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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Non sento

15 Gennaio 2008

racconto di Toni La Malfa

Quella sera staccò prima del solito dal lavoro.
Prima di andare a casa, deviò per il Viale del Popolo e si fermò in Piazza Bovio, una penisola di scoglio adornata, quella sera, da sbuffi di schiuma marina che raggiungevano le panchine. Se non ti spingevi fin sulla punta, quella lunga lingua di scoglio pareva toccare l’Isola d’Elba.

Giulio si soffermò sul tramonto. Percepiva un impasto di colori, più di quanti in natura non ne produca il crepuscolo in una sera invernale. L’orizzonte era separato da una linea netta – che per lui era un po’ sfocata – e il sole se ne andava a morire nell’isola, esattamente sulla cima del monte Capanne, conferendogli l’aspetto di un vulcano in eruzione. Avrebbe potuto rappresentare un’immagine vecchia come l’abitudine, dal momento che proprio da quella piazza aveva assistito a decine e decine di crepuscoli, ma non era così. Viveva di impressioni visive mai logore, di immaginazioni e fantasie che compensavano i suoi occhi deboli.
Giulio riattaccò la solfa dell’ossessione di quei giorni.
“Questo è l’ultimo tramonto. Chissà come sarà dopo. Se sarà.”
Un ultimo sguardo – un tuffo in estremis – per cercare di capire chissà cosa, qualcosa, Cristo, un’intuizione che potesse essere rimasta impigliata in quei bagliori, bagliori che se ne stavano andando, un pensiero che si potesse librare in cielo come una farfalla che si sprigiona dalla sua casa-bozzolo, ma niente, nient’altro che un sottile tormento, un magone che lo stava divorando.
Ritornò sui suoi passi, verso la sua casa-bozzolo. Quella sera avrebbe dovuto completare la borsa per andare in clinica.
Appena entrato in casa, si mise a scrutare per le stanze con lo stesso interesse di chi vuol comprare. Guardava gli oggetti, le stanze come se fosse la prima volta, o l’ultima. Infine sprofondò sulla poltrona verde di pelle in soggiorno. Il tendaggio chiaro alla porta finestra rimandava la luce del lampione giù in strada, inoltre c’era ancora un po’ di luce del tramonto.
Restò in penombra qualche minuto. Con quella luce, tra lui e gli altri non c’era differenza. Si soffermò sulle silhouettes dei quadri appesi alla parete in fondo, un quadrato cinquanta per cinquanta ed un rettangolo settanta per cinquanta. Parlavano di boe, di vele dai colori pastello, di cieli di zaffiro; li conosceva bene, e con penombra o luce era la stessa cosa. Lo sguardò si spostò sul tavolino da fumo in mogano: ne ricordava ogni minima scalfittura, era il ripiano ideale per i suoi Tarocchi. Diceva di non crederci, che lo faceva per gioco, ma quando usciva “l’appeso” ci rimaneva male. Poi venne il turno della campana tibetana appoggiata sulla libreria a destra: spesso la soppesava tra le mani, ne constatava l’enorme peso specifico, e ascoltava con attenzione il suono che riusciva a produrre, con quelle misteriose armoniche che faceva vibrare vicino alla sua gola.
Fece un sospiro, si alzò, cercò la borsa della palestra, la svuotò. Vi ripose il beauty, due cambi, le ciabatte, ed il pigiama nuovo, come gli aveva insegnato sua madre:” Se si dovesse morire in ospedale, che figura si farebbe con le infermiere ed i dottori a farsi vedere con un pigiama mezzo scolorito?”.
Il libro. No, quello non sarebbe servito. Lo prese dal tavolino, lo accarezzò, era di edizione economica, uno dei suoi tanti libri; “Gente di Dublino”, sapeva bene la sua collocazione, deviò verso la libreria e lo mise alla J. Si poteva apprezzare, accanto, la costola in pelle dell'”Ulisse” . Sperava che fosse un arrivederci, un temporaneo commiato rivolto a tutti quei volumi.
Chiuse la borsa, infine. Scosse la testa, come se non trovasse un accordo con se stesso.
Una sua parte, infatti, cercava di sdrammatizzare: in fondo erano solo due giorni di degenza, un intervento di un’ora. Aveva deciso, per questioni di lavoro, di operarsi a tutti e due gli occhi contemporaneamente. Sarebbe rimasto un’intera settimana in balia della sua mamma, gli occhi dei suoi occhi.
Un’altra parte di sé gli ricordava che la sua visione delle cose sarebbe cambiata, e questo gli dava inquietudine.
Tuttavia un’altra ancora gli rammentava che probabilmente avrebbe visto molto meglio di prima, che le complicanze sono piuttosto rare.
Il conflitto interiore era in atto, Giulio faceva da spettatore ai suoi se e ma ed eventuali, che facevano a cazzotti tra loro.
Il telefono lanciò una tregua.
“Cinque minuti di pausa” pensò sarcastico prima di rispondere.
“Pronto”
“Ciao babbo”
“Uei, ciao ometto, come va oggi?”
“Bene. Ho fatto i compiti, poi sono andato da Francesco. C’era vento, allora abbiamo giocato in casa. A casa sua.”
“Ti ha accompagnato la mamma?”
“Sì. Tu ti operi domani?”
“Sì. Domattina.”
“Ma dopo ci vedrai bene?”
“Sì. Tranquillo. Continuerò a vederti. Il mercoledì e la domenica.”
“Paura?”
“No…perché? ”
“No, così. Io ho un po’ di paura, ma non so perché. Insomma, per un po’ non mi vedi.”
“Non preoccuparti, Matteo. Continuerò a vederti. Il mercoledì e la domenica. E anche in vacanza. E, più avanti, quando lo vorrai.”
“Io voglio vederti sempre.”
Giulio sospirò.
“Per ora accontentiamoci così. Mercoledì e domenica.”
“Allora…buona operazione! Si dice così?”
“Sì ometto, si dice così. Grazie. Ti voglio bene.”
“Anch’io, babbo.”
“Allora…ciao. ”
“Ciao babbone grande e forte.”
Nella sua vita c’erano alcune situazioni irrisolte. Al primo posto di queste c’era Matteo, quel bimbo arrivato in età ormai matura.
Dopo la separazione aveva vissuto un bisogno via via crescente di vedere Matteo, di parlargli, di abbracciarlo. Era la cosa più bella che avesse fatto nella sua vita.
Quella casa silenziosa glielo ricordava continuamente.
Tutto in ordine, nessuna ciabatta in giro, niente merendine, niente brusii o nenie del Nintendo.
La penombra era ormai diventata notte. Sentiva notte anche nella sua vita. Ormai i giochi erano fatti. Un bimbo meraviglioso, sì, questo era il miracolo più grande. La continuità. Ma tra pochi anni Matteo avrebbe spiccato il volo, e lui, Giulio, non avrebbe potuto continuare a vivere nella sua ombra, nei suoi amori, nei suoi studi, in una parola nella sua vita. Per fortuna c’era Matteo, ma per il resto le cose erano fatte. Avrebbe potuto prevedere gli ulteriori scatti di anzianità da quel preciso giorno alla pensione. Su quali amici contare, e quanti si sarebbero allontanati. Molti capelli bianchi, le rughe, il corpo che perdeva vigore. Lo notava dal fatto che ormai le donne non si accorgevano nemmeno della sua presenza. Non sarebbe invecchiato accanto a nessuno, nessuna donna lo avrebbe più desiderato. Sua moglie se ne era andata, e con lei anche Matteo, per i cinque settimi del suo tempo.
Nessun intervento agli occhi avrebbe potuto conferire uno sguardo diverso a tutto questo. Notte fonda.
La mattina lo sorprese indolenzito sulla poltrona. Erano le cinque e mezzo, poteva dormire ancora un’ora, se ne andò in camera, puntò la sveglia e si infilò nel letto, vestito.
Sognò di un viaggio a Roma, di lui che doveva scalare un palazzo di dieci piani a mani nude, saltando su ballatoi, aggrappandosi a grondaie, sbirciando dentro salotti dove un lui e una lei stavano in silenzio a guardare i pacchi in tv, oppure televendite o mtv o televideo sulla pagina 700 del meteo. Giulio continuava ad arrampicarsi, con fatica saliva, saliva, e pensava di non farcela, di lasciarsi andare, quando suonò la sveglia.
Non doveva fare colazione a causa del prelievo del sangue, fece una doccia, barba, denti e uscì con la borsa.
Tre giorni dopo, a braccetto della sua anziana mamma, varcò la soglia della sua casa d’infanzia. Aveva le bende agli occhi, ma la riconobbe, ne riconobbe l’odore. Un po’ stantio, di finestre quasi sempre chiuse, del legno del cassettone in sala, delle vetrine, del tappeto con la fila di palme. Gli tornarono in mente le corse dalla camera alla cucina con il suo fratello, poi un Natale sdraiato per terra con un trenino elettrico Rivarossi, e, ancora, i suoi compagni di scuola con cui giocava nel cortile giù sotto – da dove adesso proveniva il latrato di un cane – e con cui continuava a giocare in quella stanza a battaglia navale sul far della sera, separati dal divano per non vedersi l’un l’altro. Non vedeva niente, ma in testa gli stavano esplodendo – come lo scoppio improvviso di una primavera anticipata – immagini, e storie, odori, suoni. Ricordi. La sua storia, almeno una parte, aveva impregnato quelle stanze, quei muri.
Un mese dopo si trovava alla clinica, al controllo.
Aveva davanti a sé il professor Guarducci, esimio luminare, nonché portatore di benessere e salute, perfino in un’area decentrata e provinciale come Piombino. La considerava una missione, la sua.
Nel momento in cui era entrato Giulio, aveva sorpreso il professore intento a sistemare il fermacarte in alabastro nella giusta posizione, parallelo al bordo esterno della scrivania. Il che aveva creato imbarazzo, almeno nel professore. Si affrettò ad entrare nel vivo della situazione.
Il professore si protese verso Giulio, incrociò le mani e si schiarì la voce: “Allora, signor Sensini, come va?”
“Mah, professore. Insomma. L’intervento è andato bene, credo.”
“Oh, quello è andato benissimo. Ho qui gli esami obiettivi successivi all’intervento. Curvatura dell’occhio, cristallino, iride, tutto a posto. Anche l’edema è sparito. Insomma, direi che…”
“Sì, professore, infatti. La mia visione è più nitida.”
“E allora, a che cosa si può ricondurre la sua perplessità, e questa sua richiesta di parlarmi?”
“Sono successe delle cose, dopo l’intervento, e volevo sapere da lei se queste cose sono accadute ad altri suoi pazienti.”
“Che genere di cose?”
“Io sicuramente ci vedo meglio, adesso. Ma…”
“Ma?”
“…ma non sento tanto bene. E non mi sento meglio.”
“Intende perdita di udito?”
“No, professore. Intendo sentire, come tutto ciò che un’immagine mi dà” Giulio in quel momento serrò le mani sui braccioli della sedia, in procinto di alzarsi ” ma probabilmente sia io che lei stiamo perdendo tempo. Le sto facendo perdere tempo.”
“No, la prego. Mi dica.”
“Ecco, professore. Quando osserviamo un quadro, ad esempio, quel quadro – che è fatto con un tipo ben preciso di pennelli, colori, tela, e tecnica – rimanda delle sensazioni a chi lo guarda; io intendevo quel tipo di sentire. Io intendevo come viene elaborata un’immagine, come viene metabolizzata, che reazioni mi dà. Penso, professore, di aver perso una parte di queste capacità. Ora vedo un sacco di cose. Nitide, precise. Dai contorni netti. E queste cose sono tante, non ce la faccio ad elaborarle. Non riesco a dar loro un senso, almeno non tutte. Non le capisco. Probabilmente come lei non capisce me in questo momento, professore. No, aspetti, professore. Non si affretti a rispondermi. Probabilmente lei non può fare niente per me. Me ne rendo conto solo adesso. E mi scusi. Sono qui solo per sapere se una cosa del genere sia accaduta a qualcun altro, ma poi? Ora vedo meglio, lei ha fatto il suo dovere.” Giulio fece una pausa, abbassò gli occhi. Riprese. “Ora arrivano immagini su immagini nella mia testa, non so dove metterle, ho perso una parte di capacità per interpretarle. Forse la mia testa ora pensa che vedendoci bene, sia finita lì, capisce? Che la storia di quell’immagine sia finita con l’immagine stessa. Prima, invece, mi davo pena per riempire gli spazi, immaginare contorni, ed io – non so perché – stavo meglio. Mi pareva di stare più…dentro. ”
“Dentro cosa?” azzardò il professore.
“Dentro. Immerso nelle immagini, assieme a loro. Adesso, invece, mi respingono. Le dirò, professore: se lo avessi saputo prima, non avrei fatto l’intervento. Forse a vent’anni è diverso. Ma a cinquanta mi serve di più sentire che vedere.”
Giulio si alzò, si congedò e il professore, del resto, era senza parole.
No, non gli era mai successo.
Giulio aspettò stancamente la sera, passò da Piazza Bovio, si sedette sulle panchine. Sarebbe rientrato al lavoro il giorno seguente, mercoledì sarebbe venuto Matteo a casa sua, tra quattro mesi avrebbe cominciato le ferie estive, tra quindici anni sarebbe andato in pensione. Esattamente come prima.
Il tramonto gli trafiggeva gli occhi.


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Bart