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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Il principe Andrea

11 Febbraio 2022

(Estratto dal mio racconto “Rico e Francesco”, del 1987)

Una sera, mentre stavano per accendere il televisore, Rico cominciò a narrare una storia.
C’era una volta un principe…
Sul divano sedevano Luisa, Francesco e accanto Betty, all’altro capo Caterina.
Si voltarono verso di lui.
«Papà, » disse Betty «ma che fai, ci racconti una fiaba? »
«Vi rivelerò anche il nome di quel principe: Guglielmo. Vi piace? »
«Può andare » disse subito Katy, sorridendo.
«Si potrebbe chiamare anche Alberto o Carlo o Federico, come preferite. »
«Lo chiameremo Andrea » decise Luisa.
«Vada per Andrea » annuì Rico e continuò.
Naturalmente viveva nel solito castello meraviglioso e, poiché era anche bellissimo, di lui s’erano invaghite le più leggiadre principesse della Terra, e da ogni parte venivano per conquistarlo.
Quel principe amava leggere, ascoltare musica, passeggiare, andare in barca sul mare o sui fiumi del suo reame. Aveva così tanto tempo a disposizione che ogni piacevole cosa che esisteva al mondo, egli l’aveva gustata.
Insomma, per farla breve, viveva nella più completa felicità. Così, se qualcuno si lamentava della vita, il principe si infuriava e qualche volta puniva il poveretto.
«La vita è bella » soleva dire a tutti.
Il principe Andrea, dunque, era l’uomo più felice della Terra, ma, ahimè, arrivò il tempo che questo non gli bastò più.
Poiché i suoi genitori erano molto vecchi, a poco a poco egli assaporò l’ebbrezza che dava il potere, e così desiderò possederne sempre di più, e alla fine non ci fu piacere più grande per lui che sentirsi padrone della vita e della morte dei suoi sudditi.
Spesso si sorprendeva a riflettere, mentre discuteva con un sapiente della sua corte, che quella mente raffinata egli avrebbe potuto annientarla per sempre. A che serviva, a quel poveretto, tanta esibizione d’ingegno, se egli poteva far cadere con un sol colpo di spada la sua testa?
Il pensiero di questa forza, che lo metteva a paragone con Dio, lo esaltò a tal punto che egli arrivò perfino a compiacersene.
E purtroppo in più d’una circostanza quel potere nefasto fu esercitato.
Di lui si cominciò a parlare con terrore. Si pronunciava il suo nome con raccapriccio. Il re, oramai malato, vecchio e quasi cieco, non poteva fare più nulla.
Così il principe si sentì in diritto di compiere le più efferate nefandezze, e si circondò di consiglieri corrotti, che cercarono di approfittare della sua vanità. Alle feste, sempre più rare, che venivano date al castello non accorrevano più, come un tempo, le più belle principesse della Terra, ma cortigiane disposte soltanto a compiacerlo.
Passarono gli anni.
Un giorno, ormai sazio di crudeltà e di ogni sorta di scelleratezze, avvertì dentro di sé la voglia di uscire da quel regno angusto e di conoscere il mondo.
Ne aveva sentito parlare tante volte, ma solo ora poteva finalmente dedicargli la sua attenzione.
«Dominerò la Terra » fu la prima cosa a cui pensò.
E così il principe Andrea partì.
Ma le cose non andarono affatto come aveva immaginato.
Infatti, frequentò nei vicini regni confinanti principi come lui che, pur non disdegnando la sua compagnia, non condividevano i suoi pensieri e, pertanto, fu costretto a riconoscere che esistevano profonde ed insanabili diversità con gli amici.
Ne fu turbato, perfino offeso, ed ogni volta se ne fuggiva nella speranza di poter incontrare altri uomini più disposti ad accettare il suo dominio. Così si allontanò sempre di più dal suo reame, e via via che la distanza si accresceva, dovette constatare che diminuivano del pari i regni dove qualcuno lo conoscesse.
Il principe Andrea, tuttavia, non pensò mai di tornare indietro, spinto com’era dalla sua sfrenata ambizione di potenza, e arrivò presto in luoghi dove nessuno sapeva chi fosse, e perfino se esistesse il suo regno.
Così, quando si trovò costretto a concludere che a nessuno importava di lui, se fosse vivo o morto, principe o mendicante, un profondo sconforto si impadronì della sua anima.
«Non è male, papà, questa storia » interruppe Francesco. «Dove l’hai letta? Perché l’hai letta da qualche parte, non è così? »
«O non ti accorgi che la sta inventando per noi? » sorrise Betty.
«Continua, papà » incalzò Katy, che sembrava la più conquistata dal racconto.
Luisa si mise comodamente seduta sul divano e lasciò intendere che la storia piaceva anche a lei.
«Continua » sollecitarono Francesco e Betty.
Furono, quelli che seguirono, mesi ed anni terribili; ma una sera ch’era stanco e affamato, in giro per le viuzze di un villaggio di contadini, qualcuno ebbe compassione di lui.
«Da dove vieni? »
«Da molto lontano. »
«Hai fame? »
«Sono giorni che non tocco cibo. »
«Vieni a casa mia. »
Il principe si sentì spinto a seguire lo sconosciuto.
Fu condotto a casa sua.
«Entra; starai al calduccio » e lo fece accomodare intorno alla tavola, dove sedevano la moglie e i due figli già grandi, maschio e femmina.
«L’ho trovato per strada. »
«Sei il benvenuto » si alzò a dire la donna, facendogli posto.
Il principe si sedette come un automa.
«Puoi restare con noi, se ti piacerà. Ci aiuterai nei campi, e non ti mancherà da mangiare e da dormire. »
E poiché il principe non aveva altra scelta, dato che nel suo regno nessuno sapeva più dove fosse, ed era rimasto ormai da molto tempo senza ricevere denaro, rispose che sarebbe restato per qualche giorno, giusto per riposare.
E invece… di giorni ne passarono molti, e mesi ed anche anni.
Il principe imparò presto a coltivare la terra e divenne un lavoratore infaticabile. Si alzava presto al mattino per andare nei campi, guidava l’aratro, andava presto a letto la sera, accudiva alla stalla.
Non rivelò mai a nessuno chi fosse veramente.
Ci stava bene in quel luogo e soprattutto in quella famiglia, dove regnava tanta serenità, pur in mezzo alle fatiche e agli stenti quotidiani; e l’anima tormentata si distendeva, si abbeverava a quella fonte prodiga.
Così volle fare qualcosa per quella gente, e siccome aveva molto ricevuto e poco dato, un giorno decise che, poiché la sola moneta che gli era rimasta era la sua istruzione (e davvero ne aveva tanta quel principe, circondato sin dall’infanzia dai sapienti del suo regno), bene, ne avrebbe offerta agli altri, avrebbe insegnato a quegli uomini semplici per prima cosa a leggere e a scrivere e poi, a chi avesse voluto apprendere di più, avrebbe trasmesso via via tutto il suo sapere.
Gli amici ne furono entusiasti, il paese ne andò fiero, e si sentì fortunato che quello sconosciuto si fosse fermato in quel luogo, che fino ad allora era sembrato abbandonato da Dio.
«È finita? » domandò Katy, quando si accorse che Rico si era fermato.
«È finita » confermò. Il principe Andrea avvertì dentro di sé, a poco a poco, che la sua vita non era inutile, né lo era stata la sua brutta avventura, se poteva riscattarla con un tale gesto di amore.
Non tornò più nel suo regno, e quando, molto vecchio, morì, tutti lo piansero come un benefattore.

Il libro, qui.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart