro mi stupiva.
Il percorso fu breve. Arrivammo in fretta all’albergo che avevo prenotato, proprio in prossimità della stazione. Da quando Etta era al mondo, e io da sola con lei e mia madre, una delle mie principali preoccupazioni era elidere le difficoltà, ridurre all’osso le possibilità d’inciampo.
Il tipo in portineria aveva una parlata partenopea da macchietta e mia figlia se ne innamorò all’istante. Del tipo col baffo casertano e la battuta pronta, quanto della fontana con putto bronzeo che faceva la pipì, posta al centro del salone d’ingresso, occupandolo quasi per intero.
Avevo prenotato una tripla, ma Etta, appena fu dentro, con un gridolino euforico chiarì che avrebbe occupato il centro del letto matrimoniale e che noi altre si sarebbe dormito con lei, strette, strette. Per questo occupammo il letto singolo sulla destra con le due valige e qualche maglioncino ripiegato. Era una mansarda con il tetto che degradava verso la finestra. La luce passava attraverso le tapparelle gialla e bassa come un faro. Era una luce talmente calda e misteriosa che mia figlia decise di non uscire per tutto il giorno.

  • – Restiamo qui. Si sta così bene in questo posto. Mangiamo i panini del treno. Poi usciamo stasera. Ma tardi però. E rientriamo presto.

Mi chiesi se lasciare che Etta trasformasse anche la nostra breve vacanza in quella trattenuta confusione che era la sua vita, fosse un bene o meno. Mia madre aveva sempre sostenuto che fosse inevitabile adeguarsi, ma io sentivo che c’era qualcosa di sbagliato nel tollerare ogni giorno una nuova stranezza, da parte della mia Etta o del mondo intorno a noi. Nel non reagire di fronte a nulla. In generale. Ad ogni modo non uscimmo, ma restammo invece per ore sul letto passandoci il telecomando per puntarlo a turno contro la tv appesa al soffitto. Il buio s’allargò oltre la tapparella a fatica e solo dopo molte ore trovammo l’allegria necessaria per uscire in strada, tra la gente del posto e i viaggiatori occasionali. Era la fine dell’estate, le coperte di lana sul letto erano fuor di luogo e il buio in evidente ritardo.
Cenando facemmo qualche piccolo timido progetto per il giorno dopo. Etta prese una pizza rossa con salsiccia e le patatine fritte, mia madre una margherita lasciando il bordo. Io, come sempre, mangiai gli avanzi di entrambe e bevvi due birre.

  • – Abbiamo solo domani per dare uno sguardo in giro. Altrimenti mi spiegate che ci siamo venite a fare?

Il direttore dell’albergo mi aveva detto che, a volerlo, c’era la possibilità di farsi portare su, fino a Caserta vecchia (meglio farlo con il sole, ché da quelle parti fa freschino) e poi, al ritorno, fare un bel giro alla Reggia. Magari in carrozzella. Mi piaceva molto l’idea della carrozzella scorta turisti, anche se costava un po’. Mi piaceva l’idea di avere una foto di Etta che sorrideva in prossimità di un cavallo, visto che lei non ne aveva mai visto uno dal vivo e di recente, dopo aver visto un film per ragazzi, aveva tirato fuori un sermone interminabile sui vegetariani e i miracoli della natura.  Si sarebbe occupato di tutto un tassista amico del direttore, del giro, dei cavallo, dei biglietti d’ingresso. Una persona fidata, aveva detto. Mentre riferivo alle mie donne, con dettagli e sorrisi generosi, le informazioni acquisite, quelle due continuavano a masticare ad occhi bassi.

  • – Se vuoi. Se vuole nonna, pure. Va bene. Hai detto cavalli veri, mamma?

Il mattino dopo fu il direttore col baffo a chiamare il suo amico al cellulare. Gli chiese se era occupato; quello rispose che in quel momento non lo era.   Allora gli chiese se poteva passare subito dall’albergo dove c’erano delle signore interessate ad una escursione nella mattinata;   quello rispose che poteva.   I due amici gridavano talmente tanto, da una parte all’altra del telefono che, pur restando ad una certa distanza, ero stata in grado di ascoltare l’intera conversazione, parola per parola. Sembravano intimi.
L’amico tassista d’albergo arrivò in un baleno: parcheggiò con una frenata stridula davanti al nostro portone a vetri, spense il motore e, senza temere reazioni per aver occupato la strada pressoché del tutto, scese dall’auto e fece tre balzi in avanti nella nostra direzione, con il braccio destro teso. Noi eravamo ferme ad aspettarlo. Etta prendeva a calci una pietra, mentre ne raccoglieva un’altra e se la metteva in tasca appena dopo averla ripulita sul giaccone. Mia madre teneva il manico della borsa con due mani e ogni tanto si stringeva il nodo del foulard intorno al collo guardando un orizzonte imprecisato oltre le vetrine di fronte a lei. Io guardavo la strada, ora a destra ora a sinistra, e sentivo crescere dentro di me una nuova responsabilità. Una della tante. Pochi minuti per tutto: arrivo del taxi, saluti, accordi sul prezzo, partenza.

Il tipo si chiamava Antonio. Niente di che. Alto due lattine. Coi i fianchi larghi e molli tipici di una vita sedentaria. Anche lui coi baffi, ma più folti e radicali di quelli dell’amico albergatore, e due solchi grigi al posto delle guance. Nella sua Multipla bianca c’era odore di tabacco e Bostik. Un odore emanato direttamente dai sedili ad ogni nostro movimento come da uno spray. E poi degli adesivi con gli angoli scollati e arrotondati su entrambi i finestrini posteriori. Di Dragon Ball. Etta li riconobbe subito e chiese chiarimenti con piglio scientifico.

  • – Come mai stanno qua?
  • – Sono di mio figlio.

All’inizio non notai nessuna increspatura nella risposta dell’uomo. Anzi mi parve quasi d’indovinare un sorriso dal movimento del suo collo tozzo. Poi però lui cambiò il verbo: cominciò a parlare di questo figlio al passato. Di quanto era bello, di come giocava bene a pallone, di quanto era bravo a scuola, mentre io dal sedile posteriore potevo vedere le spalle di mia madre, seduta davanti, ritirarsi progressivamente come risucchiate dal suo stesso piumino sottile. Il tipo continuò a raccontare con sempre maggiore trasporto, senza attendere che qualcuno gli ponesse domande, e mia madre a farsi sempre più piccina e a sudare tra i capelli. Da dietro potevo intravedere una specie di sberluccicare sulle tempie di entrambi.

  • – Non mi piace più guidare. Lo faccio con dolore. Mi stanco subito ormai.

Il figlio era stato investito dal rimorchio di un camion, precisò l’uomo. Il piccolo era sul marciapiede a palleggiare con un paio di coetanei, mentre il camion faceva manovra in maniera avventata per uscire da una zona pedonale, un vicolo stretto e chiuso al sole come una canna da fucile, nel quale s’era infilato per errore. Il camionista era in ritardo con le consegne e quindi nervoso, il bambino era distratto e visionario: era stato un attimo. Un attimo ad osservarlo dall’esterno, un’eternità a viverlo dall’interno. C’era nelle parole del padre una sorta di trascinamento.   Come una marcia tirata fino all’inverosimile. Chissà quante altre volte aveva ripetuto le stesse frasi, chissà quante altre volte, pur tacendo, gli erano risuonate tra i denti. Eppure sorrideva, un sorriso pieno di muffa, umido di saliva, che gli spingeva lo sguardo oltre il parabrezza. Come chi stesse rivedendo un parente dopo molto tempo, si predisponeva al giusto stato d’animo leccandosi le labbra e ansimando e strizzando gli occhi.
Ad un certo punto si piegò sul fianco nel tentativo di aprire il cassettino porta oggetti sulla sua destra. Scomparve. Le mani sullo sterzo e la faccia altrove, mentre l’auto continuava la sua corsa in autonomia. Mia madre terrorizzata dette un strillo breve e strinse la borsetta al petto, fissando la panda rossa che ci stava davanti. Dopo un minuto il tassista riemerse con un porta foto di pelle. La faccia del figlio. Poi scomparve di nuovo. Stesso cassettino.  Stesso strillo. Tirò fuori un cd musicale, le musiche preferite dal figlio. Lo infilò nello stereo e gli occhi gli divennero due mandorle. Mia madre entrò nel pallone: cominciò a balbettare e ad assentire a scatti come un robot, quasi a ritmo di musica.

  • – Luca Sepe. Hai presente? La passione sua. Sentite le parole, sentite. Le vulite sentire, a signò? Che parole belle, ah? Della vita, a signò, della vita. È andato pure a Sanremo. Il cantante, cioè. Ce lo siamo visto in televisione con mio figlio, quando stava a Sanremo.

Ogni tanto mia madre si voltava nella mia direzione, torcendo il collo di 180 ° e sospirava. Come avesse visto il demonio in faccia, stringeva le labbra e chiudeva gli occhi. Quando poi il tipo in taxi ricominciò a parlare, lei pensò di non essere osservata ma io mi accorsi distintamente che si segnò, toccandosi il viso con le mani e soffermandosi poi col le dita sulla bocca.

  • – Succede che mi dimentico che sto guidando, signora mia. Ho fatto due anni col consultorio di Napoli e il dottore me lo diceva apposta. Di non pensarci, diceva.
  • – A … cosa esattamente?
  • – Massì, alle macchine, alla velocità, a quanto possono essere cattive. Ma io questo mestiere non lo posso fare più. Comunque. Non lo posso fare più. Se no un giorno finisce male.
  • – Finisce… male? Oh, mio dio. La prego. Se può, … non dica così.
  • – Lo faccio ancora, nonostante tutto quello che è successo, perché non si trova altro, signò. E a cinquanta anni che vuoi trovare? Ho chiesto al comune, una cosa qualunque ho chiesto, e quelli si sono messi pure a piangere per me, per la malasorte mia, ma niente. Quando c’è da piangere sono tutti buoni. Quando c’era da scioperare l’anno scorso, io pure scioperavo, ma mica lo facevo per i soldi, ma perché così me ne potevo restare a letto la mattina e avevo una scusa buona per quella povera donna di mia moglie, che della mia malattia non poteva sentire parlare senza ricominciare a pazziare pure lei.
  • – Son disgrazie. Effettivamente.
  • – E sì. Così sono. Vedi signò, io faccio questa curva qua, la vedi questa? Ecco la faccio e penso che se andassi dritto adesso, sarebbe tutto finito.
  • – Sì. Uh uh … finito, sì.
  • – Un attimo per capire cosa ha visto mio figlio. Uno va dritto e poi basta. Per capire cosa si prova, penso io, quando qualcosa ti taglia in due. Poi basta. Vorrei capire se arriva prima il dolore o l’incoscienza. Capire sarebbe meglio per me nella condizione mia, secondo lei? Ero io che dovevo insegnare le cose a mio figlio, non il contrario. Invece è lui che mi sta insegnando a capire le cose a me. Anche se non è giusto. Ma questo è, signò. Mò questo è.

La strada era stretta, piena di tornanti inondati di sole. Qualche cartello di alluminio sberciato con strani fori di pallottola nel centro che si alternavano a piccole ascese laterali verso vette velate di nuvolaglia e case col tetto spiovente e l’aia davanti. Mia madre continuava a girarsi pallida verso di me, ma io non ero assolutamente in grado di immaginare quanto mancasse per la città vecchia.

  • – Lei adesso deve pensare solo a star meglio e a sua moglie. Farsene una ragione. Si dice così, no? Farsene una ragione.
  • – A mia moglie? E chi la riconosce più mia moglie? C’ho una vecchia accanto. Una vecchia che dice male parole da quando si leva a quando si corica.

Nuovi segni della croce da parte di mia madre, uno dopo l’altro, e un tremito  ripetuto ed incontrollato, finché a sorpresa non si giunse a destinazione. Il tizio parcheggiò malamente al centro di una piccola piazza quadrata, dove si intravedeva un accenno di bosco di pini e un viale tortuoso, con la ringhiera fatta di assi di legno intrecciate e ampi scalini di pietra. Con il mento l’uomo indicò la strada.

  • – Da qui si sale a piedi.
  • – Dio, ti ringrazio. A piedi.
  • – E, sì, ringraziamolo sempre, signò, ché non si sa mai.

Pagammo la cifra concordata. Una volta spento il motore il tizio mi parve improvvisamente allegro. Rinato nell’immobilità. Disse che avrebbe aspettato lì che noi facessimo i nostri giri per borghi e negozi d’artigianato, con calma, per poi riportarci indietro. Magari dopo un paio d’ore. Mia madre si affrettò a ringraziare.

  • – Ma si figuri, no, no, no, noi ci tratteniamo, ci tratteniamo tanto. Non sappiamo quanto ci tratteniamo. Guardi qui che posto incantevole. Non ce lo aspettavamo per niente che fosse così accogliente, questo posto qui. Magari ci restiamo a pranzare. Vero, che ci restiamo, cara? Troveremo una sistemazione diversa per il ritorno. Non si preoccupi.
  • – Ma qui non è facile.
  • – Oh, giovanotto caro, niente è agevole nella vita. Lei mi insegna. Sono certa che troveremo un modo. Ci adatteremo. Grazie ancora. Si riguardi, eh? Si riguardi tanto, tanto.

Erano anni che non la vedevo così presa. Così frettolosa. Anche le sue parole s’erano fatte meno barocche. Scalpitando sulle tavelle della piazzetta con i tacchi, prese Etta per il collo e cominciò a spingerla in avanti. Solo allora mi accorsi che Etta non aveva detto una sola parola per tutto il tragitto. Quando le chiesi perché, lei cominciò a guardare nella direzione degli alberi.

  • – Una non lo sa che viaggiare è così bello. Non lo sa prima che succedano le cose. Se una non va in giro non le sa le cose. Non è vero mamma?

Mentre le mie due donne s’allontanavano per mano, vidi che il tizio del taxi si fermava a parlare con la gente in un bar poco distante. Sembravano conoscerlo bene da quelle parti: vidi muoversi tutta una serie di pacche sulle spalle, di coppole e bastoni di legno, di scatarrate con lo sputo luminescente e scuotimenti di teste, sorrisi e sorsi di caffè o amaro in bicchieri lunghi. Poi anch’io presi a salire. Veloce. Non faceva così freddo in fondo.


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Bart