(Storia del partigiano che combatté i nazisti e finì appeso a un lampione)
di Francesco Improta
Recensendo il primo romanzo di Enzo Barnabà, Il ventre del pitone, avevo avanzato un’ipotesi, che allora poteva sembrare azzardata ma che oggi ri sulta sempre più credibile. L’autore, a mio avviso, dopo un passato di sto rico e di linguista stava diventando un narratore di buon livello e di note vole impatto e Il partigiano di Piazza dei Martiri conferma in pieno tale ipotesi. Non che la Storia, quella per intenderci con la S maiuscola, sia as sente o rimanga sullo sfondo in questo libro; il titolo, del resto, rimanda in maniera precisa e puntuale a un periodo storico veramente tragico: la se conda guerra mondiale, l’occupazione nazista, la guerra civile, le dela zioni, le torture e le esecuzioni sommarie. Non mancano neppure rife rimenti espliciti al nostro paese governato (siamo nel 2003) da un clown incipriato o alla ex Iugoslavia, alle ferite profonde che hanno lacerato non solo il territorio, diviso e frammentato, ma anche il tessuto sociale, morale e culturale di un popolo tanto orgoglioso quanto dignitoso. Non basta, an che la costruzione del romanzo si avvale di un metodo decisamente sto riografico, basato su indagini e ricerche di documenti e testimonianze che portano il protagonista della vicenda ad attraversare tutta o quasi la pe nisola e a spostarsi persino in Croazia, in Montenegro e in Slovenia. Senza contare che questi documenti e testimonianze, corredate da numerose ed eloquenti fotografie, figurano alla fine del libro, in una ricca e significativa sezione iconografica. A mio avviso, però, si tratta soprattutto di un viaggio sentimentale nell’accezione più ampia del termine, in cui Giulio, il prota gonista, nella ricerca affannosa del padre, di cui aveva sofferto a tal punto la mancanza da inventarselo o prenderlo in prestito, scopre se stesso e matura una nuova coscienza civile, politica e morale.
Romanzo, quindi, di formazione potremmo dire, solo che Giulio è ormai un sessantenne in pensione e non un giovane di belle speranze. Trasferitosi appena dodi cenne dalla natia Sicilia nell’uggiosa Milano con la madre che non aveva potuto sposare il suo amato, partito subito dopo averla messa incinta per la guerra e dato per disperso durante la campagna di Russia, Giulio era ri masto sempre insieme a lei, ricambiando il suo affetto viscerale e limi tando i suoi rapporti con le donne a relazioni di breve durata, di scarsa importanza ed esclusivamente sessuali. Quello di Giulio è un cuore in inverno, volendo citare il titolo di un bellissimo film di C. Sautet, un cuore freddo, incapace di aprirsi agli altri, tutto pieno dell’ingombrante presenza della madre, tanto da far nascere il sospetto di un amore incestuoso. La sua vita scorre monotona come un lungo fiume tranquillo, fino a quando un amico con cui divide il tempo libero e l’amore per il tennis, gli dice che durante una gita a Dubrovnik aveva saputo da un vecchio generale, cono sciuto per caso, che suo padre aveva combattuto non in Russia ma tra le file dei partigiani slavi. Incuriosito Giulio si reca sul posto per contattare il generale e raccogliere informazioni.
La sua vita è completamente scon volta; il padre, che egli non aveva mai conosciuto e del quale sapeva solo ciò che gli altri gli avevano detto, gli appare sotto una luce nuova e anche il freddo o meglio l’indifferenza che alberga nel suo cuore comincia len tamente a sciogliersi. Capisce, attraverso le parole accorate ma risolute, del generale l’importanza, meglio ancora la necessità, di inseguire un’idea per quanto utopica possa sembrare. Se è vero, infatti che l’utopia è irraggiun gibile come l’orizzonte – nel senso che più si avanza più esso si allontana – è altrettanto vero che essa serve per continuare a camminare, per non fer marsi e farsi schiacciare da ciò che gli altri – pochi in verità – decidono. Giulio inizia allora un viaggio a ritroso nel tempo nel tentativo di sistemare i pochi tasselli di cui dispone e di far affiorare finalmente la verità. In que sto viaggio gli è vicino Ea, una donna dal corpo morbido e accogliente, (questa è la prima impressione di Giulio), che sia pure con difficoltà, len tamente, facendo leva sulla sua pazienza e sulle sue qualità umane e mo rali, coopera a quell’opera di completo disgelo del suo cuore iniziata dal generale e proseguita attraverso successive scoperte e rivelazioni.
La scrittura è eccessivamente lineare, nel senso che è troppo aderente alle cose, ai fatti per respirare e lasciar intravedere sfumature, gradazioni e to nalità, capaci di cogliere e assaporare tutte le emozioni e le memorie, che affiorano a fatica dal buio del passato e dal gelo del suo cuore. Frutto probabil mente della sua formazione storica che gli impedisce di vagheg giar parole anche se Enzo Barnabà, come ho detto all’inizio, ha ormai scoperto ed affinato il gusto dell’intreccio e delle invenzioni narrative. Ci sono, comunque, delle espressioni dialettali, o che del dialetto conservano la cadenza e la struttura sintattica, che conferiscono colore e vivacità alla prosa, penso in particolare a “calati juncu ca passa la china”, un proverbio di sapore popolare che richiama alla mente, nell’invito a piegarsi e non a spezzarsi, nelle emergenze e nei momenti di necessità, la ginestra di me moria leopardiana.
Commenti
Una risposta a ““Il Partigiano di Piazza dei Martiri” di Enzo Barnabà – Infinito edizioni”
Una recensione sapiente della storia narrata e della qualità della scrittura, che invita a leggere il libro (anche per poi confrontare i giudizi ).