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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La prassi

21 Febbraio 2009

di Carlo Capone
[Carlo Capone ha pubblicato il romanzo “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004. Alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia “Da un mondo all’altro”, Baldini Castoldi Dalai, 2006]

Domenico Carrino adagiò la manica sul bracciolo, la lisciò per bene ed esordì:
“Giasi, guardiamoci negli occhi: lei è un esaurito. Lo dico senza offesa, veramente.”
Luca Giasi accavallò le cosce sfiorandogli una suola. E si maledisse. Perché a lui soltanto poteva capitare un superiore senza braccio. Perché solo un coyote poteva tendergli la destra all’atto del saluto. E poi perché Carrino puzzava. Tanfo di virgole, due punti, punto e a capo; di porte foderate di antisuono e di abbaglianti riversi al cielo.
“Ho chiesto di conferire”, calcò gli occhiali, “perché il fatto è grave, dottore”.
“Graaave!”. Carrino rovesciò la nuca enfatizzando il tono. Batté il palmo sul bracciolo. “Sentiamo cos’è accaduto di importante, su. Scoppiato il Vesuvio? È ritornato Maradona? avanti, relazioni. Ma l’avverto: non sono uno psichiatra. Le sue manie le riservi a lui”.
C’era un leggio basso, tra le due poltrone. Recava un incunabolo inciso in oro. Luca ne osservò i caratteri, rimpicciolendo gli occhi. Dovette rinunciare.
“Ha saputo di Pellicano?”, riprese a fil di voce.
“Scusi non sento, parli più forte”.
“Luigi Pellicano, signor Procuratore, nato a Napoli il 20 Maggio del 46 e indiziato di essere il mandante della strage di Pollena Trocchia”.
“Estate 90, se non erro”.
“Esatto”.
Puntò Giasi negli occhi, in attesa. Luca evitò di incrociare, guardò al leggio.
“Allora? dov’è il problema?”, incalzò il Procuratore Generale della Repubblica.
Era un bell’uomo sui sessanta, il viso senza l’ombra della barba e un riporto grigio sulla fronte. Un cerchietto blu ornava il bavero della giacca. Luca fissò il distintivo.
“Insomma, perduta la parola?”, lo invitò Carrino, sbirciandosi sul petto. “Senta, Giasi, ho accolto la sua richiesta per …diciamo per obbligo d’ufficio. Ciò non toglie che abbia molti impegni, e soprattutto una pazienza! me li sta facendo perdere tutti insieme, e per un ladro di polli. Non so seee…”
“Il suo mariuolo, dottore, è sospettato di aver fatto ammazzare sette componenti di un clan rivale, più due adulti e un bambino presenti lì per caso. Tutti insieme”.
Carrino curvò il mento e trafficò al distintivo. Quante volte si era raccomandato con la moglie: spiga in alto, verticale! Se no sembra una lancetta d’orologio, o di una bussola. Quel giorno gliel’aveva sistemata sulle quattro e venti, un disastro.
“E’ dimostrato? abbiamo dei riscontri?”, domandò, provando ad aggiustare. Una parola! stringere il fermaspillo sotto l’asola, estrarvi l’ago del distintivo e regolare il disco sulle dodici esatte. Il tutto con la mano sinistra. “Dica, l’ascolto”, incitò, soffiando un po’ dal naso.
“Pienamente dimostrato non ancora, ma ero sulla buona strada. In carcere ho interrogato certo Maglietta Gioacchino, un affiliato al clan Pellicano: dunque, signor Procuratore, io ritengo facesse parte del gruppo di fuoco di Pollena Trocchia”.
“Ah, ritiene… e quali sono i riscontri?”.
La spiga segnava le tre e un quarto. Disertò l’impresa e rialzò il viso. “Dunque?”
“Il Maglietta, dicevo, è un eroinomane”.
“Salute a noi”.
“Un balordo, costretto dal Pellicano a trasformarsi in assassino. L’avevamo arrestato per spaccio …no, mi correggo, anche peeer…”
“Venga al nocciolo, dio santissimo, tralasci i particolari”.
“Ci arrivo. L’avevamo preso per consumo e spaccio, un anno e cinque mesi col patteggiamento. Tempo fa, in carcere, ha iniziato a dare segni di squilibrio, pigliava il muro a testate”.
“Un pazzo. Peggio, un simulatore”.
“Un pentito, direi. Durante i suoi deliri in infermeria urlava di essere un assassino, un killer di bambini… insomma, dottore, ha ripetuto più volte, davanti a testimoni, che a Pollena quel giorno c’era anche lui. Per questo ho ritenuto di sottoporlo a interrogatorio, tre volte”.
“Tre”, fece Carrino, con le dita.
“Certo, tre solo. Ma sufficienti a Gioacchino Maglietta per confessare tutto”.
“Tutto”.
“Che cioè il mandante era Pellicano, che Maglietta è stato ricattato per bisogno…”
“Bisogno”.
“Per necessità, la droga…”
“Un drogato”.
“Che a un certo punto non ha retto più, non dormiva la notte, vedeva, che so, le facce, il teschio sanguinante del bambino”.
“Delirio, dunque”.
“Sì, ma inerente a fatti documentati”.
“Dalle sue visioni!”
“Perdoni tanto, dottore, mi sta prendendo in giro?”
“Chi, io? andiamo, Giasi, lei è succube di manie! Sottolineavo, è proibito?”. Diede una pacca sul bracciolo, alzò gli occhi a un grande lampadario e sturò uno sbuffo. “Mi ascolti lei, piuttosto”.
“A dire il vero, non ho ancora terminato”.
“No no, faccio io. Se no, come si dice a Napoli, lei mi riparte dalle coglie di Abramo. Risponda alle mie domande, per favore. Dunque, può un tossicomane, un pazzo che agisce i suoi incubi notturni, può a suo giudizio assumere dignità di teste? mi lasci dire, per favore. Non le suggerisce niente che il Maglietta sia sotto metadone? che potrebbe essersi inventato tutto in quanto preda di delirio psicotico?”
“Un pazzo che si chiama in correo?”
“Via Tasso! Giasi, non le dice nulla il delitto di via Tasso? Padre madre figlia e cane sgozzati in casa loro, un distinto signore, commercialista di vaglio, che si incolpa del triplice assassinio – quadruplice, a essere pignoli – e i familiari che si precipitano ad avvisarci che il poveretto soffre di mitomania, al punto di incolparsi di ogni delitto, incluso quello Moro. E quindi: controlli e scuse del Questore, solenne figuraccia sui giornali, immancabili attacchi dei garantisti. No, dico, lei è sicuro di stare a posto?”
“Non discuto, può anche darsi che abbia ragione lei, nel dubbio chiesi al Gip Linares di prolungare i termini di custodia del Pellicano. Per un faccia a faccia, un confronto a due; e sa cosa è successo?”
Carrino mulinò la manica:
“Su, articoli il teorema”.
“Nessun teorema. Linares mi aveva assicurato il prolungamento di quei termini, ai fini di un sereno accertamento dei fatti, e quei termini guarda caso scadevano stamattina”.
“E allora, di che si lagna? le ha garantito”.
“Io non mi lamento, prendo atto. Che il Gip Linares la sua ordinanza l’ha spedita per posta! da oltre un mese, che il suddetto plico a tutt’oggi non mi è ancora pervenuto, e che di conseguenza il Pellicano è stato rilasciato per decadenza di termini. Vengo al suo nocciolo. Per renderla partecipe di quanto segue: primo, atti giudiziari trasmessi via posta da un ufficio all’altro, nell’ambito dello stesso Palazzo di Giustizia, giudichi lei. Secondo, devo presumere che il suddetto plico abbia compiuto il periplo della terra! visto che in quaranta giorni non mi è ancora arrivato. Terzo: da quanto detto, le appaio tanto svitato?”
Toccò a Carrino sovrapporre le cosce. Causa il movimento la manica cadde penzoloni.
“Sinceramente, sì”.
“E perché, di grazia?”
“Perché lei sta accusando uno dei magistrati più retti! perché lei ha costruito il suo castello di sterco su un pazzo, un disguido postale e su inguaribili manie. Le sue”.
Afferrò la manica e la sistemò a dovere. Strinse le palpebre.
“Vede, Giasi, qui se qualcuno ha commesso un reato, questo sono io”.
Luca si limitò a replicare. “In che senso?”
“Per non averla sospeso dal servizio nell’87, quand’ebbe l’esaurimento. Non lo feci, e sa il motivo? Perché lei mi fa sinceramente pena. Errore cruciale. Mai intenerirsi, mai! specie se l’enucleando è un paranoico incallito, uno schizoide che agisce le proprie fantasie, uno scriteriato che attenta all’integrità di un collega, uomo probo, incorrotto, che ha l’unica colpa di aver applicato la legge, le norme dello Stato di diritto. Lo Stato, Giasi, dice niente la parola? O per non conta?”
Le fitte. Luca spalancò le palpebre, accusando due spine al vertice del cranio. Evento inusuale, da sempre si accanivano alle tempie, così da inebetirlo per istanti. Quel giorno, invece che smorzare, accesero le idee. Balzò in piedi.
“Io accuso il giudice Linares, gli imputo di perseguire…”,
“La prassi!”. Carrino lo imitò, avvicinando il naso al suo. “Il dovere, la franchezza, la trasparenza, roba che a lei difetta dalla nascita, unitamente al senso del diritto! Noooh, è inutile che mi guarda con quegli occhietti da gufo, da predatore di norme, complice il buio della mente… Giasi! … le ingiungo di fermarsi, non ho finito”.
Luca ruotò di un semigiro, con cautela.
“Io l’accuso”, riprese Carrino, “ le contesto i reati di calunnia e abuso di ufficio, e le preannuncio che trasmetterò quanto è in mio sapere sia al CSM che al Tribunale di Salerno, per l’apertura del relativo fascicolo a suo carico”.
Accecante il lampadario. Il Procuratore era investito dal suo fiotto. La manica ondeggiava come l’arto di un burattino.
“A sua disposizione”, disse Luca. Ma non ne capì il motivo.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La prassi — 21 Febbraio 2009 @ 06:07

    […] Fonte:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La prassi […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 21 Febbraio 2009 @ 23:06

    Storia dinamica, che strappa, nella sottile ironia, l’impronta di un reale assai inquietante; un reale che rispecchia, tra l’altro, una non infrequente situazione di superficialità e di contaminazione negativa e preoccupante. La fisicità del momento narrativo, ci offre personaggi caratteristici, cresciuti nel sigillo di una notevole capacità introspettiva. Tanto che ben li identifichiamo, non solo sul piano visivo, ma anche e soprattutto nella loro coerenza (o incoerenza) di atteggiamento e di comportamento.
    L’omogeneità dell’insieme ben si incarna nell’intento progettuale e nella sintesi comunicativa, mentre l’originale fervore ispirativo premia il traguardo comunicante.
    Le immagini, che si distendono attraverso dialoghi veri, serrati, asciutti, coerenti alla situazione creata ed ai personaggi stessi, ben assecondano il nucleo coloristico.
    E la scrittura acquista il diritto della forza, della veridicità e, direi, anche della sapienza
    Gian Gabriele Benedetti

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