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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La gita

5 Aprile 2010

di Enzo Ferrari
Per strada s’alza un vento colorato che sposta la polvere e muove l’erba nei prati. In paese è tutto un lento girare di cose, persone e fatti, che si risvegliano in una nuova giornata d’estate. Si annuncia una calda giornata.

Moglie e figlia sono ancora a letto. Parto senza far tanto rumore. Mi avventuro in solitudine, indossando il buonumore. Negli occhi nasce il paesaggio. Il sole, prima di rendere la campagna colma di colori, cerca e separa le cose una ad una. Scivola in paese, nei giardini, nei cortili, sui balconi, nei boschi, dividendo le foglie dai rami, i frutti dalle foglie.

La valle, piana e incassata in una splendida corona di monti, si è da poco svegliata. Da qualche camino esce del fumo bianco. Alcune finestre sono aperte per far entrare l’aria fresca del mattino. Lungo la strada c’è un caffè con fuori i tavolini. Tovaglie rosse e gialle perfettamente inamidate sfidano il vento. E’ facile pensare che tra qualche ora delle belle ragazze dai capelli biondi siederanno a quei tavoli, con le gambe accavallate, a chiacchiera, pronte a gustarsi un gelato.

Sopra il locale, un balcone aperto, con tende ricamate che si muovono per la brezza e che fanno intravedere squarci d’azzurro. Una serie di villette moderne in legno e muratura, senza cancelli o sbarre per delimitare la proprietà, interrompe la sequenza delle case rurali.

Tutto è disponibile all’accoglienza. Le abitazioni sono piccole. Passando accanto ad una casetta, tendo l’orecchio ad una voce che esce da una radio. E’ il risveglio d’abitanti e turisti, accomunati da questa giornata d’estate.

Una gatta, con i suoi piccoli al seguito, attraversa l’aia di una fattoria. Del cortile, ciò che colpisce è la pulizia, l’ordine degli attrezzi, la precisione della siepe. Una piccola edicola votiva invita il viandante a curiosare la figura del santo dietro la grata arrugginita.

Il pensiero và alla dura salita, all’impegnativo percorso che prevede un lungo giro. La meta non è solamente la vetta. Oltre la cima, ho in programma la discesa in un’altra valle.

Le montagne, come la vita, sono cime raggiunte e successive ridiscese, senza sbandamenti e con il giusto dosaggio tra stanchezza fisica e nervosa.

Dopo un breve tratto sulla carrozzabile, m’inoltro nei campi. Qua e là i prati di un verde maestoso, screziati di giallo, dispiegano tutta la loro magia. Altre tonalità irrompono: l’azzurro, il rosso, il violetto. Sa quasi d’offesa il poco bianco presente.

Oltre la barriera della diga, il mistero dei colori suggella tutta la sua potenza: il blu del lago artificiale, si mette a competere con il celeste del cielo. Il verde garbato dei larici si sposa con quello severo degli abeti e con quello più scherzoso dei sorbi e degli ontani. L’estate è pienamente convinta dei suoi mezzi. Una grandiosità che si fonda sull’imponenza dei monti, sulla luce crescente, sui rumori di fondo, sugli odori che presto il sole svelerà completamente.   Il territorio è ampio.

Incrocio un vecchio montanaro col cappello calzato sugli occhi. Ha buttato via una sigaretta: un filo grigio di fumo è soffocato dall’erba umida di rugiada.  

Verso l’alto, sorretta da salde pareti, da rocce, pietre e detriti, si presenta la montagna, frastagliata, bizzarra, coronata da una croce imponente, ben visibile dal basso, da ogni direzione. La vetta è il mio primo cimento. Da quaggiù ne colgo la ripidezza e il distaccato trionfo.

Le montagne spiccano terse, vestite di boschi. I colori giungono ad ondate.
L’aria stamane è robusta, corroborante. Spinge a prendere il volo. Pare tutto perfetto, in armonia.

Hanno sistemato in questa parte del percorso dei cartelli che raccontano il bosco sotto forma di fiaba, tracciando il significato che gli alberi hanno per queste vallate e per la vita dei loro abitanti. Domani ritornerò per una passeggiata in compagnia di mia figlia.

Il primo pezzo è in mezzo al bosco d’abeti e larici. Ai lati del sentiero ben tracciato, qualche rossa fragola matura segnala la sua delicata presenza. N’assaporo il gusto, tra il dolce e l’acidulo.
Un fruscio nell’erba. E’ un ramarro che getta l’allarme.

Mi concentro sul percorso, apprezzo la grazia del camminare in silenzio. Le gambe e i piedi sono parti dell’architettura della montagna. Le distrazioni sono appannaggi del naso e degli occhi.

In terra delle altre bacche rosse. Alzo lo sguardo: un ciliegio selvatico allarga i suoi rami in uno spiazzo erboso, non ancora occupato dalle imponenti aghifoglie.   Il calice di rugiada è formato da brillanti che durano lo spazio di pochi attimi, quelli di un raggio di sole.

La bella stagione è lievitata con allegria. I lucherini hanno l’argento vivo addosso. Le cinciallegre volano irrequiete, le ballerine disegnano il loro volo, i crocieri si dondolano buffamente rovistando nel legno secco alla ricerca di qualche insetto, un picchio ritma il tempo con il suo becco in qualche albero non molto lontano. Una montagna viva, un bosco sonoramente attivo.

La salita è da subito impegnativa. Tornanti attenuano la sua ripidezza. L’acre modulazione del sentiero gira in una curva verso una Madonna lignea in trono stanca di aspettare.

Nei punti più panoramici, hanno sistemato delle panchine per facilitare una sosta e godere della vista. Camminare a piedi in montagna vuol dire anche ogni tanto fermarsi. Per prendere fiato, per curiosare all’intorno, per valutare la fatica. Quando ci si ferma si rimane come schiavi della natura, contemplatori del paesaggio. Nell’aria si sprigionano delicate fragranze. E’ difficile muovere critiche, o manifestare tendenze alla correzione della celeste conservazione di questi luoghi.

Dietro un grosso masso erratico, un gorgoglio d’acqua: delle piccole cascate s’intrufolano fra le rocce cariche di muschio. Il luogo fa quasi paura per la sua eccessiva umidità. Poco più avanti il torrente ghiaioso ringhia minaccioso, segno di una potenziale sciagura o forse promessa di un particolare beneficio. Viene voglia di proseguire solerti. Oltrepassato il punto, ricomincia la salita assolata, poi la macchia con le cataste di legna pronte per il trasporto a valle. E’ un continuo entrare ed uscire dal bosco.

Il sentiero taglia un campo in diagonale. Ai suoi margini degli ingegnosi canali d’irrigazione.
Al centro del prato una vecchia baita. Una fresca dipintura pone la casa sotto la protezione di un qualche santo contro gli incendi e le carestie.

Alzo la voce per denunciare la mia presenza. Dal cannello della fontana zampilla l’acqua fredda che canta nell’incavo del tronco. Alle piccole finestre, dei vasi colmi di bei fiori blu.

Riprovo con un tono più alto della voce. La porta è chiusa. Nessuna risposta. Curioso nella stalla vicina anch’essa vuota. All’apparenza nessuno in giro. Unico segno di vita è un gatto che, come impaurito dalle mie parole, scappa dal fienile. Un paio di stivali infangati è appoggiato alla parete della stalla. Due lenzuola e una tovaglia sventolano al sole. Le lenzuola hanno toppe vistose, talmente sfrontate che non cercano mascheramenti nel rappezzo. Un sapore imprevisto di pulizia odorosa di lavanda, fa scivolare il progresso nel naso.

Avrei scambiato volentieri due chiacchiere con i padroni di casa, curioso delle loro abitudini e tradizioni. Rimango stupito dalla mancanza di respiro umano, dal silenzio ingombrante, senza corpo. Mi accontento di bere un sorso d’acqua pressoché gelata.

Il silenzio fa udire quel che si pensa.
Il sentiero rasenta la baita per poi riprendere la salita tra abeti rossi e larici. Ho la netta sensazione di camminare su qualcosa di morbido, come in un sogno.

Un’ordinata recinzione di legno racchiude un tumulo di terra, sovrastato da una croce di ferro, e un vaso in vetro con dei fiori freschi di campo. Sulla croce la foto di un giovane sorridente. La terra pare zappettata da poco, tanto è umida e scura. Delle vespe svolazzano sui fiori.

A ridosso di uno sparuto gruppo di larici, mi pare sentire delle voci, forse un cane abbaiare. Alzo lo sguardo, ma scorgo solo massi, il verde dei prati, un nevaio in lontananza. La voce si fa più insistente e vicina. In cima alla scalata dei prati, vagamente distinguo una figura muoversi. Fatti alcuni metri mi accorgo di un giovane con accanto un cane pastore. Diverse mucche pezzate brucano l’erba poco più in alto. Freschi escrementi degli animali denunciano il loro   passaggio.

Il ragazzo è intento a scrutare la valle ai suoi piedi. Da tempo si è accorto della mia presenza. Come il cane, ha fiutato l’intruso nel paesaggio. Di buon passo m’avvicino. Il giovane indossa una giacca con tante tasche, o meglio taschini incolonnati da sembrare un mobile da ufficio. Ha occhi azzurri, franchi. Tiene un bastone in mano, gioca con il cane e mastica una caramella. Un gusto diverso da quello dei fili d’erba. Un gusto certamente zuccherino, come l’odore del vento. Intona a voce bassa una canzone, un ritornello, che sembra un canto di meraviglia.   E’ la stessa canzone, altrettanto dolce, di chi fugge da una gabbia nella quale alita la visione di giorni pieni d’aria.  

Gran parte della natura all’intorno mantiene intatto il suo genio materno, occupa lo spazio in sintonia con l’uomo. Merito certamente della natura, ma anche dell’uomo che la vive, la capisce, la usa e non ne abusa. I suoni del territorio avviluppano la memoria.

Procedo rasentando le mucche al pascolo e il nevaio, in parte lordato dal letame. Sparse come tanti colori le vacche lente e solenni brucano il pascolo, facendo tintinnare i sordi campanacci legati intorno al collo. Agitando le code scacciano le fastidiose mosche, attirate dal calore e dallo sporco dei loro escrementi.

Si è alzata un po’ di foschia, salita dall’altra valle. La cima davanti mi pare un po’ sfocata, tra le rocce marroni e grigie. Girandomi ammiro in basso il lago ormai lontano, troppo distante perché faccia paura. Oltre la massa d’acqua, la fresca e verde solitudine del bosco che ho attraversato.

In mezzo al bosco appare evidente uno squarcio di prato, un campo dalla forma vagamente quadrata. Laggiù un contadino dotato di falce, con regolarità e pazienza, taglia l’erba, cambiando il paesaggio e le tonalità di quel verde. Ad ogni passo, ad ogni colpo delle sue braccia, gli steli cadono posandosi disordinati sul terreno. E’ un unico cadenzato movimento, un unico inspirare ed espirare.

Mi giro e riprendo la gita.
Il sentiero s’inerpica oltre il pascolo finché diviene pietra e roccia. Dal camminare passo all’arrancare, la salita è ora notevolmente più ripida. Massima è l’attenzione a dove metto i piedi. Pochi i fiori che osano far capolino.

Il corpo è talvolta parallelo alla roccia, le dita piegate a gancio, gli scarponi come artigli. La pietra così com’è esiste anche per essere guardata da vicino.

Arrivo con fatica e piacere in cresta, ampia e per nulla pericolosa. Affacciato dal crinale, l’estate mi appare distesa ai miei piedi. Un vero traguardo da toccare, il punto da cui traboccano le novità. In un eccesso di gioia mi diletto a scrutare le case, le baite, i pascoli dell’altro versante. Il posto toglie significato alla confusione rumorosa e alla tristezza. Una piccola nube monta all’assalto di questo mondo. E’ un abbraccio felice che comprende il filo d’erba e il cielo, il silenzio e le voci.

Per il caldo, dell’altra foschia ben più corposa sale dal basso. La felicità è nelle mani del tempo. Confesso l’apprensione che mi coglie al giungere della nebbia. Con le mani, se potessi, la respingerei. La respiro lo stesso a bocca aperta, lascio che mi accarezzi il volto. Il suo fascino m’avvolge. Mi fa aumentare l’andatura. Questa monotonia confonde lo sguardo, la percezione dello spazio e delle distanze. Finalmente il vento la scompagina, dissolvendola, rendendo il paesaggio nuovamente apprezzabile, prevedibilmente perfetto.    

Con il suo lento diradarsi, il mio sguardo raffigura quel che il sapore avvolge. A mano a mano che sfuma l’inganno, cresce la curiosità. Curiosità di scoprire altri sentieri, altre cuspidi giganti di pietra, tanto torreggianti da farsi rispettare. Basta poco e il sole riprende il suo estivo vigore. Bucata la foschia, esplora ogni anfratto, ogni piega e fessura del terreno.
Mi trovo in vetta. Il cielo è quasi terso. Il solletico dell’aria tocca il corpo, accentua i battiti del cuore.

Bevo dalla borraccia con gusto, accanto all’enorme croce ancorata alla roccia con diversi fili d’acciaio. E’ il momento del temporaneo riposo. Da quassù le cime sono molte, vicine e anche lontane. Più guardo e più ne scopro. Ognuna pare desiderosa di farsi notare per la sua bellezza. Il cielo e le poche nuvole vi stanno sopra come se avessero paura di toccarle. Solo il vento s’arrischia a sfiorarle, fischiando nelle orecchie, senza perdere la sua di strada.

Mi giunge un flebile scampanio, forse di mucche o di capre. La mattinata si dimostra, nel complesso, serena e piacevole.  

Ai piedi della croce, una scatola ermetica conserva un quaderno e una matita. Ognuno che giunge in vetta lascia il segno del suo passaggio con una firma, un messaggio, una breve poesia. Poche parole tra queste rocce intontite dal calore del sole, spaccate dal gelo della notte e dell’inverno, aperte al soffio degli spazi e delle stelle. Esperienze custodite in un piccolo taccuino a futura memoria.

Tra le tante frasi di saluto e d’augurio leggo dei versi in stampatello scritti da qualcuno una decina di giorni prima.

“Il vento è passato di qua: l’ho sentito sulla pelle.
L’erba e i fiori ridono.
La gioia danza sulle pietre.
Torniamo a valle,
imbocchiamo di nuovo il cammino
per sentire il canto verde delle foglie
e della terra”.

Mi viene voglia di proseguire.
Prima d’avventurarmi mi godo l’insieme, l’insolita sicurezza. Mi regalo qualche attimo di solitudine.
Sbuccio una mela novella, portandomi in bocca questo particolare anticipo d’autunno.


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1 commento

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