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LETTERATURA – LA NAPOLI MIA E DI GIUSEPPE MONTESANO

30 Luglio 2009

di Carlo Capone

Furore, nichilismo, visione febbricitante e oralità come premio a una fame ancestrale sono tratti dell’animo napoletano. Io questi temi, e non solo, li vedo riassunti nell’opera di Giuseppe Montesano. Un autore che segue con grande passione e di cui a volte – è il caso del finale di ‘Di questa vita menzognera’ (Feltrinelli, 2004), il suo capolavoro in assoluto – mi addolora riscontrare l’assenza di fede in un qualsiasi divenire.
C’è in lui, ma è un personalissimo giudizio, la disperazione di un sud racchiuso in se stesso, come un pugno pronto a colpire, e parimenti volto al disvelamento di una realtà matrigna. Non a caso ‘Di questa vita menzognera’ reca nel titolo (tra i più belli, secondo me, della letteratura italiana) i temi di cui dicevo e in più il germe di una sorda frustrazione. Napoli e il disincanto, del resto, sono i poli tra cui oscillano, rimbalzano, si infrangono i suoi de-scrittori. Un tormento, una sete genetica ravvisabili in alcuni titoli maggiori quali, ‘Ferito a morte’, ‘Il mare non bagna Napoli’ e appunto ‘Di questa vita menzognera’. Per me, napoletano di nascita, è facile riscontrarvi i segni di una lacerazione, e della vanità di una caccia al reale che si diverte e gioca a nascondino.
E qui giungo a un vissuto personale.
In uno dei più bei capitoli di ‘Nel corpo di Napoli’ (Mondadori, 2000) Montesano individua la chiesa del Gesù Nuovo come punto di partenza di un viaggio nel sottosuolo di Napoli. Perché sceglie quel posto? per quale sua ragione essenziale lo ritiene anticamera del vero assoluto ed esoterico, sedimento del rimosso dell’animus napoletano ?
Da ragazzo, studiando dai gesuiti, in quella chiesa ci servivo Messa.
La domenica vestivo una tonaca candida e senatoriale e insieme ad altri chierichetti si usciva dalla sacrestia laterale per disporsi ai bordi della navata centrale, seguendo in processione il sacerdote all’altare. Per me, nell’ascolto di un personale sentire, il Gesù Nuovo è un luogo inviolabile, un santuario di ricordi coperto da un velo. E invece arriva Montesano, e ne fa l’accesso a un budello infernale, ingiuriandone i preziosi marmi del pavimento per opera di una ghenga disperata. Ma non è tutto, il suo genio non conosce soste: su quei marmi io sento scivolare il traino della signora Fulcaniello in carriola, una grassona laida e bulimica, cui il marito, per tacitarne l’insaziabile fame nel corso del viaggio, ha predisposto un biberon di brodo e polpettine. Tutto questo nel mio Gesù Nuovo, e perciò: qual è la vera Napoli, la mia degli affetti o quella di Montesano? La città che via via sbiadisce nella mente o quella offertami dal lui? E che differenza c’è, restando in ambito ricordi, tra la casa dove credo abbia sceneggiato il pranzo del Tolomeo – un’abitazione sguaiata e solare quanto il suo padrone – e il tetro villino liberty di Via Tasso, che da giovani amanti di sera si evitava perché sede, si diceva, di fantasmi in pena? Quale delle due, voglio insomma dire, è più vera, o meglio, meno falsa, in questa vita che non posso non dichiarare menzognera?


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6 Comments

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Luglio 2009 @ 08:37

    Bello, Carlo. Il mio sangue meridionale vede come te la Napoli dei ricordi. Penso a san Prisco, il paese dei miei genitori, a com’era nella mia infanzia, tutto diverso da ora.
    Sono certo che quella che io vidi negli anni ’50 è l’anima che ancora, sebbene sepolta da una modernità fracassona, vive tra quelle case.
    Forse ci vorrà del tempo prima che l’anima del Sud si liberi dal ciarpame che la ricopre, e gli scrittori nati in quelle terre benedette dalla natura dovrebbero accelerarne i tempi, non limtandosi, come sottolinei tu, alla denuncia e al pessimismo, ma segnando una rotta che faccia intravvedere la possibilità di una vita migliore.

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA – LA NAPOLI MIA E DI GIUSEPPE … — 30 Luglio 2009 @ 12:36

    […] Link fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA – LA NAPOLI MIA E DI GIUSEPPE … […]

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 30 Luglio 2009 @ 17:09

    Pochissimi anni fa ho avuto il piacere di visitare, con mia moglie, Napoli (non era il tempo tragico e maledetto dell’immondizia per le strade) ed ho avuto modo di apprezzare le mille e mille meraviglie che annovera questa impareggiabile città, una delle più belle e caratteristiche del nostro paese. E mi domandavo (ancora lo faccio) come in mezzo a tanta bellezza e a tante fortune potesse regnare una malavita, che deprimeva e deprime i più nobili slanci di una terra benedetta e di un popolo eccezionale. Ma ciò nonostante rimane sempre e comunque la napoletanità un inestimabile valore. Un valore che ha prodotto personaggi tra i più straordinari che si possono annoverare nel panorama nazionale (culturale e non) ed ha creato una comunità costituita da tantissime persone quasi geniali, di indiscutibili qualità, di intelligenza pratica, di una invidiabile creatività, di ironia gustosa e dissacrante, di grande forza d’animo, capace di qualsiasi sacrificio… Questa è la Napoli che vale, che sa e saprà ottenere quel riscatto e quel ruolo mirabile e quasi magico che le compete. È vero che molti suoi scrittori ne hanno evidenziato, talvolta anche troppo e colpevolmente, i lati più negativi ed i difetti più marcati, che sono divenuti ingiustamente una certa prerogativa e quasi un senso comune.
    Napoli ha bisogno di essere valorizzata, ha bisogno di lavoro, ha bisogno di spinte positive e di fiducia, onde rendere possibile il realizzarsi di tante e tante notevoli potenzialità che racchiude.
    E nessuno potrà mai scalfire la grandezza umana e artistica di questa immensa città. Come non potrà scalfire la memoria struggente di chi ha vissuto in tale realtà momenti, sensazioni e immagini, che si fanno “sacri”. Neanche il più bravo scrittore!
    Struggente e commovente il presente ricordo, come struggente e commovente è l’amore che traspare per la propria città da questa pagina intensa, forte, sentita ed originale. La vera Napoli è quella che porta nel cuore l’autore, il bravissimo Carlo!
    Chiedo scusa per il mio modo un po’ confuso di procedere nel presente commento (come del resto è avvenuto nel commento di ieri sera sul bellissimo racconto “Giuseppe”), ma sono un po’ febbricitante. Ciò nonostante non potevo esimermi da scrivere le mie, pur non troppo lineari, osservazioni e considerazioni
    Gian Gabriele

  4. Commento by Carlo Capone — 30 Luglio 2009 @ 19:15

    Un saluto e un augurio di pronta guarigione a Gian Gabriele e grazie per le sue, come sempre, lucide osservazioni.
    Per noi che lo guardiamo da lontano il Sud è ormai, e qui mi rifaccio al commento di Bartolomeo, uno stato d’animo, più che un luogo concreto. Sono rientrato da poco, in autostrada ascoltavo il Gr di isoradio. Mi ha colpito la notizia secondo la quale in Italia ci sono 8 milioni di poveri, la gran parte dei quali concentrata nel Mezzogiorno. Basterebbe solo questo dato per far riflettere e domandarci: ha fatto il sistema Italia tutto quanto poteva per favorire lo sviluppo di questa sua parte così ricca di storia, arte e risorse? e ancora: hanno fatto gli italiani del Sud tutto quanto potevano per opporsi al crimine organizzato che li opprime? in questo senso trova giustificazione l’opera di denuncia che ha compiuto la narrativa del 900.

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Luglio 2009 @ 23:55

    Ti auguro anch’io una pronta guarigione, Gian Gabriele, con tanto affetto.

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 31 Luglio 2009 @ 15:26

    Un ringraziamento di cuore a te, Bartolomeo, ed a te, Carlo. Mi sembra già, grazie a Dio, di stare meglio.
    A risentirci presto. Vi abbraccio
    Gian Gabriele

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