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LETTERATURA: “Il torto del soldato” di Erri De Luca, Feltrinelli

11 Luglio 2012

di Francesco Improta

L’ultimo libro di Erri De Luca, Il torto del soldato (casa editrice Feltrinelli), pur senza smarrire quelle che sono le caratteristiche peculiari di tutta la sua produzione (spessore morale e linguaggio lirico e sapienziale al tempo stesso), si differenzia, almeno in ap ­parenza, dalle sue ultime opere. Erri, infatti, non va alla ricerca del passato né scruta nel crepaccio della memoria per riportare in vita, attraverso la narrazione, figure e fatti più o meno importanti della sua esistenza né si confronta con le sacre scritture ma si defila, la ­sciando a una donna la possibilità di raccontare la propria storia, di donna e di figlia. Il padre, tanto anziano da passare per lungo tem ­po per suo nonno, ha avuto un’esistenza movimentata e dram ­matica. Nazista convinto, dopo la caduta del terzo Reich, braccato dai suoi po ­tenziali giustizieri e divorato non dal senso di colpa ma da quello della sconfitta, si trasferisce prima in Argentina e poi, dopo una breve permanenza in Italia, si stabilisce a Vienna, sua città natale, dove cerca di dare una parvenza di normalità alla sua vita spo ­sando una donna più giovane di vent’anni e creando con lei una famiglia. Dal loro matrimonio nasce una figlia, alla quale, ogni anno, garantisce, da padre affettuoso, vacanze a Ischia e nel Tirolo. La moglie, però, stanca della finzione che non le consente di esibire pubblicamente il proprio marito se ne va di casa, di ­men ­ticandosi anche della figlia. È allora che la ragazza scopre che quello che aveva pensato fosse suo nonno è in realtà il padre ed è per giunta un criminale di guerra. Pur provando un senso di profonda repulsione la figlia, per pietà nei confronti del vecchio padre e inconsciamente forse per farsi carico delle sue colpe, non riesce ad abbandonarlo e decide di accudirlo, sacrificando persino la propria vita e la propria sessualità. La storia, di cui certo non racconteremo la conclusione, nasce dalla convinzione, più volte ribadita dallo stesso autore, dell’assurdità delle guerre moderne in cui a pagare il tributo maggiore, in termini di vite umane, non sono tanto i soldati quanto i civili e per giunta i più deboli: vecchi, donne e bambini. Ritornano alla mente i bombardamenti di Napoli, di Sarajevo, di Mostar, di cui Erri è stato testimone diretto o indiretto, attraverso i racconti della madre, nonché le guerre etniche o religiose, gli imperialismi guerrafondai ammantati di fal ­so umanitarismo, le persecuzioni razziali e i genocidi. Scheletri e fantasmi ingombranti del cosiddetto secolo breve di cui non riu ­sciremo a liberarci, anche perché il loro tanfo rimarrà per sempre nell’aria, sulla pelle… nei risvolti e nelle pieghe di una storia di cui dovremmo vergognarci.

Abbiamo detto che Erri si defila ma, a ben guardare, non è così; non solo, infatti, è presente all’inizio allorché fa riferimento all’in ­carico affidatogli dalla Feltrinelli di tradurre direttamente dall’o ­riginale e quindi dallo yiddish alcune opere scelte di Israel Yeho ­shua Singer, fratello del premio Nobel Isaac Bashevis Singer, ma lo ritroviamo, quasi genius loci, tra le montagne alpine, a lui così care, e nell’isola d’Ischia dove presta la sua abilità di nuotatore e di pescatore oltre che la sua innegabile dimestichezza con il mare a un giovane sordomuto che insegna alla protagonista del libro a nuotare regalandole l’unico momento di leggerezza di cui ha fatto esperienza nella sua vita.

Ci sono inoltre riferimenti letterari e pittorici, poco usuali, fugaci ricordi dell’infanzia, e soprattutto quel senso di verità e giustizia, di vendetta e perdono che sono una costante e una necessità insop ­primibile della sua produzione. Si pensi all’importanza che assu ­me nel libro la parola émet (verità) che accelera l’appunta ­mento con il destino del soldato il cui torto non è stato quello di ubbidire ma come, più spesso egli stesso ribadisce, di essere stato sconfitto: “Se avessimo vinto non ci avrebbero potuto rinfacciare nulla”, a conferma del fatto che oggi, come mai prima, la ragione non ha nulla a che fare con la logica e ancor meno con la verità ma solo con l’utilitarismo e il pragmatismo.

Un libro, per concludere, che concede poco spazio ai dialoghi, pri ­vilegiando riflessioni e descrizioni, e che utilizza, come al solito, un linguaggio sapienziale di grande impatto ed efficacia. Un libro forse meno poetico di altri – penso a Il peso della farfalla. Tu non c’eri e I pesci non chiudono gli occhi – ma di notevole spessore morale.

Mi piace chiudere queste mie considerazioni con un brano assai significativo, che conferma quanto da me affermato prece ­dente ­mente:

“Non mi discolpo dicendo di essermi trovato costretto a eseguire degli ordini. Li ho sentiti, i miei superiori in Tribunale, dichiararsi sotto befehlnotstand, in stato di costrizione, in seguito a un ordine. Noi gli ordini li abbiamo smontati e rimontati come si fa con le armi. Li abbiamo oliati e lubrificati perché non si in ­ceppassero. Li abbiamo eseguiti con l’efficienza dell’entusiasmo. La nostra colpa è più imperdonabile: è la sconfitta.”


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Bart