Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (6)

29 Febbraio 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

La tragedia – Parte prima –

 Una volta chiusosi il cielo del “Prologo”, i riflettori sono su Faust, un “professore” scontento degli studi fatti e sempre più conscio della sua manifesta “ignoranza”. è notte: Faust si rende conto di non sapere nulla e a conforto di questa sua tesi prende in esame i suoi ultimi dieci anni di insegnamento:

Ho studiato a fondo ahimè filosofia,
diritto e medicina
e, purtroppo! anche teologia, con tanto zelo,
E adesso mi ritrovo qui, povero pazzo!
E ne so tanto quanto prima!
Mi chiamano maestro, addirittura dottore
E intanto sono quasi dieci anni
Che prendo in giro i miei studenti –
E mi rendo conto che tanto non potremo sapere nulla!

Ecco perché mi sono dato alla magia,
per vedere se la forza e il linguaggio degli spiriti
qualche segreto non riesca a rivelarmi.

Depresso e frustrato da questa lunga serie di insuccessi, desidera reagire alla conoscenza razionale per avviarsi verso una conoscenza intuitiva e svelare l’essenza della natura. Vuole arrivare alla chiarezza, e con questo intento invoca lo Spirito della Terra, ma il suo anelito è vano, anche se al contempo chiarificatore: egli sente ancor più dolorosamente la distanza tra l’uomo e le potenze divine, tra la creatura finita e l’infinito e avverte anche l’inutilità del suo delirante desiderio. Intento com’era a consultare libri e a sfogliare volumi scientifici, si imbatte per caso sul segno dello “Spirito del Macrocosmo”, e viene illuminato dalle parole del Saggio: “Non è già chiuso il mondo degli spiriti: chiusa è la tua mente, morto il tuo cuore”. Continuando a sfogliare il volume aperto sullo scrittoio, lo afferra e a lui si rivolge per venir fuori da quella sua disperata situazione. Sempre alle prese con questo tipo di considerazioni esistenziali viene distratto da qualcuno che bussa alla porta dello studiolo. Si trattava del suo famulo Wagner, che in veste da camera e berretta da notte, era stato svegliato dal monologo del suo “bizzarro” padrone e grazie, a una lucerna che portava in mano, avrebbe voluto rendersi conto della situazione, curioso com’era di carpire al suo dotto interlocutore qualche segreto sul mondo. Goethe-Faust inizia in questo modo il suo viaggio interiore, nel cuore della notte; a esso lo spinge l’insoddisfazione e l’ansia di ricerca; e soprattutto la frustrazione di non somigliare agli Dei:

Non somiglio agli Dei! Lo sento troppo bene!
Rassomiglio al verme, che si torce nella polvere,
quella polvere dove vive e si nutre,
per poi essere schiacciato e sepolto dal passo del viandante.

Interamente preso, turbato e sovrastato dai suoi pensieri, è preda di un momento di crisi esistenziale. Tra tutti gli alambicchi che di solito corredano lo studio di uno scienziato o aspirante tale, la sua attenzione viene attirata da una fialetta di antico veleno, e, portatala alla bocca, pensa di farla finita. Ha già il piccolo contenitore alle labbra, quando viene sorpreso dal suono delle campane e dal coro degli angeli, che salutano la resurrezione di Cristo. Per Faust sarà l’inattesa salvezza; egli ascolta quel messaggio che gli ricorda la fanciullezza e si ritrova felice di rimuovere i suoi propositi suicidi, rimanendo tra i mortali:

Era questo il canto che ai giovani annunziava giochi sereni
La libera gioia di primavera.
Il ricordo assieme a sentimenti fanciulleschi adesso mi trattiene
Dall’ultimo passo decisivo.
Oh continuate a suonare, voi dolci canti celesti!
Sgorga la lacrima, la terra mi ha di nuovo!

Pasqua significava felicità per tutti, e non per nulla la festa celebrativa cade all’inizio della primavera. Scomparsi i rigori e le minacce del freddo inverno, le creature escono a frotte per godere i primi tepori del cambio di stagione e lasciarsi accarezzare dai tiepidi raggi del sole. Questa atmosfera giuliva che investe tutti, coinvolge anche Faust e il fido Wagner, sorpresi a celebrare assieme ad altri il ritorno della resurrezione in un tripudio di colori e profumi tipici della stagione del risveglio alla vita. La partecipazione del Dottor Faust che, lasciati da parte distinzione e distacco, si immerge volentieri in quella atmosfera popolana, mite e gioiosa a un tempo, viene notata con soddisfazione anche dai contadini, felici che una “personalità” così schiva ed elitaria partecipi a quella festa di popolo e sia disposto a brindare con loro. Assieme a Wagner, Faust si mischia alla folla e i due continuano amabilmente a intrattenersi su ricordi comuni e problemi esistenziali, quando la loro attenzione viene attirata da un barboncino nero che ha tutta l’aria di essersi perso. Accertatisi, nonostante qualche remora di Faust, che si trattava di un normale cane e non di uno “spettro”, i due decidono di rincasare e attraversano la porta della città. Faust entra nel suo studio col piccolo barbone e, infastidito dalla sua irrequietezza, tenta di calmarlo indicandogli la stufa sul cui retro avrebbe potuto a trascorrere la notte. Per metterlo ulteriormente a proprio agio gli concede addirittura come giaciglio il suo “miglior cuscino”. Faust, memore delle capriole e dei saltelli con cui il cane li aveva intrattenuti e divertiti, tratta la bestiola come un ospite di riguardo. Nel frattempo, forse più per noia che per abitudine, apre un volume che stava sulla scrivania, col proposito di tradurne alcuni versi nel suo “amato tedesco”. Sulla parola chiave del nuovo Testamento, “In principio era il Verbo”, si arresta, convinto com’era che forse sarebbe stato meglio tradurre “il Verbo” con “il Pensiero” oppure con “l’Energia”; poi ci ripensa e si decide per la seguente traduzione: In principio era “l’azione!”. Tutto preso da queste elucubrazioni, non gli può sfuggire quanto sta accadendo a quel cane a cui aveva offerto un ricovero; ammutolito assiste al processo di trasformazione del barboncino, la cui figura si allunga e si allarga prima di assumere una strana forma definitiva. Da dietro la stufa, nonostante gli scongiuri di Faust, esce all’improvviso l’oggetto di quella strana metamorfosi: si tratta di Mefistofele in veste di scolaro vagante. Il nuovo venuto ha subito l’occasione di presentarsi come lo spirito del male, definendosi così: “Sono una parte di quella forza che vuole sempre il Male e opera sempre il Bene”. Questo primo incontro non dura molto e il nuovo venuto promette formalmente di ritornare per discutere e soprattutto chiarire e approfondire molte delle questioni che stavano a cuore a Faust, che nel frattempo, cullato dal coro degli spiriti, si era addormentato. All’incontro successivo le cose vanno già meglio; il colloquio tra i due si sviluppa in modo naturale e oserei aggiungere “simpatico”. Faust, per nulla intimorito da quella presenza demoniaca, si dimostra oltremodo disinvolto e cerca di adeguarsi anche alle richieste più “strane” di Mefistofele. Il diavolo, di fronte ad una creatura capace di tenergli testa, è presto “costretto” ad ammettere che le due nature, quella sua e quella del Faust, non erano poi tanto diverse e sarebbero state destinate a intendersi (Wir werden hoff’ich, uns vertragen!). Proprio in questo contesto di reciproco “rispetto”arriva da Mefistofele una prima quanto inattesa ammissione di modestia, che prelude ad una proposta precisa:

Non sono uno dei potenti;
ma se tu vuoi assieme a me
unire i tuoi passi attraverso la vita,
allora farò volentieri di tutto,
di essere tuo, senza indugio,
sarò tuo compare,
e se mi comporto bene,
sarò tuo, sarò tuo servo!

Faust non se la sente di accettare subito quella proposta allettante, e, convinto com’era che “il diavolo sia un egoista e non faccia facilmente quello che può essere utile ad una altro”, lo invita a “dettare” le sue condizioni. Mefistofele a questo punto si vede costretto a precisarle:

“Io voglio impegnarmi a servirti quaggiù,
 ad un tuo cenno sempre e subito;
quando di là noi ci ritroveremo,
 dovrai fare altrettanto con me”.

Faust non sembra entusiasta della proposta. A lui dell’aldilà non gliene importava proprio nulla, saldamente legato com’era alle “gioie” terrene. A quel punto Mefisofele cambia registro e si dice disponibile, nonostante lo scetticismo di Faust (“cosa vuoi dare tu, povero diavolo?”), a metterlo alla prova con le sue promesse e ne elenca alcune di veramente allettanti. A questa sorprendente offerta Faust risponde in modo naturale, chiedendo cosa avrebbe dovuto dare in cambio. Si trattava di conoscere le condizioni di quello che si profilava un vero e proprio patto, che può essere riepilogato dalle concise parole di Faust:

E qua la mano!
Dovessi dire all’attimo:
Fermati pure! Sei così bello!
Allora mi puoi buttare in catene,
allora accetterò la fine!  

Mefistofele, per quanto lo riguardava, aveva già accettato, ma pretende che l’atto sia ineccepibile; quindi impone la trascrizione su un qualsiasi pezzo di carta e un sigillo inusuale: una goccia di sangue.

Tra le prime imprese comuni di quel patto pretenzioso c’è la gozzovigliata presso la taverna di Auerbach a Lipsia. Riemergono ancora una volta in modo prepotente i ricordi autobiografici di Goethe, matricola in quella università nel 1767 e, dotato com’era di una considerevole somma messagli a disposizione dal generoso padre, assiduo frequentatore di quella bella taverna, che ancora oggi si fregia della fama dovuta alle pagine del Faust.

La seconda tappa che i due si apprestano a fare è nella cucina della strega, dove al Faust viene promesso un filtro magico. È una scena questa che manca nell’Urfaust e affonda le proprie radici nella antica saga germanica. Come testimoniato dal fido Eckermann il 10 aprile del 1829, la stessa è stata rielaborata e aggiunta da Goethe durante il suo soggiorno romano, e precisamente nei giardini di Villa Borghese durante la primavera del 1778. Appena entrato nella cucina della strega, Faust è il primo a meravigliarsi per l’ambiente:

Tutta codesta pazza stregoneria mi ripugna!
E tu prometti di guarirmi
In mezzo a tanta farragine di frenesie?
Ho bisogno del consiglio di una vecchiaccia?
E la sua broda mi toglierà
Davvero trent’anni dal groppone?

Ma finisce con l’accettare quanto gli viene proposto perché considera impraticabile l’alternativa avanzata da Mefistofele:

Nutriti con cibo genuino,
vivi tra gli animali come loro, e non considerare sconveniente,
di concimare tu stesso il campo da cui raccogli;
Questo, credimi, è il miglior modo,
di conservarti giovane fino ad ottanta anni.

Per Faust, che nella vita si era occupato di magia e aveva a che fare con alambicchi e provette, la sola idea di vivere allo stato brado mischiandosi agli animali era terrificante. Per lui quindi sarà necessario l’intervento della strega con il suo crogiolo, che nel frattempo continuava a bollire sul fuoco, controllato a turno da una coppia di Gatti Mammoni, inquilini-aiutanti della padrona di casa momentaneamente assente. Mentre Mefistofele si intrattiene con le bestie, Faust se ne sta in disparte, indaffarato com’era ad ammirare nell’acqua contenuta in un secchio, a sua volta anche “magico”, una figura dai contorni tremolanti:

Cosa vedo? Che immagine celestiale
Si delinea in questo specchio incantato!
O amore, prestami la più veloce delle tue ali
E portami nelle sue vicinanze!
Ah, se non rimango fermo in questo punto,
se oso avvicinarmi,
la posso vedere solo come nella nebbia!…
La più bella immagine di una donna!
È possibile che una donna sia tanto bella?

Mefistofele assiste in silenzio a questi estasiati commenti e, non solo conferma le esaltanti impressioni di Faust, ma gli fa balenare la prospettiva di poter possedere proprio lui “un tesoruccio di codesta specie”. Intanto il calderone, cui la Gatta Mammonanon ha più badato, comincia a traboccare e la strega, ritornata attraverso il camino da cui era uscita, a quella visione grida come un’ossessa. Si calma solo quando vede e riconosce Mefistofele vestito di gala – con farsetto rosso e penna di gallo – e a lui s’inchina come una schiava devota. Più che scontata a questo punto la domanda della strega in che cosa possa essere utile per i suoi due illustri ospiti. Al che Mefistofele senza indugio “comanda di avere un buon bicchiere di quel famoso filtro”; raccomandando che sia il più invecchiato, dato che il suo “vigore” dipendeva proprio dagli anni. La strega, dopo le precauzioni di rito e le magiche formule, ne offre a Faust una tazza piena, con l’augurio “che il sorbettino vi faccia buon pro’”. Alla supplichevole preghiera del Faust, che non vorrebbe staccarsi da quella visione annebbiata, ma di incredibile intensità che gli balenava dallo specchio incantato e di cui ormai era ammaliato, Mefistofele reagisce con la massima decisione:

No! No! Tu devi vedere il modello di tutte le donne
Presto in carne e ossa davanti a te.
(aggiungendo piano). Vedrai, con questo filtro in corpo,
presto una Elena in ogni donna.

Compare per la prima volta nell’opera il riferimento alla bella e fatale Elena, figura della mitologia greca assunta, nell’immaginario europeo, a icona dell’ eterno femminino. Proprio questa sua caratteristica archetipica fa sì che nell’immensa letteratura nata attorno alla irresistibile fanciulla, la stessa non venga mai considerata responsabile dei danni e dei lutti provocati dalle contese nate per appropriarsi di lei e della sua bellezza. Questa meravigliosa creatura, già moglie di Menelao, re di Sparta, una volta rapita dal principe troiano Paride sarà causa della lunga e sanguinosa guerra tra Greci e Troiani, eternata dal grande Omero.


Letto 2298 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart