di Felice Muolo              

        In calesse tirato da un asino, ogni giorno passava davanti casa un amico del nonno, diretto in campagna. Sempre invitato, spesso nonno andava con lui. Una volta acconsentirono di portarmi appresso. Mi sistemai davanti ai loro piedi, con le gambe nude penzolanti tra le   stanghe.

        Durante il tragitto, ogni tanto ricevevo una botta di coda sulle gambe, nel suo continuo scacciar mosche. Mentre procedeva lentamente, speravo che l’asino facesse la cacca. Presto comparve a forma di polpette che si spiaccicavano in terra. L’acre puzzo che emanava non lo trovavo sgradevole.

        A circa mezzo chilometro dal paese, svoltammo a destra e oltrepassammo un passaggio a livello. Ci fermammo poco oltre, presso un convento di monaci. I due amici scesero e sparirono nell’osteria ubicata nelle mura del convento. Quando, dopo un’eternità, ricomparvero, con difficoltà riuscirono a salire su calesse. Girato l’asino, ritornammo al paese.

       

        Nonno giaceva nella bara con un rosario tra le mani unite sul corpo. Stava al centro della stanza, con un cero acceso vicino. Poco prima, una conoscente venuta a porgere le condoglianze gli aveva accarezzato una guancia. Sembrava dormisse, aveva detto. Io non ero capace di toccarlo, anche se non metteva paura.

        Da tempo vedeva con difficoltà da un occhio. Quando si accendeva il sigaro, formava una pozza di fiammiferi spenti ai suoi piedi. Sedeva tutto il giorno davanti casa, su una sedia dal fondale di peli di cocco da lui stesso intrecciato. Ai suoi nipoti che gli passavano davanti, consigliava di stare attenti per strada.

         

        In chiesa, terminato l’omelia, il prete disse che il caro estinto avrebbe continuato a vivere nel cuore e nella mente di tutti coloro che l’avevano amato in vita.  

        Stavo in piedi nel banco, stanco e assonnato per la notte passata in bianco. Invece di inginocchiarmi, mi sedetti e ci rimasi. La bara stava sul pavimento, ai piedi dell’altare. Il prete vi girò intorno cospargendola di incenso e acqua santa.
       

        CAZ2O. Scritta la formula sulla lavagna, il mio collega ne sollecitava il significato alla giovane professoressa di chimica. La professoressa cadeva dalle nuvole e non capiva perché la scolaresca si scompisciava dalle risa.

        Scattai in piedi.
       “Basta con questo casino,” gridai.
        Nell’aula piombò il silenzio.
        Stralunata, la professoressa lo interruppe.
        “Come si permette? Si sieda.”

        Il mio compagno di banco mi afferrò per una manica della giacca e mi tirò giù.
        “Che cazzo ti prende? Ci vuoi far fregare tutti?”

        Al cimitero avevo visto il nonno per l’ultima volta. Non ero stato capace di baciarlo, mentre altri ci riuscivano.

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Commenti

2 risposte a “Il nonno”

  1. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Due momenti che apparentemente paiono non intrecciarsi, eppure si compendiano, hanno una solida base comune. Emerge appieno l’affetto per un nonno scomparso, si appalesa il dolore per la perdita, dolore non espresso apertamente né di fronte alla bara, né in chiesa, ma sentito nel più profondo, in maniera forte, indelebile, condizionante. E quel dolore esplode nel grido, altrimenti impensato, in un frangente scolastico, che poteva essere divertente.

    Rivive vivida, in questo toccante ricordo, la figura del nonno, figura che ci appare evidente attraverso solo pochi abili pennellate di alcuni aspetti e di qualche circostanza, che la mente ed il cuore non cancellano.

    Felice ha la grande capacità di comporre immagini con tratti quasi “taglienti”, di notevole incisività, senza indugi. E l’esito della sua scrittura ben riflette il significante ed il significato e ci avvolge, conquistandoci.

    Gian Gabriele

  2. Avatar Felice Muolo
    Felice Muolo

    Gian Gabriele, mi commuovi. Grazie.