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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (1)

15 Dicembre 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Da Lipsia a Strasburgo

Ho qualche remora ad affrontare l’universo “Goethe”; prima mi devo scrollare di dosso un vero complesso reverenziale nell’avvicinarmi ad un personaggio immenso, che non ha forse eguale nella letteratura mondiale. A tutto questo bisogna aggiungere il non trascurabile dato costituito dalla mia indole, che da sempre – come succede un po’ con tutti – mi condiziona nelle scelte, anche in quelle letterarie. La mia vita piuttosto travagliata, non dissimile da quella di tanti altri, durante la quale mi sono dovuto spesso “arrangiare” e sempre da solo, non godendo dei privilegi insiti in una famiglia benestante o ben inserita nella classe sociale, mi ha portato ad avere un occhio di riguardo soprattutto per coloro – e sono tanti – che hanno condiviso la mia sorte, ingrossando la schiera già folta dei predestinati ad essere i “vinti”. La sconcertante facilità con cui Goethe veniva puntualmente beneficiato da un “destino” benevolo, destino tra l’altro cui egli fa spesso riferimento, come nel suo “Viaggio in Italia”, – “Nel libro del destino era dunque scritto, nella pagina che mi riguardava, che il 28 settembre 1786, alle cinque di sera secondo la nostra ora, entrando dal Brenta nella laguna, avrei visto per la prima volta Venezia… –, mi ha portato a condividere il giudizio espresso dallo sfortunato Schiller in una lettera a Körner: “Quest’uomo, questo Goethe, sia detto una volta per tutte, mi indispettisce. Con quanta dolcezza il suo genio è stato sorretto dal destino! E come devo io invece tuttora lottare…”. Anche per questo motivo ho da sempre prediletto tutta quella moltitudine di persone che non hanno avuto la vita facile e che per ogni conquista, anche la più piccola, si sono dovuti impegnare al limite delle loro possibilità. Per tutta questa gente, che trova proprio tra i poeti una larga rappresentanza, ho avvertito un’irresistibile attrazione, nella convinzione di possedere già in dotazione la “chiave” per entrare nei loro mondi, per capire la loro sofferenza. Interessarsi quindi di Goethe, un “vincitore”, uno che fin dalla tenera età amava identificarsi con “Paride”, il pastorello chiamato a dirimere una singolare tenzone sulla bellezza femminile e che, mortificando le potenti dee in gara, aveva avuto il coraggio di assegnare l’ambita mela a Elena di Troia, mi crea un certo imbarazzo. Non può di certo provocarmi né simpatia, né tanto meno affetto un personaggio che, a tal punto convinto della propria superiorità, non aveva avuto alcuna esitazione a riconoscersi come “il preferito dagli dèi”; per paragonarsi poi – senza un velo di modestia – ai “Titani”, ed in particolare al mitico Prometeo, arrivando addirittura, col passare degli anni e con il consolidarsi della sua fama, a compiacersi di essere accostato allo stesso “Giove olimpico”. Da questi stringati esempi si può senz’altro arrivare alla conclusione che Goethe non poteva rientrare tra i poeti a me cari, avendo io covato da sempre una spiccata partecipazione umana per quelle anime “dolenti”, con le quali la vita non è stata per nulla generosa. L’elenco di questi giovani poeti, la cui sorte era tra l’altro assolutamente indifferente al “barone” della cultura germanica del suo tempo e per i quali non ha mai mosso un dito, anche se dagli stessi caldamente sollecitato, è abbastanza lungo. Basti pensare a Hölderlin, a Lenz, allo stesso Heine, senza dimenticare il povero Kleist, che si rivolgeva all’Olimpico con una “umiliante” implorazione al cui pensiero mi si accappona ogni volta la pelle: “vengo da Lei sulle ginocchia del cuore…”. Una insuperabile distanza emotiva e umana ha quindi da sempre condizionato il mio rapporto con Goethe, inarrivabile come poeta, ma vittima forse egli stesso della sua autostima che potrebbe essere definita il suo complesso di “superiorità”. Tra l’altro questa chiara presa di distanza, che non coincide proprio con il giudizio “feroce” a suo tempo espresso da Börne: “da quando ho sensazioni, ho odiato Goethe, da quando ragiono, ne conosco anche il motivo”, doveva essere nota anche al vecchio Goethe, quando ottantenne, in uno dei suoi dialoghi con Eckermann (fin dal 1823 suo segretario personale, nonché buon amico), ebbe occasione di dire: “So benissimo che io per molti sono come il fumo negli occhi e mi avrebbero liquidato volentieri senza pensarci due volte; dato che non possono criticare il mio talento, criticano il mio carattere. A volte dicono che sono troppo orgoglioso, a volte che sono un egoista, altre che provo invidia per i giovani talenti…”.  La mia “sensazione” sul personaggio, si avvicina e molto a quella che espresse Bertolt Brecht, anche lui alla fine tremendamente frustrato per la delusione patita dal “Comunismo” sovietico e dalla DDR in particolare. Un drammaturgo di cui ho sempre particolarmente apprezzato le liriche e a cui mi sento legato per le concezioni politiche e per quel suo indistruttibile “Streben” (anelito) per una società più giusta e soprattutto “freundlicher” (più amorevole). Brecht, a ragione annoverato tra gli scrittori “dissacratori”, vide nella devozione dei tedeschi per il loro idolo un fenomeno di “pedissequo” conformismo borghese.

Il tentativo che mi accingo a fare non può essere pertanto accompagnato da quell’aureola di umana simpatia, tipico dei miei lavori su altri personaggi della letteratura tedesca. Esso cercherà di essere onesto ed il più obiettivo possibile verso quello che è considerato il personaggio principe della cultura germanica ed europea e con cui gli déi, come egli stesso ha avuto più volte modo di ammettere, sono stati particolarmente generosi, scordandosi tuttavia di dotarlo anche di quelle elementari aperture umane e della sensibilità basilare per capire la sofferenza altrui, immedesimarsi nella loro quotidiana fatica nel far fronte ai ricorrenti problemi esistenziali e soprattutto di dare una mano ai tanti che, fiduciosi e supplichevoli, a lui i si rivolgevano. Ad attenuare, e di molto, questo mio atteggiamento, il dato di fatto, storicamente documentato, che il dittatore nazista suo compatriota, anche se era nato in Austria, foriero di tanti lutti per l’umanità intera, il diabolico Adolf Hitler, non solo provava ripulsa nei suoi confronti, ma aveva addirittura pensato, assieme ad un’accolita di “camerati” sulla sua stessa lunghezza d’onda, di cancellarlo dalla storia della letteratura tedesca. Una pretesa questa che ridimensiona la mia istintiva anche se bonaria “antipatia”, e che trova supporto nell’amore incondizionato che tanti personaggi di notevole spessore hanno riservato al “mitico” Goethe. Napoleone, dopo averlo incontrato per ben due volte nell’ottobre del1808 aErfurt, concedendogli una delle più alte onorificenze francesi, si portò dietro, a Sant’Elena, “I Dolori del Giovane Werther”; mentre Lenin non volle mai staccarsi dal “Faust”. Esempi luminosi su quanto il personaggio sia riuscito a spaccare l’opinione pubblica a lui contemporanea e anche quella che verrà.

 

Wolfgang Goethe nasce a Francoforte il 28 agosto 1749. La famiglia originaria della Turingia, intraprende un primo trasferimento grazie al nonno, Friedrich Georg, che di mestiere faceva il sarto e aveva scelto Francoforte, prima di emigrare in Francia (Lione), da dove subito dopo è stato costretto a fuggire per l’editto di Nantes, condividendo così la triste sorte degli Ugonotti. Tornato a Francoforte e sposatosi due volte, ha la fortuna di acquisire, grazie alla seconda moglie, una ricca dote. Patrimonio che l’accorto nonno riesce ad arricchire con il commercio di vini fino a farlo diventare una vera fortuna. Il figlio, Johann Caspar, praticamente figlio unico, visto che il fratello era malato di mente, non si dimostra all’altezza del padre, e, nonostante abbia ottenuto il titolo di dottore all’Università di GieíŸen, rimarrà una figura marginale nella società francofortese. Dopo aver fatto nel 1840 un viaggio in Italia, di cui resta un diario insignificante, si candida per ottenere un posto di prestigio nell’amministrazione, ma non potendo esibire alcun titolo nobiliare è costretto a procurarsi, “comprandolo”, il titolo di “Rat” (consigliere), che, pur equiparandolo ai nobili, non sarà sufficiente per fargli avere il posto desiderato. Ritiratosi a vita privata si dà al collezionismo e sposa, quarantenne, la diciassettenne Elisabeth Textor, proveniente da una nota famiglia di giuristi residente a Wetzlar. Da questa unione nasce Wolfgang, il primogenito che di tedesco aveva veramente poco, essendo bruno di carnagione e con gli occhi neri. Il giorno dopo il neonato viene battezzato secondo il rito protestante. Nel dicembre del 1750 nasce la seconda figlia, Cornelia Friederike Christiana, compagna di giochi dell’infanzia di Wolfgang; gli altri quattro figli moriranno in tenera età, destino purtroppo comune a tante famiglie tedesche del tempo, molto prolifiche ma vittima dello stesso impietoso destino: l’alto tasso di mortalità infantile. Wolfgang si dimostra subito un bambino vivace e già a partire dal 1755 impara a leggere e a scrivere in una scuola pubblica. Studi che verranno poi privatamente arricchiti dal latino, presupposto ineludibile per potersi iscrivere e frequentare l’università. Queste nozioni linguistiche verranno in tempi successivi integrate da conoscenze – anche se elementari – di greco e di ebraico, non disgiunte da studi seri su alcune lingue europee come il francese, l’inglese, l’italiano. Per la lingua francese doveva risultare decisivala Guerradei sette anni, scoppiata nel 1756. I francesi conquistano Francoforte il 1 º gennaio 1759 e in casa Goethe s’installa il luogotenente Franí§ois de Théas, comandante della piazza; con le truppe francesi si accompagnano attori e cantanti e Goethe assiste per la prima volta a recite delle tragedie di Racine e di Corneille e delle commedie di Molière, oltre a opere e intermezzi musicali, fino alla partenza dei francesi, avvenuta il 2 dicembre 1762.

 

A quindici anni viene a conoscenza della la triste sorte di “Gretchen” (Margherita), una ragazza di umili origini, rimasta improvvidamente incinta e macchiatasi di un infanticidio. La tragedia farà scalpore nella Francoforte del tempo e verrà immortalata nel “Faust”. Ormai diciassettenne è tempo di pensare di iscriversi all’Università. Seguendo l’istinto e soprattutto le sue aspirazioni, avrebbe voluto frequentare le lezioni di lettere classiche e retorica a Göttingen, rinomata università della Bassa Sassonia, ma questa volta ad imporsi sarà il padre, che sceglie per lui gli studi di diritto a Lipsia. Di conseguenza il 30 settembre 1765, asoli sedici anni, Johann Wolfgang parte da Francoforte per quella città bella e moderna, già allora famosa oltre che per l’università anche per il suo mercato internazionale, con in tasca l’invidiabile somma di 1.200 fiorini. A Lipsia viene subito contagiato dall’entusiasmo nazionale per Lessing, uno dei più autorevoli rappresentanti dell’Illuminismo tedesco, affermato autore di “Minna von Barnhelm” e “Nathan der Weise”. Qui conosce la sua prima vera “fiamma”, Kätchen Schönkopf. Tuttavia presto, in considerazione anche dei risultati deludenti con lo studio delle pandette, decide di misurarsi in quella che sentiva già come una vocazione e che sarebbe presto diventata la sua vera passione: la letteratura. Comincia così a comporre alcune commedie, attingendo come del resto farà quasi sempre, nelle sue esperienze personali. Sarà questo il periodo dei suoi primi tentativi che daranno vita ad alcune opere di levatura modesta, come “Die Laune des Verliebten” (Il capriccio dell’innamorato), una commedia arcadica, e “Die Mitschuldigen” (I correi), altra commedia senza pretese. Riandando con la memoria a questo periodo, egli avrà modo di commentare: “tutto ciò che si è conosciuto di me sono solo frammenti di una grande confessione”. Come era prevedibile queste sue prime composizioni non vengono apprezzate né dagli “esperti”, né dai profani, ed egli stesso si convince che era meglio consegnare al fuoco la maggior parte di quella prima produzione. Un’infezione polmonare, contratta nel luglio 1768 e dimostratasi più grave del previsto, costituirà il pretesto per ritornare al “nido”. Così già alla fine dell’agosto dello stesso anno torna gravemente malato a Francoforte, chiudendo ingloriosamente questa sua prima esperienza di Lipsia. Nella sua città natale, amorevolmente assistito dalla madre e dalla sorella, avrà modo di conoscere e di approfondire le opere di Shakespeare tradotte in tedesco da Wieland cominciando ad apprezzare quel grande drammaturgo inglese, la cui produzione diventerà un faro per i drammaturghi e i teatri di tutto il mondo. Ancora sofferente e con la convinzione di non vivere a lungo, tipica di molti giovani del tempo, si apre all’influsso religioso pietistico della madre e della sua amica Susanna Katharina von Klettenberg. Tuttavia, pur guardando con simpatia e interesse alla ricerca spirituale, Goethe rimarrà sempre anticonfessionale, arrivando a definirsi un eretico che i cristiani avrebbero volentieri messo al rogo. Con il ritorno della buona salute, viene anche il tempo di riprendere gli studi universitari e questa volta, sempre su sollecitazione dell’attento padre, sceglie l’università di Strasburgo, meta molto ambita soprattutto dai rampolli della ricca classe “borghese” tedesca, strategicamente situata al confine conla Francia e molto vicina alla Svizzera, quindi forse la città più internazionale della Germania di allora. Qui potrà imparare bene il francese, avendo modo di studiare in una Università di cultura tedesca molto vicina a quella francese. Una volta giunto a Strasburgo (2 aprile 1770) mette a frutto la sua facilità di stringere rapporti, approfittando anche di una naturale “irradiazione” che proveniva dal suo eloquio forbito e dalla sua cultura già notevole che finiva col conquistare tutti. Tra i molti amici dell’epoca, ma conoscendo il personaggio sarebbe più giusto parlare di occasionali coetanei, sono da annoverare il futuro drammaturgo Reinhold Lenz, e i poeti Wagner, Lavater, Jung. All’inizio dell’estate visita con due amici l’Alsazia ela Lorena, anche lui pervaso da quell’amore per la “Wanderung” (escursione) tipico dei tedeschi (giovani e meno giovani) e che sarà praticato per anni, viaggio in Italia compreso. Conosce Johann Gottfried Herder, letterato e filosofo di larga fama e comincia a rivolgere la propria attenzione ad un personaggio storico del bistrattato Cinquecento tedesco, il leggendario capitano di ventura Götz von Berlichingen, che aveva lasciato in proposito delle utilissime memorie. È questo anche il tempo delle curiosità letterarie ed in questa ottica rientra anche l’interesse per il mitico “Faust”, le cui avventure lo avevano fin da bambino ammaliato quando a Francoforte nelle locali “fiere” paesane veniva rappresentato con il teatro delle marionette. Nella primavera del1771 ha un’impegnativa relazione, con Friederike Brion, figlia di un pastore protestante di Sessenheim, che gli ispirerà diverse liriche, chiuse da “Willkommen und Abschied” (Benvenuto e addio), in cui viene messa a fuoco l’ultima visita di Goethe a Friederike, che doveva preludere ad un dolorosissimo, definitivo distacco:

 

“… Ma ahimè, già al primo sole del mattino
l’addio doveva stringermi il cuore:
quale delizia c’era nei tuoi baci!
E nel tuo sguardo quale dolore!
Io me ne andai, tu restasti, e guardavi
a terra, e dietro a me, con gli occhi umidi.
Eppure, quale gioia essere amati!
E amare, o numi, che beatitudine!”

Di queste liriche, comprese nel cosiddetto “Canzoniere di Sessenheim” trovato nel 1835, quindi dopo la sua morte avvenuta nel marzo del 1832, dovrebbe far parte anche una poesia di Reinhold Lenz, che può essere considerato tra gli amici del tempo, quello che ha subito più direttamente il “fascino” letterario di Goethe. Fu proprio questi, dopo la partenza e l’addio del poeta, a prendersi cura di Friederike, partecipando al suo dolore e cercando di lenire la sua disperazione per essere stata “abbandonata”. Questa vicenda sarà magistralmente immortalata da Georg Büchner proprio nella novella dedicata a Lenz. In estate Goethe presenta la dissertazione che avrebbe dovuto procurargli la laurea; ma il lavoro gli viene respinto, facendo così sfumare la possibilità di ottenere il titolo di dottore in legge. In compenso il 6 agosto sempre di quell’anno (1771) presenta alcune tesi di diritto che, una volta accettate, gli permettono di acquisire il titolo inferiore di Licentiatus juris. Ottenuto questo riconoscimento ufficiale si accommiata dall’ambiente di Strasburgo e ritorna a Francoforte. Qui, il 28 agosto 1771, ottiene l’autorizzazione di esercitare la professione di avvocato, che in realtà praticherà poco, abbandonandola definitivamente di lì a quattro anni. È questo il periodo in cui a livello nazionale imperava nel mondo dei giovani letterati lo “Sturm und Drang”, un movimento che avrà proprio in Goethe il suo più autorevole rappresentante e da cui nascerà il “romanticismo tedesco”. In questa ottica assume particolare significato un suo intervento tenuto nel 1771 a Francoforte nella casa paterna, in occasione della celebrazione delle giornate Shakespeariane. Il drammaturgo inglese era già allora ritenuto “il più grande viandante dell’umanità”, colui che meglio di chiunque altro aveva saputo cogliere l’organicità della vita e l’ineluttabilità di una fatalità, insite nella storia stessa. Goethe, ed in questo ha “l’immodestia” di porsi sullo stesso livello del grande Shakespeare, vuole essere e diventare creatore di grandi figure, e come il mitico titano Prometeo, aveva già allora l’ambizione di dare vita a personaggi destinati a fare la storia. Sulle orme di Herder apprezza in modo particolare i drammi storici e rivaluta la poesia popolare, dove trova largo spazio la vita, o meglio la storia del popolo. Nasce così una nuova forma di teatro storico-nazionale, che sarebbe diventato il teatro “romantico” per eccellenza e che tanto seguito e successo avrebbe avuto in Germania e nell’Europa in tutto l’Ottocento; un teatro che esaltava il “Genio”, da lui definito “Kraftkerl” (individuo energico), figura genuina che assommava forza fisica e morale; un eroe pienamente convinto delle proprie possibilità e al contempo sempre disposto a dare una mano ai più deboli e quindi un potenziale “rivoluzionario”. Nel solco di queste nuove concezioni scriverà la prima storia in prosa: “Die Geschichte Gottfriedens von Berlichingen mit der eisernen Hand” (La storia di Goffredo di Berlichingen dalla mano di ferro), compiuta alla fine del 1771. Questa opera, con oggetto la vicenda di un piccolo feudatario tedesco che si ribella ai nobili potenti, schierandosi con i contadini in rivolta contro l’Impero nella guerra del 1525, si propone di rappresentare la tragedia dell’onestà e della lealtà. Götz a suo modo riabilita la società “cavalleresca”, in un’epoca in cui la stessa era decaduta e si era lasciata andare ad attività di latrocini, di sopraffazioni e di arbitrii. Svolta che avrebbe significato la sua sconfitta in un ambiente permeato di viltà, corruzione e adulazione. Forse uno dei periodi più bui della storia tedesca, contraddistinta dalle condizioni miserabili di una società, che di lì a poco avrebbe subito lo scempio della Guerra dei Trent’anni, mirabilmente descritta dal “Simplicissimus”, romanzo picaresco in stile barocco, scritto nel 1668 da Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen e pubblicato l’anno seguente. Ispirato agli eventi tragici della Guerra dei trent’anni, che avevano devastatola Germania dal 1618 al 1648, il libro viene considerato il primo romanzo di avventura in lingua tedesca. Comprende elementi autobiografici, scaturiti dall’esperienza personale di Grimmelshausen in quella guerra. In realtà Goethe non comprende né la natura reazionaria della rivolta dei nobili, né la natura progressista della rivolta dei contadini, ma individua correttamente il processo storico che trasforma i cavalieri in nobili di corte di Stati assolutisti, il cui numero sarebbe esploso proprio in quegli anni. Götz si afferma come personaggio positivo, capace per certi versi di rivalutare tutto il Medioevo tedesco, di solito rappresentato come un buco nero nella storia della Germania. Grazie anche a questo dramma guerresco e avventuroso, il giovane Goethe assurge al ruolo di capo indiscusso dello “Sturm und Drang”. Con la sua opera riesce a dare un quadro preciso del Medioevo tedesco. I suoi modelli rimangono Shakespeare, per quanto riguardava la poesia e il teatro, e per le arti figurative il grande maestro, Albert Dürer, il cui stile gotico avrebbe trovato il suo “trionfo” nella stupenda cattedrale di Colonia, iniziata nel 1248. Götz stesso tuttavia rappresenta al contempo lo sfacelo della Germania medievale e la sua avventura costituirà quello che viene considerato il più grande e significativo dramma della storia tedesca. Il “capitano”, paladino generoso degli oppressi e dei perseguitati, si fa ammirare per la sua rude semplicità e sincerità, per il suo irremovibile senso di sicurezza. Ma il suo atteggiamento incerto di fronte ai contadini ribelli, che l’avrebbero voluto loro capo, rivela la natura del temporeggiatore non tanto per prudenza, quanto per congenita incapacità d’inserirsi nella realtà politica del tempo. Se alcunché di tragico vi è nella storia del Götz, l’ultimo cavaliere che si illude di poter vivere ancora libero come i guerrieri del tempo antico descritti da Tacito, è l’impossibilità che egli agisca efficacemente nella Germania del suo secolo, dove, grazie a Lutero e alle sue famose tesi del 1517, cominciava a delinearsi quella che diverrà una vera “rivoluzione” religiosa e sociale per l’Europa intera. A fare da antagonista a Götz c’è l’altrettanto irresoluto e volubile Weislingen, figura assai più modesta, che fa risaltare ancor di più le doti di Götz. Weislingen, dopo aver tradito la sorella di Götz, Marie, sposa Adelheid, regina per vocazione e cortigiana per istinto; la sola donna veramente “titanica” che sia uscita dalla fantasia di Goethe. Fra le molte scene c’è anche quella bellissima dell’accampamento notturno degli zingari, una delle descrizioni più forti e suggestive di tutto lo “Sturm und Drang”. Si scatena qui per la prima volta il nuovo movimento letterario inteso come tempesta di natura, scoppio di forze elementari, irruzione di oscuri e selvaggi elementi primordiali. Gli zingari vivono in continuo contatto con tali forze e per effetto di esse si stabilisce subito una corrente di simpatia fra la vecchia zingara, madre del capo, e Adelheid che si era smarrita nel bosco. In punto di morte Götz si rimetterà, da convinto “pietista”, alla volontà di Dio per ritrovare la pace dell’anima. Il libro non poteva avere conclusione più suggestiva.

 


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2 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 17 Dicembre 2011 @ 17:48

    Grande  pezzo e me ne  complimento con  l’Autore. Al quale però chiedo di eliminare i molti refusi di cui è costellato.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 20 Dicembre 2011 @ 00:13

    Carlo, mi è giunta la risposta dell’autore:

    Gentile Carlo Capone,

    intanto La ringrazio per le espressioni da Lei usate sul mio articolo su
    Goethe, confessandoLe al contempo che i “refusi” sono il mio limite e per
    certi versi mi sento “condannato” a convivere con loro. Ma se, nonostante
    tutto, Lei ha saputo cogliere lo spirito del pezzo, la cosa mi conforta…
    Saluti, Nino Campagna

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