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LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin: È il momento dei bilanci (7)

5 Maggio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

All’inizio del 1800 Hölderlin si ritrova quindi a   fare i conti con il fallimento totale di tutta una serie di   progetti, su cui aveva puntato molto. Della rivista “Iduna”, cui aveva riposto tante attese, non se ne farà nulla; la tragedia che con enorme difficoltà stava scrivendo – “La morte di Empedocle” – non gli avrebbe mai potuto garantire guadagni certi, la sua aspirazione di poter ottenere una cattedra di letteratura greca a Jena trova orecchie sorde. Nonostante tutto continua a resistere alle proposte della madre che gli aveva prospettato ancora una volta un nuovo impiego da pastore protestante, convinto com’era che la sua strada fosse quella di poeta. Con Susette, che continuava a vivere di ricordi e cercava disperatamente di resistere al lento quanto implacabile affievolirsi di quel rapporto, aveva a suo tempo ipotizzato un distacco definitivo, seppur doloroso. La sua Diotima gli rimane tuttavia assolutamente devota e si dice disposta a tutto. Da tempo ormai aveva annullata la sua volontà in quella dell’amato. “Agisci, io sopporterò”, con queste parole Diotima aveva invitato Iperione a lasciarla e a seguire l’invito di Alabanda a combattere per la libertà della Grecia. Come avrà spesso occasione di ripetere, Susette si dice pronta ad accettare le sue decisioni, qualunque esse fossero. Le lettere di questo periodo sono pertanto intrise di muto dolore e, a distanza di tanto tempo, fanno ancora venire qualche brivido… Ormai i due amanti, che hanno rinunciato a vedersi, sono costretti per sopravvivere ad attingere dal patrimonio di ricordi che custodisce gelosamente  e ad accarezzare speranze che col passare dei giorni si affievoliscono fino a diventare delle mere illusioni: “Quanto mi abbiano rallegrato le tue ultime lettere, mio amato, non posso dirlo abbastanza, esse mi hanno abbondantemente ripagato la paura che ho avuto per averle, infatti non posso descrivere quale timore mi abbia colto quando non Ti ho visto da nessuna parte sotto la finestra, ho pensato che la chiara luminosità della luna Ti avesse tradito, e quando correndo da una finestra per sbirciare e Tu non ti facevi vedere le ginocchia hanno cominciato a tremare così fortemente da potermi appena reggere in piedi, è stato per me terribile rimanere nell’incertezza, e allora pensai che qualcuno mi avrebbe seguito nella stanza ed io mi sarei anche tradita, quando per fortuna sei arrivato. Mi sono allora affrettata col mio tesoro nella mia silenziosa stanzetta, qui non ho potuto per i battiti del cuore e la tempesta dei sentimenti leggera una parola, rileggevo le Tue lettere dall’inizio alla fine, ma quella sera non ho potuto cogliere il vero significato, fino a quando alcuni giorni dopo tutto divenne più tranquillo, allora esse   hanno rallegrato e rafforzato il mio core e un muto ringraziamento ha benedetto Te ed è volato in Tua direzione… Sento sempre di più di non potermi adattare alle condizioni     umane e faccio meglio a vivere sola con la mia anima muta… Adesso Ti devo ancora dire da che cosa deriva la mia avversione contro il Tuo soggiorno a Jena… Tutto deriva dal fatto che Weimar   dista solo mezz’ora di viaggio da Jena…ed io ho saputo   di certo che Schiller questo inverno vi si trasferirà… (Inizio gennaio, 1800”) .

Turbamenti e sconvolgimenti trascritti da Susette con una forza espressiva capace di superare le difficoltà e i limiti di un linguaggio non perfettamente padroneggiato. E poi quell’inspiegabile avversione nei confronti di Schiller che non può essere solo dovuta alla particolare sensibilità di una donna innamorata. Una donna che si ritrova nelle poesie che l’amato continua a dedicargli e cerca proprio in esse motivo di conforto: “… Ho letto tutte   le Tue care poesie con indicibile gioia! Mi sono rilegate tutte le Tue lettere come un libro e se dovessi   restare a lungo senza avere Tue notizie voglio leggerle e pensare tutto è ancora così! Fa lo stesso e credi che nella vita più intima rimane fino a quando viviamo ciò che ci lega, da parte mia non posso rinunciare a credere che noi ci ritroviamo ancora nel mondo e avremo ancora gioia…”

Ormai ci si approssima alla fine di questa sofferta esperienza d’amore; da dire non c’è più nulla. Si va avanti a sensazioni, nella speranza che ciò che pensa l’uno coincida perfettamente con quello che sente l’altra. La lettera che porta la data del 7/8 maggio 1800, sarà l’ultima. Essa costituisce sotto certi aspetti il sigillo su una relazione che, avendo toccato vette sublimi, non può procedere oltre. Al contempo segna la fine di ogni rapporto terreno. Sotto certi aspetti è il compendio di quanto i due amanti avevano messo in bocca a Iperione a conclusione del romanzo: “Anche noi, anche noi, o Diotima, non siamo separati e le lacrime versate per te non lo comprendono. Siamo viventi note, noi, in accordo con la tua armonia, o natura!   Chi lo infrange questo accordo? Chi può separare gli amanti?   O anima! O anima! Bellezza del mondo! Tu indistruttibile! Tu affascinante! Con la tua eterna giovinezza! Tu esisti, Ah! quante vane parole hanno inventato gli uomini strani. Tutto avviene per effetto di un desiderio e tutto termina nella pace”.

Si profila   il distacco definitivo. Hölderlin, una volta consumati i risparmi messi da parte negli anni di Francoforte, non può restare oltre ad Homburg. Egli,   non avendo potuto risolvere i suoi problemi esistenziali, non se la sente di approfittare ulteriormente dell’amicizia di Sinclair e decide di partire, di tornare ancora una volta, sconfitto e deluso, nella sua Nürtingen. Susette conosce questa intenzione; una decisione amara ma inevitabile, l’unica risposta possibile a tutta una serie di tentativi miseramente naufragati. Nessuna sorpresa per una come lei, che aveva seguito, con partecipazione e trepidazione, tutte le stazioni di questo calvario umano. La sua reazione,   lucida e composta, è affidata ad una lettera di quattro pagine, scritta con dolore e rassegnazione il giorno prima dell’ultimo loro ultimo incontro. Ella cerca ancora di autoilludersi, coltivando la pietosa convinzione che ci sarà, ci dovrà essere un futuro, ma alla fine deve arrendersi e a prevalere sarà una desolante sensazione di vuoto. La vita senza il suo amato Hölderlin non ha alcun significato e questa amara constatazione suggella la sua muta disperazione: “Verrai domani? Mio caro! Io ci credo e tuttavia non voglio contarci, la mia brama potrebbe in quel caso rimanere troppo violenta, se io non dovessi vederTi più. La decisione di vivere in maniera utile nel cerchio della Tua famiglia è come se provenisse dalla mia anima… Vieni quando puoi, io Ti aspetterò senza timore. Una volta verrai di certo. Ti rivedrò! questa certezza non me la deve togliere nessuno. Voglio saldamente tenere testa al Tuo sguardo e alla Tua stretta di mano, in modo che io non mi indebolisca troppo dopo una così lunga separazione… Se Tu in futuro pensi a me allora immaginaTi che io sia impegnata in una qualche attività che mi rallegra. E io penso di Te che Tu faccia qualcosa che ripaghi il Tuo buon cuore, così penseremo l’uno all’altra con serenità. E con coraggio andare veloce incontro al rivedersi, con la veloce corsa del tempo, sarà! quando sarà! pregare la sorte che il felice attimo possa venire presto, e fiducia nelle forze misteriose che guidano i nostri passi. Solo Ti prego, non Ti lasciare distrarre in nessuna circostanza dalla Tua vita da quella nostra, e fammi rimanere sempre la Tua intima confidente, Tu non devi perder nulla, dato che la Tua gioia sarà anche la mia”…

Giovedì mattina

“Verrai adesso!— Tutt’intorno c’è silenzio e vuoto, senza di Te! Come riuscirò a chiudere e conservare nel mio cuore i forti sentimenti che fluttuano verso di Te? – Se Tu non vieni? –
E quando vieni! È anche difficile mantenere l’equilibrio e non sentire in modo troppo vivo. Promettimi che Tu non vuoi più tornare e tranquillo vuoi andare via di qui, perché se non so questo, non mi allontano dalla finestra fino a domani mattina in grande tensione e inquietudine, e alla fine dobbiamo diventare tranquilli, per questo motivo lascia che noi si vada con fiducia per la nostra strada e che ci sentiamo ancora   felice nel nostro dolore e augurarci che possa   rimanere a lungo, a lungo ancora per noi, perché noi troviamo in esso nobiltà perfetta e forza.
Addio! Addio! La benedizione sia con Te.– …”.

Questo è un vero e proprio addio, sotto certi aspetti già anticipato nel secondo volume dell’Iperione, che come abbiamo visto, può essere considerato la trasposizione poetica dell’amore tra Susette e Hölderlin: “Era calata la sera e le stelle stavano salendo in cielo. Ci arrestammo muti, sotto la casa. Eternità era in noi e sopra di noi. Diotima, delicata come l’etra, mi circondò con le sue braccia. ‘Sciocco, che cos’è la separazione?’ mi sussurrò misteriosamente e con il sorriso di chi è immortale. ‘Anch’io sono cambiato,’ dissi, ‘e non so più quale dei due sia un sogno, se i miei dolori o la mia gioia’. ?E gli uni e l’altra’ rispose ‘e tutti e due sono una buona cosa’. ‘Perfetto!’  esclamai – ‘anch’io parlo come te. Ci ritroveremo nel cielo stellato. Sia esso il segno fra me e te per tutto il tempo che le labbra taceranno’. ‘Lo sia’, disse lei con un lento tono di voce, tono che più non riudii; fu il suo ultimo.”  

Su questa immagine tornerà ancora Iperione, chiudendo il libro primo del secondo volume: “E noi? O Diotima! Diotima! quando ci rivedremo? E’ impossibile, e la mia più intima vita vi si ribella, se io penso che noi ci perdiamo. Per millenni andrò errando di stella in stella, assumerò tutte le forme, parlerò tutte le lingue della vita per incontrarti una sola volta. E tuttavia penso che coloro che si assomigliano non tardano a ritrovarsi.”

Alcuni giorni dopo (inizio giugno del 1800) Hörderlin è già in viaggio. Fatta una breve pausa dai Suoi a Nürtingen, dove non aveva più messo piedi da quasi quattro anni, si reca   a Stoccarda, ospite di Christian Landauer, un commerciante amico di artisti e poeti, conosciuto alcuni anni prima tramite Neuffer. Avendo ormai consumato quel piccolo patrimonio di sudati risparmi ed essendo troppo orgoglioso per chiedere ancora aiuto alla madre, rigorosa quanto severa amministratrice di quell’eredità paterna di cui lo stesso Hölderlin, ormai trentenne, avrebbe potuto e dovuto disporre a suo piacimento…, è costretto a mantenersi impartendo lezioni private ed intensificando le collaborazioni con le riviste letterarie. Già ad ottobre si candida ancora una volta per un posto di precettore, questa volta in Svizzera. A dicembre arriva la risposta definitiva: destinazione Hauptwil, nel Turgau, dove lo attende la famiglia dei von Gonzenbach.

Ma neppure questa esperienza svizzera doveva risultare positiva. Il 13 aprile – e nessuno conosce i motivi – viene licenziato e costretto ancora una volta a ritornare, sconfitto, avvilito e sconsolato, nella sua Nürtingen, il paese natale.  Nonostante i giudizi favorevoli con cui era stato accolto il secondo volume di Iperione e una proposta dell’editore Cotta di stampare un suo libro di poesie, Hölderlin ripiomba di nuovo nello stato d’animo di chi non ha certezze e soprattutto non ha futuro. Facendo violenza alla sua natura schiva e pudica fa un ulteriore, ultimo tentativo. A metà giugno (1801), contravvenendo tra l’altro ai consigli e alle implorazioni di Susette e superando i motivi che l’avevano già costretto a scappare da Jena 6 anni prima, si rivolge a Schiller: “ Non dovrebbe essere per Lei spiacevole, constatare che il peso delle circostanze non mi ha completamente travolto e che io sotto certi aspetti vivo in maniera degna della Sua antica generosità cercando di continuare gli studi. E tuttavia devo scrivere prima di quanto pensassi. Il mio desiderio   di vivere a Jena, nelle Sue vicinanze, è per me diventato quasi una necessità, e una volta esaminati i pro e i contro, non mi è rimasto altro che lasciarmi autorizzare da Lei, senza la cui approvazione non posso fare nulla, a questa scelta”. La lettera, la cui stesura gli sarà costata molta fatica, ha quel tono adulatorio, di sicuro non sincero,   che forse era richiesto dai “Baroni” del tempo. Ma essa contiene anche una cruda disamina dei suoi ripetuti fallimenti, collezionati nel tentativo di trovare quella indipendenza economica che gli avrebbe potuto garantire un minimo dignitoso per andare avanti. Dopo una lunga introduzione, cui non è estranea la volontà di ingraziarsi il destinatario della stessa lettera, un preciso riferimento alla sua passione per la letteratura greca, cui ha dedicato tanti anni,   e la precisa convinzione di essere in grado di trasmettere quanto sa a giovani studenti. Non senza imbarazzo alla fine il motivo vero dello scritto: “Volevo apertamente elencarLe i motivi, che mi convincono che non sarebbe fuori luogo se venissi a Jena e lì cercassi di impiegare gran parte del mio tempo per lezioni, che, per quanto ne so, posso tenere. Non mi aspetto proprio una folla di ascoltatori, ma tanti quanti ne vengono abitualmente in lezioni del genere. Spero anche di non dare fastidio a nessuno. Se Lei dovesse sconsigliarmi, allora me ne starò più tranquillo su un’altra strada, e vedrò come     mantenermi a galla. Ella di certo non disdegnerà attraverso un Suo intervento di dare alla mia vita una luce…”.  E’ una lettera sofferta,   ripensata e finalmente scritta da chi sa bene quale prezzo essa comporta alla propria dignità di uomo; la lettera di un naufrago che ha ormai perso tutto e cerca disperatamente una zattera, qualcosa cui aggrapparsi. La mancata risposta di Schiller, oltre ad essere causa della definitiva rottura tra i due, rappresenta il colpo di grazia alla speranza di trovare in Germania una possibilità di lavoro. A quel punto non gli restava che accettare la proposta di emigrare, questa volta in un Paese ancora più lontano. Ad attenderlo adesso era il console amburghese di stanza a Bordeuax. A dicembre l’addio a Böhlendorff, un amico scrittore conosciuto a Homburg nel 1799, e   con lui alla Germania: “Addio, mio caro! a presto. Il mio animo è colmo di congedo. Da tempo non piangevo. Ma mi è costato lacrime amare decidere di lasciare ora, proprio ora, la mia patria, forse per sempre. Perché cosa ho di più caro al mondo? Ma di me non sanno che farsene. Del resto voglio e devo restare tedesco, anche se i bisogni del cuore e dello stomaco mi trascinassero a Tahiti. (4 dicembre)”. Un tedesco che vuole restare tale, ma che nella propria amata patria non trova posto. Un giovane di trenta anni che senza falsi pudori confessa di lasciare la sua terra con la morte nel cuore e le lacrime agli occhi. Pianto come estrema reazione di chi ha ormai percorso tutti gli stadi dell’avvilimento umano… Da appassionato camminatore quale era decide di fare il viaggio Nürtingen – Bordeaux quasi tutto a piedi. La condizione di “viandante” lo aveva del resto affascinato da sempre. Le tappe saranno obbligate, data la situazione politico-militare che imperversava soprattutto in Francia.   Partito il 10 dicembre da Nürtingen è costretto a rimanere a   Strasburgo fino al 30, in attesa dei   visti necessari. Come itinerario gli viene imposto la tratta Lione-Bordeaux, con il tassativo divieto di passare per Parigi. A casa del console Meyer arriva il 28 febbraio 1802,   dopo aver superato una serie di inconvenienti, riepilogati in una lettera indirizzata da Lione alla madre: “…e il lungo viaggio da Strasburgo fino a qui è diventato più lungo a causa di inondazioni e altre circostanze inevitabili, che mi hanno trattenuto. E’ stato un cammino faticoso e ricco di esperienze, quello fatto finora, ma ho anche trovato qualche motivo di vera gioia. Non poso negare che qualche volta ho pensato a Voi, miei cari, e anche a colui, che mi infonde coraggio e che mi ha sostenuto finora, e che inoltre mi guiderà” (9 gennaio 1802). Questo accenno religioso non è solo un contentino destinato alla pia madre, ma testimonia un disagio terreno per cui non è sufficiente fare soltanto affidamento sulle proprie forze. Lo stesso tono viene impiegato non appena giunge a Bordeuax: “Finalmente, mia cara madre, sono qui, accolto bene, in salute e non voglio dimenticare il ringraziamento di cui sono debitore al Signore della vita e della morte…Questi ultimi giorni ho camminato in una bella primavera, ma poco prima sulle temute cime   dell’Auvergne ricoperto di neve, tra tempeste e natura selvaggia, in notti freddissime con la pistola carica accanto in letti improvvisati – allora ho recitato anche una preghiera, che finora è stata la migliore della mia vita e che non dimenticherò. Vivo ancora –   ringrazi il Signore assieme a me” (28 gennaio 2002). Come al solito le prime impressioni sono ottime, ma anche questa volta l’idillio non dura molto; a metà maggio lascia impiego e città e nessuno conosce i veri motivi di questa ulteriore, improvvisa fuga. Da questo momento di Hölderlin si perdono le tracce e cominciano le supposizioni, in parte suffragate da testimonianze   anche se non sempre attendibili. Di certo si sa solo che si è fermato a Parigi a fine maggio ed è stato a Strasburgo il 7 giugno. Di per sé questo buco di informazioni non sarebbe importante se, proprio nel mese di giugno, non si fosse verificato un evento drammatico e per lui sconvolgente. Infatti il 22 giugno muore Susette, a causa della rosolia che aveva contagiato lei e   tutti e quattro i suoi figli. Tra tutte le ipotesi avanzate la più “poetica”, e non per questo meno probabile, ci sembra quella di Pierre Bertaux, uno studioso francese che a Hölderlin ha dedicato gran parte della sua vita. Bertaux, che tra l’altro avanza fondati dubbi anche sulla malattia mentale, di cui – secondo un consolidato e quasi unanime giudizio di conoscenti e critici – fu vittima Hölderlin, sostiene la tesi che il poeta fosse stato informato per tempo della malattia dalla stessa Susette, e su questa tesi costruisce un itinerario credibile, anche se purtroppo non suffragato da prove certe. Prendendo per buona   una testimonianza scritta del fratello Carl Gok – “Probabilmente ha ricevuto dall’oggetto della sua venerazione, dalla sua Diotima, che egli non aveva più vista dal momento della separazione di Francoforte, ma   che aveva sempre conservato nel suo petto come un sacro segreto, una lettera con la quale lo informava di una grave malattia, e presentendo la sua morte ormai vicina prendeva commiato da lui per sempre” – egli sostiene che Hölderlin fosse a Francoforte proprio nei giorni in cui doveva maturare la tragedia. Per dare poi corpo alla tesi della visita di Hölderlin all’amata ormai morente si affida alle persone che in quel frangente   stavano accanto a Susette, e precisamente il medico Dr. Ebel, amico di Hölderlin e la cognata Margarete Gontard, ad Ebel affettuosamente legata. Si tratta di due persone altamente sensibili, cui non era indifferente la sofferenza dei due amanti. Essi avevano seguito con simpatia e partecipazione la relazione tra Hölderlin e Susette fin dal suo nascere, dato che la cognata faceva parte di quel gruppo familiare dei Gontard partito in tutta fretta il 10 luglio 1796 alla volta di Kassel, con le truppe francesi alle porte di   Francoforte. Con antenne tipicamente femminili lei aveva senz’altro colto che la relazione tra la cognata e Hölderlin non era frutto di una passione né improvvisa, né   fatua e nel corso degli anni si era dimostrata molto comprensiva verso quel rapporto che diventava sempre più intenso. Che anche il suo compagno Ebel abbia guardato con occhi benevoli a questa storia d’amore è implicitamente dimostrato dai rapporti di amicizia che l’hanno tenuto legato a Hölderlin – “nonostante io mi senta a Lei molto legato per la Sua benevola promessa, di partecipare in futuro probabilmente ai miei tentativi letterari, pur tuttavia la vera gioia, che la Sua lettera mi ha procurato, era un’altra. Ho sentito più di quanto non riesca a dire, quanto Lei è stato per me fin dal primo momento, e quanto io senta la Sua mancanza da quando non l’ho più visto…” (Homburg, novembre 1799) . Che il medico dr. Ebel si sia preso cura di Susette e le sia stato vicino nelle sue ultime ore di vita lo testimonia espressamente Sinclair nella lettera in cui annuncia all’amico lontano la morte dell’amata – “L’amico Ebel ti manda saluti, egli è da gennaio a Francoforte.   Ha assistito la G. nella sua malattia e le è stato di conforto nelle sue ultime ore” –. A questo punto Bertaux si spinge oltre e avanza la tesi che l’incontro tra i due amanti sia stato addirittura concordato con lo stesso marito, che, da gentiluomo quale era, avrebbe acconsentito, a condizione che Hölderlin considerasse per sempre chiusa quella per lui degradante parentesi e cancellasse, almeno formalmente, quel nome dalla sua vita. Per un banchiere, che non ha neppure assistito ai funerali della moglie, era importante salvare il più possibile le forme…

Hölderlin, pur avendo cercato in tante poesie dedicate alla sua cara Diotima di prepararsi all’evento, considerandolo un semplice passaggio ad un’altra vita dove i due si sarebbero finalmente incontrati, subisce un vero trauma. Il dolore per la perdita di quella giovane vita, che sotto certi aspetti era anche sua, lo annienta letteralmente. All’abbandono repentino di casa Gontard era subentrato un periodo di frustrazioni e di rinunce. Dalle lettere e dai furtivi incontri si era portato dietro l’immagine di una creatura, destinata a spegnersi lentamente, impossibilitata a resistere a lungo a tutta una     serie   di atroci, mute sofferenze.   A questa immane perdita si aggiungeva adesso un senso di colpa per non aver saputo costruire ed offrire una alternativa valida, per aver assistito solo da lontano – ed impotente – a quel dramma che avrebbe finito col consumare quella creatura sola e indifesa. A questo dramma vissuto in prima persona se ne doveva aggiungere subito dopo un altro: la traumatica accoglienza della madre a Nürtingen. Anche qui non si hanno notizie certe sulle premesse di questo increscioso episodio.   Di sicuro si sa che Hölderlin, di ritorno dalla Francia, aveva inviato i suoi bagagli direttamente da Bordeuax a Nörtingen, sperando che i due arrivi, quello suo e del suo bagaglio, coincidessero. Essendo stato il viaggio, a causa dei dolorosi eventi di Francoforte,   più a lungo del previsto, una volta giunto a casa ha trovato la spiacevole sorpresa di trovarvi i bagagli   e quel che peggio già aperti. La troppo zelante madre, assolutamente ignara   del dramma che stava vivendo il figlio, aveva provveduto a disfare i bagagli e si era   imbattuta in un contenitore segreto con   le lettere di Susette Gontard…   Un vero fulmine per quella anziana signora intrisa di pietismo e vissuta sempre nel timore di Dio. Con in mano le prove di una relazione per lei immorale e scandalosa, è convinta di aver scoperto finalmente la vera causa dei puntuali rifiuti del figlio maggiore alle sue reiterate proposte di matrimonio, tra cui quella piuttosto recente con una figlia di un pastore protestante. Quando ai primi   di luglio 1802 Hölderlin, dopo un brevissimo soggiorno a Stuttgart, dal suo amico Landauer, fece ritorno a Nörtingen, venne investito dalla madre da tutta una serie di rimproveri e accuse, che il suo stato d’animo non poteva sopportare. Ormai appartiene alla biografia romanzata della via di Hölderlin la sua violentissima reazione a quella inopportuna scenata. Non potendo apportare né elementi di difesa né motivazioni credibili, getta letteralmente fuori di casa la madre ed i suoi più intimi parenti, comportamento che da molti è stato giudicato il primo segnale di uno stato d’animo irrimediabilmente turbato. Da questo momento il rapporto madre figlio non sarà più lo stesso. Rimane a Nürtingen ancora quasi un anno impegnato a tradurre le tragedie di Sofocle che saranno pubblicate dall’editore Wilmans di Francoforte, poi, dopo un lungo un braccio di ferro tra Sinclair e la signora Johanna Christiana…, finalmente la partenza per il piccolo Principato di Homburg. Qui Hölderlin diventa “ufficialmente” bibliotecario di corte, un espediente inventato dallo stesso Sinclair, che mette a disposizione un onorario di 200 fiorini annui, iniziativa del resto già preannunciata in calce alla lettera del 30 giugno 1802, con cui dava la drammatica notizia della morte di Susette Gontard: “Ti invito pertanto di venire e di restare da me, fino a quando io rimarrò qui. I casi possibili, che dovessero mutare la mia condizione, li vogliamo affrontare e decidere assieme, così affronteremo il nostro cammino come una coppia fedele. Al momento mi posso privare senza problemi di 200 fiorini all’anno, te li posso dare, e inoltre ti metto a disposizione l’alloggio e tutto quello che segue…”

Così nel luglio del 1804 Hölderlin lascerà   Nürtingen senza farvi più ritorno. I legami affettivi, soprattutto con   la madre, subiscono da quel momento una crisi profonda, che doveva trovare il suo infelice coronamento l’11 settembre del 1806. Quel giorno l’inflessibile genitrice, avvertita da Sinclair della pesante condizione depressiva di cui era vittima il figlio e soprattutto dell’impossibilità dell’amico di continuare a prendersene cura, invece di correre personalmente o mandare un parente stretto a prenderlo e a portarlo a casa, ha pensato bene di risolvere il caso dando disposizioni perché il figlio, ormai malato, fosse prelevato e ricoverato nella clinica del dr. Autenrieth di Tübingen. Significativo tra l’altro che dal 1806, anno del ricovero, al 1828, anno della morte, non abbia trovato mai né il tempo, né il modo di andare a Tübingen, lontana da Nürtingen solo 28 km.,   per rivedere il figlio… Questo dato di fatto testimonia inconfutabilmente che la madre considerava quel figlio, da cui aveva avuto solo delusioni, ormai “morto”. Zelante fino alla fine, provvederà tuttavia a non fargli mancare i mezzi finanziari necessari al suo mantenimento – anche se si trattava di risorse ancora attinte dalla famosa eredità paterna – procurandogli anche una pensione, ma si guarderà bene dal dimostrargli un qualche alito di affetto. Su raccomandazione di Zimmer, il buon falegname presso cui H. abitava e che di lui si prese paternamente cura, il poeta riprende a scriverle solo   il 12 settembre 1812. Si tratta di brevi e sporadiche lettere (in media 4 l’anno, in tutto una sessantina), scritte quasi per dovere e senza alcuna vera partecipazione emotiva. Il cordone ombelicale si era da tempo rotto e per sempre. La madre morirà il 17 febbraio 1827. A completare questo quadro di tragedia familiare la lite per l’eredità che vede impegnati i tre fratelli e che finirà col ripercuotersi inevitabilmente sui loro rapporti interpersonali. Quando il 10 giugno 1843 si svolgeranno i funerali di Friedrich, ormai – almeno secondo l’interpretazione popolare – completamente in preda alla pazzia, a mancare saranno proprio la sorella Rike ed il fratellastro Karl…


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Bart