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LETTERATURA: “La morte dei caprioli belli” di Ota Pavel – Keller edizioni

17 Maggio 2013

di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)

La morte dei caprioli belli di Ota Pavel, casa editrice Keller, è una silloge di racconti pubblicata per la prima volta in edizione integrale, com ­prensiva, cioè, di alcuni inediti e di quei racconti che, per motivi politici, erano stati censurati nella Repubblica Ceca.

Il titolo della raccolta è lo stesso del terzo racconto, il più corposo e dram ­matico, in quanto narra le peripezie di Leo Popper, padre dell’autore, per procurare a se stesso e alla sua famiglia un po’ di carne prima di essere deportato e rinchiuso con i due figli maggiori in un campo di concen ­tramento. Questo episodio lascia intendere chiaramente l’origine ebraica dell’autore e il periodo storico in cui è ambientata la vicenda. A ben guar ­dare i racconti, nove in tutto, di taglio decisamente autobiografico si svol ­gono prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale e sono incentrati sulla famiglia di origine dell’autore e, in particolare, sulla figura del padre Leo Popper, venditore porta a porta, amabile imbonitore, capace di ven ­dere carta moschicida laddove non vola una mosca, abile pescatore di acqua dolce e impenitente dongiovanni. Una figura calda e croccante, come dice Erri De Luca, ed infatti richiama alla mente il buon pane di casa cotto nel forno a legna, facendoci sentire e apprezzare tutta la sua fragranza e genuinità. Dispensatore di merci, di consigli e di sorrisi non può non catturare, con quella sua spavalda e un po’ ingenua sicurezza, il nostro consenso e la nostra simpatia. Anche perché le sue avventure, sia che venda aspirapolvere o fibbie per cravatte, sia che cerchi di sottrarre le carpe di lago alla Wermacht sono viste e ingigantite attraverso gli occhi commossi e adoranti del piccolo Ota. Nella stragrande maggioranza dei casi è la quotidianità al centro dei racconti; sono piccole storie in cui Leo Popper cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni senza però rinunciare a quell’idea di benessere perseguito con tenacia e legato fortemente alla cultura di cui è egli espressione. La storia, invece, quella con la S maiu ­scola, rimane prevalentemente sullo sfondo ma talvolta emerge con prepotenza richiamando i protagonisti della vicenda e i lettori a un’im ­prescindibile presa di coscienza. Penso in particolare al villaggio di Lidice raso al suolo dai tedeschi il 10 giugno del 1942 per rappresaglia in seguito all’attentato nei confronti di Reynard Heydrich. Su quell’episodio che portò alla fucilazione di tutti gli uomini del villaggio Pavel scrive testualmente: “Noi non potremo mai dimenticare la distruzione di Lidice, ci è rimasta aggrappata al cuore come si aggrappa alla pelle una zecca.” A ciò si aggiungano la delusione provata dinanzi al socialismo reale, alle promesse disattese o, cosa ancora più drammatica, la consapevolezza che l’antisemitismo non era assolutamente scomparso e che gli uomini con ­tinuavano ad essere divisi in ebrei e non-ebrei. “Ammazzano di nuovo gli ebrei. Hanno di nuovo bisogno di incolpare qualcuno.”

Non tutto, a mio avviso, funziona perfettamente e si rivelano scompensi e sproporzioni tra i racconti che fanno parte della silloge, nel senso che la scrittura non mantiene sempre lo stesso ritmo e talvolta si ha l’impressione che venga meno il respiro, ma si tratta probabilmente di una mia scarsa predilezione per il racconto e la sua concisa misura. Rimane invece, come ha messo in evidenza chiaramente Erri De Luca, quella capacità di Pavel di scivolare con estrema facilità verso l’essenziale che è da mettere in relazione probabilmente con la sua attività di giocatore di Hockey su ghiaccio prima e di cronista sportivo dopo. Ed è questa sua specifica abi ­lità non disgiunta da un linguaggio misurato ed ironico – di quella ironia sottile alla Cervantes – che fa di Pavel uno degli scrittori più apprezzati nella Repubblica Ceca. Si pensi, per coglierne le peculiarità stilistiche, alla conclusione del libro con il trasporto di Leo Popper all’ospedale con quel tono leggero, misurato e ironico, diametralmente opposto a quello uti ­lizzato da Verga, in una situazione simile e dall’esito analogo, nei Mala ­voglia, dove si respira, invece, aria da tragedia greca:

La mamma chiamò un’ambulanza. Arrivarono, lo condussero fuori per portarlo all’ospedale. Gli imprecava contro, al cancello si divincolò, aveva dimenticato qualcosa.

Non era tornato per prendere la radiolina a transistor, come fa di solito la gente. Una volta si era fatto dipingere un bel cartello, di cui andava orgoglioso. Adesso lo appese al cancello perché tutti potessero leggerlo. C’era scritto:

TORNO SUBITO

Ma non è tornato mai più.


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