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Scalfari mi fa tenerezza

13 Dicembre 2009

Al contrario di Oscar Luigi Scalfaro che, senza alcuna esitazione,  getterei metaforicamente dalla famosa torre, anche se a competere con lui fosse il demonio in persona, Eugenio Scalfari mi fa tenerezza. Lo vidi a Lucca qualche mese fa. Avanzava tra il pubblico, la figura maestosa, l’andatura lenta, appoggiandosi al suo bastone, per andare a sedersi al tavolo di un breve convegno dedicato al ricordo del lucchese Mario Pannunzio. A dare testimonianza del valore del grande giornalista, scomparso nel 1968, era stato chiamato proprio lui, che ancora giovane, collaborava a “Il Mondo”, del quale poi fu direttore un altro grande lucchese, Arrigo Benedetti.

Mi faceva un po’ tenerezza giacché qualche tempo prima, in un altro breve convegno dedicato sempre a Pannunzio, presenti la scrittrice Serri, Quagliarello, Belpietro e il direttore del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni, avevo sentito raccontare da uno dei relatori (forse lo stesso Quaglieni) che, vicino a morire, Pannunzio aveva confidato di non gradire una visita di Scalfari.

Non so se il venerabile dalla barba bianca conosca questa avversione di Pannunzio nei suoi confronti: immagino che Pannunzio non lo avesse tanto in simpatia per il modo elegante con cui Scalfari sa arruffare la verità, tutto all’incontrario della scrittura trasparente del giornalista lucchese.

Su Repubblica leggo le sue solite tiretere (“La grande anomalia dell’Italia del cavaliere”) in cui prefigura, ormai da qualche lustro, l’ascesa di un dittatore alla guida del nostro Paese. E’ il suo pallino. E’ lui che dà il là a tutte le mosse del Pd ed è sempre lui che con le sue arti magiche irretisce la forza bruta del Di Pietro-Masaniello. A leggere Scalfari, il popolano Di Pietro va in brodo di giuggiole. Vi attinge la linfa per il suo agire. Legge la Repubblica come fosse il nuovo vangelo, e quando l’editoriale porta la firma del nuovo dio tornato sulla terra ad incarnarsi, egli si sente un suo discepolo, pronto a sfidare il potere per abbatterlo.

Oggi Scalfari ci torna a cantare la stessa manfrina: Attenti, italiani, vi covate in casa un dittatore e ancora non ve ne siete accorti.

Questi ammonimenti, raccolti a bocca aperta dai suoi discepoli e diffusi ai quattro venti, affiancati allo sforzo di taluni magistrati infoiati di antiberlusconismo, i quali arriveranno prima o poi a credere che se lo zucchero nella loro dispensa è finito, la notte a rubarselo è venuto Silvio Berlusconi, sono scientemente tesi a creare un clima di esasperazione nel Paese.

Se c’è un pericolo per la democrazia, esso non viene da Silvio Berlusconi, ma da questo clima sadico e malato avviato con piena consapevolezza da la Repubblica e da una parte della magistratura “scesa in campo”.

Non ci potrà essere motivazione, pur articolata e profonda, che possa mai convincermi che un magistrato è libero come tutti gli altri cittadini e abbia il diritto, al pari di tutti gli altri cittadini appunto, di andare in Tv e sui giornali a parlare di politica. Se non addirittura delle leggi del parlamento, e in modo particolare quando ancora sono all’inizio del loro iter parlamentare.

Un magistrato deve sapere, nel momento che sceglie di dedicarsi a questa fondamentale e delicata missione, che egli dovrà fare una vita diversa dagli altri cittadini, improntata alla massima riservatezza, per non dire all’assoluto silenzio pubblico. La terzietà sancita nel suo lavoro dalla Costituzione deve trasparire senza alcun dubbio, nessuna ombra. Egli deve circondarsi di una specie di campana di vetro, in cui deve apparire senza macchia e senza sospetto.

Se non si è in grado di mantenere una tale trasparenza, se ci si accorge nel corso degli anni di non essere più capaci di rispettare la terzietà sancita dalla Costituzione, c’è una sola scelta da fare: cedere il proprio posto ad altri. Non sarebbe affatto una vergogna, ma un gesto nobile.

Scalfari e taluni magistrati sono i responsabili, dunque, di questa situazione conflittuale presente nel Paese. Esercitano il loro mestiere per fini di parte e spregiano qualsiasi deontologia. Se Berlusconi, in presenza di un tale clima da guerra civile, è costretto a rispondere per le rime, non è alimentando il fuoco che si possa contribuire a ricondurre il dialogo entro i binari di un confronto democratico. Berlusconi è vittima, e non causa di questa esasperazione.

Ormai pressoché tutti, non solo i sondaggi, ma anche i politici, ammettono e riconoscono l’assedio in cui è stato posto il premier, e i danni che questo assedio comporta nell’azione di governo, che pur riesce, nonostante ciò, ad ottenere risultati positivi, riconosciutigli da organi neutri e internazionali.

Se si pensi a quanto ancora di più si sarebbe potuto fare senza questo assedio asfissiante, noi dovremmmo severamente rimproverare il quotidiano la Repubblica e questi impropri magistrati di lavorare non contro la persona di Silvio Berlusconi, ma contro il Paese.

Non è, infatti, Silvio Berlusconi che porta all’estero un’immagine falsa e devastata dell’Italia, ma sono Scalfari con i suoi articoli affabulatori e i magistrati che mandano in mondovisione accuse di mafia al premier senza che prima siano stati fatti i doverosi e obbligatori riscontri.

E’ necessario chiarirlo, questo punto: chi sta diffamando l’Italia non è Berlusconi.
E questo ormai la maggioranza degli italiani lo sa.

E sa anche che, se si vuole fare dell’Italia finalmente una nazione efficiente e moderna, e anche un’Italia più giusta, si deve puntare sulla riforma, intelligente ed equilibrata, della Carta costituzionale. E se si vuole togliere al Palazzo della prima Repubblica il malvezzo di dare sempre calci nel sedere agli elettori, attraverso la manomissione della volontà popolare, si deve introdurre nel nostro ordinamento costituzionale l’elezione diretta del premier.

E tutto ciò, pur in presenza di tutti i vizi personali che si possono ascrivere all’uomo Berlusconi, la maggioranza degli italiani ha capito che è proprio quest’uomo che può realizzarlo.

La battaglia che Berlusconi sta sostenendo strenuamente, ormai da quindici anni, ha questa posta altissima in palio. O vince la sovranità popolare o vince il vecchio e maneggione Palazzo.

Per fortuna non è isolato. La sua battaglia la conducono, insieme con lui, tutti coloro che continuano a dargli fiducia, non tanto per la simpatia e l’indiscutibile carisma dell’uomo, ma per questo suo disegno, altamente necessario e nobile, in un Italia bistrattata e ancora imprigionata nei maneggi di una sporca politica.

Torniamo a Scalfari. Non bastandogli la tiritera, conclude il suo articolo con un post scriptum; eccolo:

“La vicenda Spatuzza-Graviano ha dato luogo a qualche fraintendimento che è bene chiarire. A me Spatuzza non piace affatto e i Graviano meno ancora, ma la cronaca ha le sue regole che vanno rispettate. E perciò ricordiamo: Spatuzza ha dichiarato in processo di aver saputo dell’accordo con Berlusconi e Dell’Utri da Giuseppe Graviano. Il quale ha rifiutato di deporre e ha detto che parlerà solo quando sarà venuto il momento di parlare. Chi invece ha detto di non aver mai conosciuto Dell’Utri e tanto meno Berlusconi è il fratello Filippo Graviano, del quale Spatuzza non ha mai parlato. Questo dice la cronaca e non altro.”

A parte che Filippo Graviano ha anche detto che non gli risulta che ci sia mai stata questa trattativa, bisognerebbe chiedere a Scalfari com’è che ragiona. Lui davvero crede che Giuseppe Graviano abbia rivelato dell’esistenza di questa trattativa ad un sottoposto come Spatuzza e non al fratello Filippo? Ma via, Scalfari! Cerchi di non menarcela per il naso.

Invece, la faccenda dei pentiti che la fanno da padroni nei processi per mafia è un discorso assai più serio.
Bisogna domandarsi (e suggerire anche al governo) se sia più possibile che la nostra giustizia venga messa in mano ai pentiti, che sono pur sempre mafiosi, e i cui scopi, come stanno dimostrando le ultime rivelazioni sulla strage di via D’Amelio, sono difficilmente interpretabili dagli stessi magistrati. Ci sono ormai numerose condanne definitive che vengono rimesse in discussione, dopo anni, da taluni pentiti, in un gioco perverso che sembra stia ormai intrappolando la giustizia in Italia.

Abbiamo innocenti chiusi in carcere per sentenze definitive emesse sulla base di rivelazioni di pentiti oggi contraddette da altri pentiti.

Che cosa è mai diventata la giustizia italiana? Un colabrodo, dove chi è giudicato colpevole con sentenza definitiva, non si sa se lo sia veramente.

Riguardo all’ormai noto reato di concorso esterno in associazione mafiosa, si rende necessario, anche qui, una sua più precisa definizione.

Riguardo al periodo tassativo di sei mesi entro i quali il pentito deve dire tutto, e se lo dice dopo i sei mesi, non se ne deve più tenere conto, tutti vedono (l’ultimo caso è quello dei Graviano e di Spatuzza) come taluni magistrati (a differenza di quanto faceva Giovanni Falcone) non tengono più conto di questa limitazione temporale. Ne hanno fatto carta straccia.

Inoltre essi, avvalendosi di una dottrina quanto mai bislacca (leggo questa nota), ormai fanno a meno dei riscontri e chiunque, per fatti mafiosi, può essere condannato da un pentito che ha sentito dire da un altro pentito. Insomma, un’aberrazione, che portò, è bene ricordarlo ancora, alla morte di un innocente come Enzo Tortora.

Ripeto: oggi con questo tipo disinvolto di applicazione della legge, tutti noi abbiamo una spada di Damocle sospesa sul capo. Ciascuno di noi potrebbe trovarsi in balia di un pentito che abbia sentito accuse su di noi da un altro mafioso che ha sentito dire da un altro che ha sentito dire e così via. E non potremmo farci nulla. La nostra innocenza conterebbe assai meno del due di briscola.


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18 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 13 Dicembre 2009 @ 15:52

    Le tue parole non chiedono commenti, sono solo da condividere.

    Ho ricevuto da un’amica queste parole e ritengo che stiano bene qua sotto a spiegazione di certa perversa mentalità.

  2. Commento by Ambra Biagioni — 13 Dicembre 2009 @ 15:54

    Purtroppo non è riuscito il collegamento con “queste parole”, eccole di nuovo.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 13 Dicembre 2009 @ 16:34

    Letto. Grazie.
    Ambra, sai mica se qualche tv si collega con Milano per il discorso di Berlusconi? Mi piacerebbe ascoltarlo in diretta.

  4. Commento by Ambra Biagioni — 13 Dicembre 2009 @ 16:47

    Mia sorella mi dice che la riunione ci sarà alle 17,30 per cui forse si collegherà in diretta con Milano SKY Tg 24.

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 13 Dicembre 2009 @ 16:58

    Grazie.

  6. Commento by Pier Franco Quaglieni — 13 Dicembre 2009 @ 17:46

    Sì sono proprio io che ho parlato del rapporto,o meglio del non rapporto Pannunzio / Scalfari. L’episodio di aver vietato in punto di morte che Scalfari venisse ai suoi funerali, dicendo ad un amico di provvedere in merito, non solo è raccontato nel mio libro “Liberali puri e duri – Pannunzio e la sua eredità”, ma è ammesso dalla stesso Scalfari nel suo libro “La sera andavamo in via Veneto”

  7. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 13 Dicembre 2009 @ 18:28

    Grazie, prof. Quaglieni, di questa sua precisazione.

  8. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 13 Dicembre 2009 @ 22:06

    Ormai è chiaro, caro Bartolomeo, Scalfari è il capo, il condottiero, quasi il teorico (se si può parlare di una teoria politica vera e propria o, meglio, di complotto) di questo centrosinistra ed ha un chiodo fisso nella testa (come Di Pietro): Berlusconi. Arriverà a morire con quel rospo in gola!

    Poi c’è una parte della Magistratura che una la fa ed una la pensa per tentare in ogni modo di fregare Berlusconi ed il Governo, danneggiando gravemente, come fa Scalfari, il paese per più ragioni, come tu giustamente sottolineavi.

    La farsa dei pentiti ormai è chiara a tutti e ci sputtana anche all’estero. Ma, purtroppo, questi pentiti stanno prendendo una piega tale che mettono in grave difficoltà ed in imbarazzo la Magistratura stessa, arrivandola quasi (anche senza il quasi) a manipolarla, a prendersi gioco di essa. Male, molto male!

    Gian Gabriele

  9. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 13 Dicembre 2009 @ 23:31

    L’antiberlusconismo, Gian Gabriele,  ha seminato odio ed accecato molti.

    Vorrei ricordare questi miei articoli:
    qui, qui, qui

  10. Commento by Ambra Biagioni — 14 Dicembre 2009 @ 07:44

    Attento al commento qui sul Legno, Nicolò sa quel che si dice.

  11. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Dicembre 2009 @ 09:11

    Ho letto, Ambra. Ma mi piace tenerezza, sta per un uomo anziano che ormai si è perso nel suo labirinto.

  12. Commento by Ambra Biagioni — 14 Dicembre 2009 @ 09:14

    Non hai che da scriverlo anche a Nicolò,

  13. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 14 Dicembre 2009 @ 10:41

    Fatto, Ambra.

  14. Commento by Ambra Biagioni — 14 Dicembre 2009 @ 10:50

    Ho aggiunto un piccolo commento: ho solo detto che un cobra resta pericoloso fino alla morte.

    Ciao.

     

  15. Commento by Ambra Biagioni — 15 Dicembre 2009 @ 23:04

    Continuano i commenti sul Legno

  16. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Dicembre 2009 @ 01:34

    Letto. Grazie (ho difficoltà però a entrare nel dibattito per mancanza di tempo. Ogni tanto, magari…)

  17. Commento by Ambra Biagioni — 16 Dicembre 2009 @ 07:25

    Non preoccuparti, ti avverto solo della presenza di commenti perché tu possa, volendo, leggerli con più facilità.

  18. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Dicembre 2009 @ 09:36

    Grazie, Ambra. E’ un aiuto che apprezzo.

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