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LETTERATURA: “Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio – Rizzoli

20 Ottobre 2012

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

Il silenzio dell’onda, finalista al premio Strega, si differenzia a livello strutturale e contenutistico dalla precedente produzione let ­teraria di Gianrico Carofiglio, anche se ne conserva alcune spe ­cificità linguistiche e tematiche. Penso alla difesa della magistra ­tura, troppo spesso attaccata ingiustamente, e più in generale della legalità, al rigore delle indagini e alla chiarezza dell’esposizione, nonché all’uso di un linguaggio ricco, puntuale ed efficace inteso come impegno stilistico, morale e persino politico. Vale la pena ricordare che, ne La manomissione delle parole, lo scrittore di Bari aveva affermato che la cura delle parole è sinonimo di una società realmente democratica che si fonda, tra le altre cose, sulla circolazione delle idee e, di conseguenza, sull’utilizzo di un lin ­guaggio capace di veicolarle.

La vicenda, ambientata prevalentemente a Roma con qualche fu ­gace digressione che ci porta a Milano, a Madrid e a Bogotà, è incentrata su pochi personaggi Roberto Morias, maresciallo del reparto investigativo dei Carabinieri, che agisce sotto copertura da infiltrato in una banda di narcotrafficanti colombiani, Emma ex-attrice e attualmente semplice commessa, la cui avvenenza pur non essendo del tutto sfiorita mostra i graffi che il tempo vi ha lasciato inesorabilmente, accentuandone la fragilità caratteriale, e uno psichiatra a cui entrambi si rivolgono per risolvere le loro nevrosi e che manifesta a tratti anche lui evidenti defaillance per un conflitto irrisolto col proprio figlio. Ed è qui nel rapporto spes ­so conflittuale tra padre e figlio, quando non è addirittura assente o latitante per la scomparsa inaspettata del genitore o per la sua lontananza, che si appunta l’analisi di Carofiglio; nella figura, infatti, di Roberto Morias, il protagonista, si nota un duplice dolore per la perdita del padre sul limitare dell’adolescenza e per una sua colpevole mancata paternità.

Ai margini della vicenda principale si sviluppa, su un piano preva ­lentemente onirico, quella di Giacomo un ragazzo undicenne che soffre per la morte prematura del padre e che vede in una sua com ­pagna di classe, Ginevra, la possibilità di un risarcimento a livello affettivo, di colmare, cioè, il vuoto e il gelo che sente dentro. Si tratta, però, di una speranza, di una fantasia più che di un’even ­tualità concreta, tanto è vero che i due ragazzi a stento si salutano. La marginalità della vicenda di Giacomo, che alla fine, invece, avrà un ruolo determinante nella conclusione della storia, è te ­stimoniata e sottolineata, a livello strutturale, dal fatto che le sequenze che hanno lui come protagonista non rientrano nella numerazione progressiva dei capitoli e si svolgono quasi tutte in una dimensione fantastica.

Il racconto, che mescola sapientemente l’azione con la riflessione e che tratta delle assenze, delle mancanze che rendono la nostra esistenza simile a un campo da golf ondulato e pieno di buche, ha la sua chiave di comprensione nella frase scritta in calce a un manifesto di Louis Armstrong, affisso su una parete dello studio dello psicanalista, che recita testualmente: “If you have to ask what jazz, you’ll never know”; se hai, cioè, bisogno che una cosa importante ti venga spiegata, probabilmente non la capirai mai. Si tratta a ben guardare di un invito a dare fondo a tutte le proprie risorse fisiche e intellettive per cercare di raggiungere quella consapevolezza indispensabile per dare un senso alla nostra esi ­stenza e per diventarne protagonisti attivi e responsabili. Concetto, quest’ultimo, che viene ribadito dal dottore, allorché parlando del surf che Roberto aveva praticato da adolescente in California in compagnia del padre, dice testualmente: “Un conto è aspettare l’onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva.”

Roberto Morias, affetto da manie depressive con pulsioni suicide,

per aver conosciuto e praticato il cinismo, la corruzione e l’orrore fuori e dentro di sé al tempo della sua missione sotto copertura, ritornato in patria, abbandonando in questo modo la ragazza di cui si era innamorato e che portava in grembo suo figlio, aveva tentato il suicidio ed era stato salvato in extremis da un giovane collega. Sospeso dal servizio comincia a frequentare lo studio dello psica ­nalista, dove incontra Emma, una donna allo sbando, avvilita per il trascorrere del tempo e divorata dai sensi di colpa, per la morte del marito che, andato via di casa in seguito a un suo nuovo tradi ­mento, era stato investito da un’auto.

 

“Hai voglia a dire che era una storia finita, hai voglia a dire che non c’è nessuna relazione fra quello che hai fatto e quello che è successo. Hai voglia a dire – a cercare di dirti – che è una spa ­ventosa tragedia ma che poteva accadere in qualsiasi momento. La voce che dice tutte queste cose viene coperta da un’altra molto più forte, potente e insieme capace di insinuarsi nelle fibre più pro ­fonde della tua anima. Questa voce dice una cosa molto semplice e micidiale: è colpa tua.”

 

Tra i due, pur non essendoci molti interessi in comune, nasce un certo feeling per il desiderio di raccontarsi, meglio ancora di ag ­grapparsi l’uno all’altra per uscire dalle sabbie mobili in cui erano precipitate le loro esistenze. La corsa in moto, di notte, per le vie di Roma rappresenta un primo tentativo di tirare il fiato e di ri ­conciliarsi, almeno per Roberto, con una città che gli sembrava se non ostile quanto meno estranea. Diventeranno più frequenti le sue passeggiate a piedi alla scoperta di angoli, monumenti o semplici fontanelle che acquistano il sapore e il valore delle epifanie di Joyce. Una sera poi Roberto si farà accompagnare da un tassista cinefilo nei luoghi in cui sono stati ambientati alcuni film famosi: Vacanze Romane; Nuovo Cinema Paradiso; Souvenir d’Italy; La dolce vita; Totò Truffa ’62; C’eravamo tanto amati; L’uccello dalle piume di cristallo a testimonianza dell’amore sincero di Carofiglio per il cinema. Anche l’idea di Scott, il cane che Gia ­como vede in sogno e che lo accompagna nelle sue scorribande oniriche per poi trovarselo ai piedi del suo letto in una di quelle illusioni ipnagogiche, mi ha richiamato alla mente il film di Carlo Carlei Fluke in cui un padre morto in un incidente stradale si incarna in un cane per continuare a stare vicino alla sua famiglia e per cercare di proteggerla. Altrettanto evidente l’amore dell’autore per la musica anglofona e in particolare per i gruppi storici dai Doors ai Queen, agli U2, ai Led Zeppelin, ai Nirvana e ai Rolling Stones.

Scontata o meglio prevedibile, invece, la conclusione perché le due storie, quella di Roberto e quella di Giacomo, non procedendo parallelamente alla fine si intrecciano e la nostalgia dell’uno si sposa perfettamente con il desiderio dell’altro, sancendo così quel lieto fine che il lettore ormai si aspettava.

Prima di concludere vorrei, comunque, accennare al montaggio alternato, presente in maniera metodica nella prima parte del libro, e al bellissimo titolo Il silenzio dell’onda, una sinestesia ossimo ­rica che allude alla complessità e alla contraddittorietà del reale e alla difficoltà di percezione e di comprensione dello stesso. Un silenzio che alla fine si tramuta in un ruggito, quando Roberto torna a cavalcare le onde con la sua tavola e ritrova finalmente se stesso.

 

“Avrebbe potuto dire che era un’ebbrezza che tagliava tutto da parte a parte: il tempo, lo spazio, la tristezza, e il bene e il male, e l’amore e il dolore e la gioia e la colpa. E il perdono – anche quello più difficile, che chiediamo a noi stessi. E il cerchio della vita, e le storie dei padri e dei figli, e della loro disperata ricerca gli uni degli altri.


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