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LETTERATURA: “Il Mangiatore di pietre” di Davide Longo, Marcos y Marcos (2004)

12 Ottobre 2008

di Francesco Improta

Ho letto, su consiglio di alcuni amici, “Il mangiatore di pietre” di Davide Longo, pubblicato nel 2004 da Marcos y Marcos e devo confessare che mi ha lasciato alquanto perplesso. Probabilmente per una serie di fatti e di esperienze personali, che non è il caso di analizzare in questa sede, non ho ancora avuto il tempo di metabolizzarlo. Forse parlandone su questa rivista, a distanza di tempo, avrò l’opportunità di metterlo meglio a fuoco e di giungere a una valutazione più precisa. Per il momento mi concedo “la sospensione del giudizio“.
Non credo, innanzitutto, che Longo possa essere definito un bia ­montiano, come qualche critico troppo frettolosamente ha detto; la verità è che oggi essere accostati a Francesco è un grosso titolo di merito, ma in questo modo si finisce col forzare la mano e con lo snaturare Biamonti attribuendogli ciò che non gli appartiene o che in lui si manifesta in forme completamente diverse.
Chiedo scusa per questo mio sfogo iniziale ma l’esperienza del Premio Grinzane-Biamonti, giunto ormai alla quarta edizione, mi ha ferito profondamente. Avevo sempre avuto grossi dubbi (e li avevo più volte manifestati) sull’attribuzione del premio, nella prima edizione, a Björn Larsson ma le dichiarazioni rilasciate dallo scrit ­tore svedese (ha lasciato intendere tra l’altro di non apprezzare Biamonti) mi hanno fatto veramente imbestialire.
Premesso ciò non nego che in Davide Longo ci siano alcune affinità con Francesco, penso al paesaggio verticale, alle rocce descritte da Biamonti e dipinte da Morlotti, al silenzio che attraversa i per ­sonaggi e impedisce loro di comunicare, alla pietà nei confronti della natura e degli animali, penso al rapporto di Cesare con Micol, ai suoi raccoglimenti pensosi vicino alla fossa in cui è stato sepolto, o alla carezza che si ritrova naturalmente a fare senza incontrare la testa o la schiena della sua lupa. Manca, però, il respiro del mare che apre dimensioni sconosciute e inesplorate, varchi e crepacci dove non solo lo sguardo ma la mente s’inabissa. Manca la straordinaria cultura di Francesco, la sua conoscenza minuta della natura e in particolare della botanica, e manca soprattutto la luce, di cui è debitore a Cezanne e alla pittura tout-court, e che gli consente di scorporare lo spazio e di polverizzare il tempo.
Ciò non toglie che il romanzo di Davide Longo sia estremamente interessante, ben costruito per la capacità di intersecare i diversi piani narrativi e cronologici. Le storie dei singoli personaggi ven ­gono all’inizio soltanto enunciate e vengono raccontate solo suc ­cessivamente attraverso recuperi memoriali o racconti di terzi. Protagonista del romanzo è Cesare, un uomo indurito dalla vita, dal mestiere che svolge (il passeur) e dall’ambiente in cui vive, capace di pietrificare i cuori (Dante avrebbe detto: “e tiene ancor del monte e del macigno” Inf. Canto XV vv 63). Ed è proprio l’ambiente che comunica un senso reale di asfissia: le vallate sembrano gole da cui difficilmente si riesce a scorgere il cielo; le case sono covili, privi non solo di qualsiasi agio ma anche di qualsiasi calore. L’amore stesso, quello fisico, non riscalda, è uno spigoloso e sgraziato contorcersi di corpi che non scioglie il gelo né tanto meno apre alla speranza. Ed è questo gelo che atrofizza i sentimenti e rafforza la naturale propensione alla reticenza. Nessuno parla, non perché non si abbia niente da dire, ma perché a nulla vale parlare. L’uomo è condannato alla solitudine e al silenzio e Cesare, fin dall’inizio, è vocato alla morte; la sua vita è disseminata di segni funerei, ma il tutto senza clamori. Anche il sangue non ha odore – a differenza di ciò che dice Goffredo Parise – e si riduce a una macchia scura sul pavimento. Il dolore stesso non ha voce, tutto affonda nella neve alta senza rumore; sembra di vedere i personaggi dentro un acquario, si muovono, agiscono, aprono la bocca ma non emettono alcun suono ed è questa la cifra stilistica del libro, metafora di un silenzio ancora più terrificante: “Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / il mondo, e più di lor non si ragiona“. Ancora non ho capito se il libro è bello, certo è sconvolgente e… comunque, in un caso del genere, che senso ha un giudizio prettamente estetico? Leggerlo, però, è un imperativo categorico.


Letto 1998 volte.


1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: “Il Mangiatore di pietre” di Davide Longo, Marcos y … - Il blog degli studenti. — 12 Ottobre 2008 @ 07:08

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Bart