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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (8)

30 Marzo 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.

Il viaggio in Italia e la rottura con la von Stein

Ma proprio il viaggio in   Italia segnerà   la fine del rapporto ultradecennale con la Charlotte von Stein. Il ricordo delle sue notti romane, con la   fortunata e felice scoperta dei piaceri erotici che si trasformerà in pura gioia dei sensi e sarà immortalata in una ventina di “Elegie”, scritte nella ritrovata tranquillità della sua Weimar dal 1788 al 1790, testimonia il suo “rinsavimento” e corona per certi versi quanto avrà modo di confessare al fido Eckermann il 5 ottobre 1829: “Sì, io posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato ad uno stato d’animo così elevato, né una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora, mai più felice”. Questo stato d’animo finisce con l’impregnare anche le Elegie Romane, che, riprendendo temi cari a poeti dell’età romana, come Catullo, Properzio e Tibullo,   trasudano di “dolce”   rimpianto. In proposito non sarebbe azzardato parlare di una vera e proprio “scoperta” da parte di Goethe; che a quasi quaranta anni ha la ventura di accorgersi che esistevano anche i piaceri dell’erotismo, una gioia dei sensi assolutamente impensabile in un periodo storico impregnato di “pietismo” e lontanissima dalla visione imperante nel popolo e anche nei ceti più avanzati. Le Elegie Romane rappresentano per molti versi un momento di liberazione da pregiudizi e preconcetti di cui per secoli si era fatta portavoce la Chiesa di Roma, mortificando e trascurando la filosofia del piacere che aveva imperato nel mondo classico   greco. La “felicità” provata a Roma, la capitale del mondo di allora, che   col suo fascino l’aveva tentato per interi decenni, lasciandosi poi docilmente conquistare, viene a mio avviso resa più completa proprio da questa serie di esperienze erotiche che ci danno un’idea precisa e palpitante sui momenti d’estasi colti dal poeta tedesco, che rimane affascinato e grato alla sua “Faustina”, donna semplice e soprattutto compagna   di notti indimenticabili.

I
….
Ancora contemplo chiese e palazzi, rovine e colonne,
da uomo accorto, che un utile trae dal viaggio.
Ma presto tutto è finito, poi sarà un unico tempio,
tempio d’Amore, soltanto, che accolga l’adepto.
Un mondo, per certo, sei tu, Roma, ma senza l’amore
Il mondo non più il mondo, Roma non sarebbe più Roma.
…

III
Non pentirti, cara, di esserti data a me così presto!
Credimi, non ho di te un’idea così bassa e insolente. …
Rea Silvia, regale vergine, scende per attingere
l’acqua del Tevere, e il dio l’afferra.
Così nacquero i figli di Marte! – Allatta i gemelli
una lupa, e Roma si chiama sovrana del mondo.

IV
Devoti siamo noi amanti, adoriamo in silenzio tutti i demoni
Ci auguriamo ogni dio, ogni dea a noi propizi.
Così siamo simili a voi, vincitori romani. ….
….
Questa dea si chiama Occasione(*), imparate a conoscerla!
…
Così la figlia inganna l’inesperto il timido:
deride chi è assopito, passa in volo accanto a chi è sveglio;
le piace darsi all’uomo rapido, attivo,
questi la trova docile, giocosa, tenera e amabile.
Anche a me apparve un tempo, ragazza bruna, i capelli
le cadevano scuri e folti sopra la fronte,
riccioli corti s’inanellavano intorno al collo grazioso,
i capelli sciolti si attorcevano dalla scriminatura.
Non potei disconoscerla, ghermii la fuggente, e subito
mi rese abbraccio e bacio con dolce amore.
Come ne fui felice! – ma silenzio, il tempo è passato,
e intricato io sono, trecce romane, da voi.

A proposito dell’occasione, Mefistofele intento com’era a far cadere l’innocente Grtechen nelle mani di Faust, così si esprime, dando una patina di nobiltà a quello che in fondo era il suo “mestiere”:

“Dio, quand’ebbe creati i maschietti e le femminucce
riconobbe mestiere nobilissimo
quello di procurare l’occasione…”.

V
…
Ma le notti Amore mi vuole intento a opere diverse:
se divento doto a metà, doppio è il piacere che provo.
E non mi erudisco mentre spio le forme dell’amabile
seno , guido la man giù per i fianchi? …
Se anche l’amata mi ruba qualche ora del giorno,
mi ripaga con il dono di ore notturne.
Nella tregua di baci si fanno saggi discorsi;
se il sonno la coglie, vicino a lei medito a lungo.
…

VII
Oh come lieto mi sento qui a Roma! Se ricordo il tempo
Che un giorno grigiastro, lontano nel Nord, mi avvolgeva,
e torbido il cielo e greve si piegava sopra il mio capo…
…

X
Alessandro e Cesare, Enrico e Federico, i grandi,
sarebbero lieti di darmi metà della loro gloria,
se gli potessi cedere per una notte questo giaciglio..

XIX
…
Per questo Faustina è la mia fortuna; volentieri divide
il letto con me e si serba fedele a me fedele.
La gioventù irruenta ama la sfida dell’ostacolo;
io amo godere in pace un bene sicuro.
Quale felicità! Scambiamo baci fidati, respiro
e vita suggiamo e ci infondiamo senza timore.
Le lunghe notti sono per noi un piacere, ascoltiamo,
stretti l’uno all’altro, tempesta e scrosci di pioggia.
Così fino alle prime luci dell’alba…

Una volta tornato a Weimar, di sicuro dopo l’agosto del 1788, perché nel suo diario c’è una annotazione sul suo secondo soggiorno romano che data 31 luglio, Goethe è radicalmente cambiato; non si riconosce più   e lascia allibiti e perplessi amici e conoscenti. Tra l’altro, dopo esperienze così piene e sessualmente gratificanti, sarebbe stato impossibile riprendere quella relazione sofferta e per molti versi   frustante con la von Stein. Nessuna sorpresa quindi se molto presto il poeta e l’ascoltato uomo di corte coglierà al volo “l’occasione” evocata già nelle Elegie. Anche in questo caso il poeta, a cui il “destino” era da sempre benevolo, può fare riferimento a questa buona stella che non l’ha mai abbandonato. Goethe, in un   manoscritto datato 26 agosto 1813,   invia alla moglie una poesia “Trovato”, da lui scritta venticinque anni prima, 12 luglio 1788,   in occasione del suo primo incontro con la Vulpius:

Trovato

Andavo per il bosco
così, per mio conto,
non cercare nulla
era il mio intento,
quando vidi nell’ombra un piccolo fiore,
lucente come una stella,
bello come gli occhi.
Volevo coglierlo,
e lui, con grazia,
disse: per appassire
devo essere colto?
Lo divelsi con tutte
le tenere radici;
lo portai nel giardino
della bella casetta.
Lo trapiantai di nuovo
in un posto tranquillo:
ora fa sempre foglie
e continua a fiorire.”

Nel caso specifico, l’occasione, “dea” già evocata nelle “Elegie Romane”,   le viene fornita da una insperata visita; Christiane Vulpius, una bella ragazza ventitreenne che di mestiere faceva la fioraia, lontana quindi dal mondo intellettuale e assolutamente sconosciuta in quello dei nobili. Questa giovane donzella, di sicuro al corrente del ruolo determinante che Goethe ricopriva nel panorama culturale di Weimar e non sono in quello, era andata a trovarlo il 12 luglio 1788 per la solita “raccomandazione”. Aveva infatti un fratello che si dilettava di scrittura e la signorina, convinta che l’unico che avrebbe potuto aiutarlo ad imporsi nel mondo delle lettere sarebbe stato il grande Goethe, va a trovare il grande poeta e “padrone” dei destini di tanti giovani aspiranti. Al nume tutelare della letteratura tedesca   si presenta personalmente senza tradire particolari complessi di “inferiorità” e con la massima disinvoltura gli espone il caso,   perorandone caldamente la causa. Del fratello aspirante scrittore   si sa che è riuscito a pubblicare “qualcosa”, alla sorella tuttavia è andata decisamente meglio! La bella “fioraia”, inaspettatamente e tra la profonda meraviglia della Weimar bene, ha fatto breccia nel maturo poeta, con il quale – nonostante le critiche e gli ammiccamenti dei circoli “nobili” e delle tante persone “ammaliate” dal grande Goethe – ebbe una lunga relazione. Proprio il giorno di Natale del 1989 sarà   proprio la Christiane a fargli una “Weihnachtsbescherung” (sorpresa di Natale) originalissima: la nascita di Augusto, il loro primogenito. L’unione,   a cui nessuno avrebbe mai creduto, avrebbe felicemente superato le insidie degli anni, sarà allietata – anche se per poco, dato che moriranno subito dopo la nascita – da 5 figli e nel 1806 verrà ufficialmente sancita con un regolare matrimonio. La Vulpius morirà nel 1816 e già nel 1821, il vedovo Goethe avverte l’insopprimibile bisogno di avere accanto un’altra compagna e farà un tentativo, andato purtroppo a vuoto, con la diciassettenne Ulrike von Levetzow, che non si è lasciata “convincere” neppure dall’autorevole intervento del Duca Karl August. Goethe l’aveva conosciuta nel 1821 durante un suo soggiorno per cura nella stazione termale di Marienbad . Come doveva subito ammettere aveva   avvertito per la prima volta nella sua vita “una grande passione” . Due anni dopo, nel 1823,   Goethe si vede “costretto” a pregare addirittura il Granduca Karl August von Sachsen-Weimar-Eisenach a chiedere a suo nome la mano della diciannovenne. Un brutto colpo per l’anziano poeta che rischiò addirittura di morire di crepacuore. Il rifiuto della giovane a questa seria proposta di matrimonio fu eternato nella Elegia di Marienbad. Subito dopo, 19 settembre 1823, Goethe annota nel suo diario: “ho portato a termine la redazione della poesia”, alla quale aveva premesso il motto ripreso da Torquato Tasso: “E se l’uomo si fa muto nel suo strazio   / un Dio mi ha permesso di dire quello che soffro”.

 

A dire il vero, a partire dall’inizio del secolo (1800), non furono poche le difficoltà esistenziali anche   per uno come lui, forgiato a far fronte a evenienze particolarmente difficili. Nella quiete di Weimar, non più impegnato ad amministrare il piccolo Ducato, si faceva strada una strana sensazione di frustrazione;   le esperienze si illanguidivano e Goethe si apprestava a vivere soprattutto di ricordi. A scuoterlo da quello pericolosa apatia la vicinanza di Schiller, anche lui chiamato nella Corte di Weimar nel 1799 e da allora prezioso ed infaticabile amico-consigliere del grande ma depresso Goethe. Ma nemmeno in questo periodo mancheranno le soddisfazioni per il grande poeta, da sempre affascinato alle teorie di Johann Gottfried Herder sulla “poesia popolare” e particolarmente attento a scrutare nei secoli “bui” della Germania, alla cui ricerca cui si dedicavano i giovani “Romantici” per ritrovare anche nella negletta “Teuschland” tracce di un passato letterario in grado di competere con quello glorioso delle nazioni vicine, come l’Italia, la   Francia e l’Inghilterra. Questo suo vivo desiderio sarà proprio all’inizio del secolo esaudito grazie soprattutto al lavoro certosino e su larga scala portato avanti da due poeti “romantici”, Achim   von Armin e Clemens Brentano, conosciutisi nella mitica Università di Göttingen, proprio dove alcuni anni prima era nato il “Göttinger Heim”, sparuto gruppo di lirici attivi a cavallo dei due secoli (700 e 800). Questi due giovani poeti, dopo un laborioso lavoro di anni, molti dei quali trascorsi sul fiume tedesco per eccellenza, il mitico Reno, sono riusciti a raccogliere tutte le “Alte deutsche Lieder” e a pubblicarle a partire dal 1802. Solo nel 1804, auspice il grande Goethe, a cui l’opera viene dedicata   – “ SR. Excellenz des Herrn Geheimrat von Goethe” -, la stessa veniva portata alle stampe con titolo di “Des Knaben Wunderhorn” (Il corno magico del fanciullo), ricevendo l’ambizioso riconoscimento di essere considerata l’opera più significativa dell’Ottocento. Lo stesso Goethe nella recensione apparsa nella “Jenaische Allgemeine Literatur-Zeitung” del 1806 si esprime in toni entusiastici nei confronti di un’opera attesa da tutta l’intellighenzia tedesca. Erano così   finalmente accontentati i molti che si auspicavano proprio da questo lavoro certosino e universale al contempo anche un contributo decisivo per la scoperta di radici comuni e una spinta autorevole per definire meglio il concetto di Nazione Germania, allora piuttosto negletto. Tuttavia neppure la soddisfazione per questa “antologia” di tre volumi e a cui aveva a suo modo contribuito, particolarmente prodigo com’era di consigli e di suggerimenti, lenisce del tutto l’ormai incombente solitudine che accompagnerà gli ultimi anni della sua vita. A rimanergli accanto solo alcuni amici intimi e l’intraprendente Bettina Brentano, che al poeta si sentiva particolarmente legata – anche per l’affettuosa amicizia che aveva a suo tempo contraddistinto i rapporti di   Goethe con la madre Minne La Roche. Grazie alla sua mediazione tra l’altro nel 1812 ci sarà l’incontro con Beethoven, che del poeta aveva già avuto occasione di musicare alcuni Lieder. Tra di due, che ebbero anche modo di frequentarsi, purtroppo non ci fu feeling, troppo diverse le loro nature. Significativo in proposito una nota contenuta in una lettera indirizzata a Bettina, in cui viene fuori la fierezza di Beethoven e la succube riverenza di Goethe, da sempre ligio agli uomini di potere e particolarmente rispettoso delle “autorità”: “I re e i principi possono ben creare professori e consiglieri segreti, ma non possono creare i grandi uomini, né gli spiriti che si elevino sullo sterco del mondo…- e quando due uomini sono insieme come io e Goethe, quei signori devono sentire la nostra grandezza. – Ieri abbiamo incontrato la famiglia imperiale per strada, quando stavamo rientrando. La vedemmo da lontano, e Goethe si distaccò dal mio braccio per mettersi da parte sulla strada. Ebbi un bel dirgli tutto quello che volli, non mi riuscì di fargli fare un passo di più. Allora tirai giù le falde del cappello, abbottonai la giacca e, con le braccia dietro la schiena, mi misi in mezzo ai gruppi più folti dei passanti. Principi e cortigiani fecero siepe. Vedendomi, il duca Rudolf si tolse il cappello e l’imperatore mi salutò per primo. – i Grandi mi conoscono.- Per mio divertimento vidi il corteo sfilare davanti a Goethe, che se ne stava sull’orlo della strada, profondamente inchinato, col cappello in mano. Dopo, gli ho dato una lavata di capo e non gli ho fatto grazia di nulla…”. Ma il grande poeta, per sua fortuna,   poteva ancora contare sull’affetto e la dedizione di alcuni “veri” amici; tra questi Karl Friedrich Zelter, una vera personalità nell’ambito musicale di allora. Questo musicista, direttore della “Singakademie” di Berlino, sarà uno degli amici che gli rimarranno   “fedele” fino all’ultimo, visto che i due moriranno nello stesso mese di marzo del 1832.   Zelter era molto legato a Goethe e, rendendosi conto della sua “pericolosa” solitudine, lo andrà a visitare spesso intrattenendolo e aggiornandolo sulle novità in campo musicale, settore a cui il vecchio Goethe era particolarmente attento. Così il maestro di Felix Mendelssohn, una   giovanissima “creatura” che stupiva i musicologi di allora con le sue composizioni e la bravura nell’eseguirli, scriveva l’8 febbraio del 1824 al sua grande amico d Weimar: Zelter può quindi essere definito il consulente musicale di Wolfgang Goethe e in questa sua veste,   quando il dodicenne Felix dimostra largamente le sue doti eccezionali di precoce compositore e di brillante pianista, lo conduce a Weimar e lo fa incontrare con Goethe, allora settantaduenne (1871). L’anziano poeta manifestò grande ammirazione per il giovane Mendelssohn, tanto che lo invitò a suonare per lui per alleviare la sua malinconia. A Weimar Felix, ospite di Goethe, si intrattiene per 16 giorni e ne ricava un’impressione fantastica. Goethe da parte sua era letteralmente rapito dalla maestria del ragazzo e ascolta con particolare ammirazione le esecuzioni di Bach, Mozart e Beethoven. A questo primo incontro ne seguirono altri (1822, 1825 e 1830); in occasione dell’ultimo Felix regala al poeta il “Klavierquartett”, a lui dedicato; opera questa particolarmente apprezzata dal poeta, che rimane commosso e grato.

Ma non sarà questa l’ultima occasione per commuoversi. Ormai l’ottantenne poeta sentiva sul collo il fiato della “signora” che gli avrebbe consentito, dopo una vita particolarmente intensa, di tagliare definitivamente i ponti con la vita terrena ed aprire, almeno per i credenti, le porte dell’immortalità. In proposito molto significativo quanto raccontato da un accompagnatori e quindi testimone oculare di un momento particolarmente toccante. Negli anni del Goethe ancora “viandante”, e precisamente la sera del 7 settembre 1780, in una delle sue frequenti escursioni sul Kickelhahn, un’altura di 800 metri circa situata al limite settentrionale del Thüringer Waldes (Bosco della Turingia) e considerato il monte della città di Ilmenau, il poeta aveva scritto a matita sulla parete di una capanna di legno alcuni versi che trasudano una calma irreale e sono pregni di un’attesa carica di significato. La poesia di intitola “Ein gleiches” (Un altro) e così recita:  

Un altro

Su tutte le vette
regna la calma,
tra le cime degli alberi
non avverti
spirare un alito;
nel bosco gli uccellini stanno silenziosi.
Aspetta un poco! Presto
anche tu avrai riposo.


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Bart