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LETTERATURA: J.D.Salinger: “Il giovane Holden”. Einaudi, 1997, pp. 248

18 Febbraio 2008

di Alfio Squillaci

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

(Trad. Adriana Motti)

Ritorna più volte in libreria, in un’ennesima ristampa come questa del 1997, questo classico, manifesto di una generazione-contro (andata al potere nel frattempo). Vi si narra del giovane Holden Caulfield che espulso dal prestigioso college Pencey, prima di rientrare a casa con la ferale notizia, girovaga per New York, incontra amici, fidanzate, prostitute, professori. Si ubriaca, esce sotto la pioggia, si bagna fradicio e si becca una polmonite. Tutta qui la “trama”.
Ma è il ron-ron interiore ad essere di scena. Holden è un young angry man, un giovane arrabbiato, antisistema, e pervaso da umori anti-istituzionali. Odia il denaro, la borghesia, la stupidità dei coetanei. Ma perché è arrabbiato Holden? È forse un comunista? Un homme révolté? Nel romanzo non è detto. La rabbia, la rivolta, non è l’oggetto esplicito della narrazione, ma un suo pre-testo, qualcosa che anche dal punto di vista della scrittura è accaduta prima. Forse la rottura col mondo è decisa da una ragione privata:   la morte di un fratello amato. Ragione sufficiente per staccarsi dalla vita, ma non necessaria per la generazione del ’68 che non prevedeva le motivazioni esistenziali nel dichiarare guerra al mondo, e che lesse perciò questo romanzo pescandovi secondo le proprie urgenze interiori. Quella generazione leggeva nel libro il rifiuto etico, e quindi “politico”, del processo di socializzazione canonico, quello che procede per cerchi concentrici: l’io, la famiglia, il college, la classe di appartenenza, l’America, il mondo. Di questa serie scartava tutto, fuorché l’io e le sue ragioni in contrapposizione a tutto il resto.
Lo stile del libro è volutamente trasandato, senza che la disadorna quanto sapiente negligenza del tratto non suggerisca comunque il pericolo di un manierismo incombente. La voce narrante sembra poi quella di Lee Marvin: spiccia, senza fronzoli. Se   Holden deve fare un tema, è un “maledetto” tema; naturalmente il giovane si sdraia su un “dannatissimo” letto, e se parla della “vecchia” Phoebe, non equivochiamo, non è che la sorellina di Holden.

Sicuramente nel ’51, quando uscì, il romanzo era davvero nuovo ed eversivo. Ed anche la sciattezza stilistica era una forma di rifiuto del perbenismo borghese e letterario. Oggi la carica di novità e di eversione è stata assorbita dai numerosissimi epigoni e dalla pletora di arrabbiati automatici e anche un po’ di lusso (rockers, beats, hippies etc) che seguirono. Tuttavia   a differenza di tanti giovani dei ’60 (e di oggi) che considerano il giovanilismo una meta e una forma immobile dell’essere, Holden-Salinger la pensa ancora come il “vecchio” Shakespeare secondo cui “Ripeness is all” (la maturità è tutto), e la giovinezza dunque un tratto biologico della vita umana, non già una condizione permanente dello spirito. Dice infatti il professor Antolini in finale di romanzo al confuso Holden in cerca dopotutto di dialogo con gli adulti intelligenti ( e i due dialoghi con i professori, all’inizio e alla fine, sono tra le cose più pregevoli del romanzo): « Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa ».

Non c’è dato sapere quanto e come i giovani di oggi leggano questo romanzo. Ma   a meno che non facciano l’inevitabile errore di considerare il mondo nato con loro, scopriranno, leggendolo, quanto sia stato problematico per ogni generazione l’incontro col paradosso del vivere. Scriveva   Paul Nizan   qualche generazione prima in un libro (Aden Arabie) che sembra anticipare le atmosfere salingeriane: « Avevo vent’anni: non consentirò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita. Tutto minaccia di rovina un giovane: l’amore, le idee, la perdita della propria famiglia, l’ingresso fra gli adulti. È duro apprendere la propria parte nel mondo ».

P.S. Com’è noto il titolo originale del romanzo The Catcher in the Rye   tratto da una poesia di Robert Burns (1759 -1796) è   evidentemente intraducibile (lett: “Colui che afferra tra la segale”). Al suo significato si fa riferimento in due capitoli del libro, il XVI e il XXII (e non il XVII, come ad ogni ristampa ripropone erroneamente   nella sua “nota al titolo” l’editore italiano).


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2 Comments

  1. Commento by Matteo — 22 Febbraio 2008 @ 18:52

    A me è piaciuto molto, questo romanzo. Pur non essendo più giovane quando l’ho letto e non avendo di sicuro attraversato un’epoca “arrabbiata” come quella di Caulfield. Ma forse proprio per quello c’ho visto l’icona di un giovane perdente, ma perdente in partenza.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Febbraio 2008 @ 14:46

    E’ un romanzo, Matteo, che, a distanza di anni, continua ancora ad affascinare la gioventù, e non solo. E’ quello speciale fascino che contraddistingue i capolavori.

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