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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: La punta del cannone

26 Novembre 2007

racconto di Matteo Ongari

La sera in cui gli Inglesi sbagliarono il tiro, Cocaro rimase ferito ad una gamba. Una spessa scheggia metallica rischiò di tranciargli l’arteria femorale. Probabilmente fu lui stesso ad invertire i segnali per il famigerato bombardiere Pippo, rimanendo vittima del suo stesso errore. Si giocò per sempre l’uso della gamba.

Fatalità questa, che rischiò di rovinare l’intero paese di Torricella, compresa la secolare chiesa, costruita fuori dalla golena. Le riserve di munizioni stipate dai partigiani locali, i rossi garibaldini comandati da Arturo Moretti Muretun, nelle porcilaie del fondo Sivine si salvarono per puro miracolo.
La lunga sfilza di fagioli esplosivi, invece, sfiorò solamente quegli strambi e puzzolenti depositi, solcando buche fino al termine della borgata. Per fortuna non stanò nessuno dei malcapitati che, ogni sera, quando sentivano il ronzio cupo e rotondo del grosso aereo si nascondevano sotto terra, in enormi e profonde gallerie scavate a braccia; sarebbero rimasti sepolti in un colpo solo, senz’aria e senza via di fuga: la morte del sorcio.
L’inizio dei bombardamenti serali era sempre la corte Nogarola: da lì, seguendo il fiume, gli Alleati sganciavano esplosivo fin oltre il ponte ferroviario di Borgoforte, già flagellato a dovere. Il vero fulcro della guerra, a Torricella, era comunque la zona delle Modrone.
Là sorgevano infatti le postazioni della contraerea teutonica, più tutti i distaccamenti di comando, i famigerati quartieri generali. L’argine in quel tratto era abitato, in curiose casette di legno, da parecchi artiglieri che presidiavano la zona. L’armata tedesca aveva impiantato un traghetto sul Po proprio in corrispondenza delle Modrone, predisponendo diverse teste di ponte (nove per l’esattezza) ognuna assegnata ai vari corpi del potente esercito del terzo raich. Le massicciate furono erette con sassi e detriti recuperati dalla distruzione di vecchi casolari o abitazioni sventrate da precedenti esplosioni.
Di giorno gli attraversamenti erano altresì radi e casuali; con l’imbrunire si formavano colonne di veicoli e uomini che arrivavano fino all’inizio del paese di Tabellano: per non finire nel mirino dei famigerati Pippo l’uso dei fanali era assolutamente proibito. Gli ufficiali ed i sottufficiali nazisti aspettavano di attraversare il grande fiume chiusi al riparo di auto blindate oppure a bordo di grossi sidecar.
La truppa si arrangiava alla bene e meglio: passare il Po equivaleva, durante la grande ritirata, ad avere quasi salva la pellaccia. Certo, si dirà, mancavano ancora parecchi chilometri per giungere al confine o quantunque alle cime Alpine dove rifugiarsi; in ogni caso la traversata aveva il sapore buono di un pericolo scampato. Altri sbarramenti naturali non ve n’erano escludendo, forse, il guado dell’Adige su per la valle del Brennero: ma quello era un rigagnolo paragonato al grande fiume.
Gli Americani alle calcagna, risalivano l’Italia a spron battuto. I partigiani piantati addosso come spine nel fianco, con le loro imboscate e le azioni di disturbo. Non v’era spazio, ma soprattutto tempo, per ragionamenti tattici.
I tedeschi dovevano darsela a gambe, alla svelta, per non finire stecchiti nell’ormai ex colonia fascista.
Il traghetto era piccolo e stretto, appena sufficiente per l’artiglieria leggera, i vettovagliamenti e, quando la corrente lo permetteva anche i camion.
I soldati che non riuscivano ad accaparrarsi un posto sul barcone, si arrabattavano con mezzi di fortuna. In quel punto, ma quasi dappertutto, la larghezza dell’alveo fluviale sfiorava i due chilometri.
Molti tedeschi usarono assi e porte come scialuppe di salvataggio, cercando di cavalcare la potente forza dell’acqua; non avevano fatto i conti con i vortici, i mulinelli,   e il letto insidioso. Un interminabile scia di gonfi cadaveri in divisa verde riaffiorò, in quel periodo, vicino alla laguna veneta.

I pochissimi temerari che vollero sfidare il Po a nuoto, poi, furono ingannati oltre che dall’inesperienza, da un personaggio divenuto quasi mitologico: la maestra Baratti.
Grande nuotatrice, attirava gli ignari militari crucchi riuscendo a galleggiare solamente a forza di gambe.
Li illudeva che il fondale fosse basso e si potesse guadare l’intero specchio d’acqua senza fatica. Una volta dentro l’acqua si accorgevano, loro malgrado, della trappola: per tanti era inesorabilmente tardi. Bastava la prima voragine, scavata nella sabbia dalle piene precedenti, per vederli risucchiati. La maestra Baratti fu un’insolita, efficace, caparbia militante partigiana.
In paese c’era una vera e propria processione: cortei di zie, zii, bambini, ragazzi, nonni e nonne procedevano verso le Modrone. Sostavano sull’argine maestro contemplando il lavorio dei militari. Un andirivieni sollecito e rumoroso di motori a scoppio, di richiami e di concitazione. Solo il traghetto, silenzioso e scorrevole benché spinto da potenti motori a nafta, lavorava alacre cercando di tacere la fretta.
La barca era priva di sponde, stretta e piatta, col pianale liscio di lamiera. Si spostava tra le varie sedi di partenza e di arrivo in base alle necessità di carico.
Il vero spettacolo, comunque, fu destinato a pochi; soprattutto gioventù locale.
Fecero salire sul misero barcone un carro armato, uno dei tanti che Hoffmann, così si chiamava l’addetto a questo compito, trasferiva dalla sede di Bologna fin oltre il Po. Alto e biondo, corpulento, con le guance paffute solcate da mille capillari rossi che ne risaltavano ancor di più le iridi turchine e la carnagione albina, Hoffmann aveva un carattere affabile; faceva salire i ragazzi, curiosi, ad ammirare l’interno dei Panzer che guidava.
 Quel giorno tirava vento, cosa che non favoriva di certo la traversata. Ad onor del vero l’inizio del trasbordo del massiccio Tank di fabbricazione germanica, partì sotto i migliori auspici, seppur Hoffmann avesse sbagliato l’ingresso sul barcone parcheggiandosi troppo sulla sinistra.
Il mezzo brillava, lucido, al sole purpureo del vespro: il verde scuro della sua torretta centrale, completa del cannone di notevole diametro, si specchiava nella corrente del Po. La barca aveva trovato il giusto equilibrio, almeno così appariva da fuori.

Poi, con uno scarto improvviso, accadde l’irreparabile.
Sotto la forza del fiume, o forse sotto la pressione del vento e del troppo peso disposto malamente, il carro armato si rovesciò. Sissignore. Non il traghetto, che dopo il macabro tuffo del cingolato si rimise orizzontale, ma solo il gigantesco pachiderma metallico. Con una capriola affondò velocemente, sparendo con tutte le sue ruote, il suo obice, le sue aperture laterali munite di mitragliatrici, le sue bombe, ma soprattutto con il povero Hoffmann all’interno, nei gorghi torbidi del fiume.
Quale misera fine per una così inquietante macchina da guerra; quale disonore finire a bagno per l’indistruttibile camaleonte belligerante; l’invincibile carro armato che tanta distruzione e morte aveva seminato ora giaceva sotto almeno dieci metri d’acqua, inerme e perduto, fatto fuori dall’imperizia dei suoi commilitoni. Inutile precisare che del pilota non si ebbe più nessuna notizia.
L’affondamento del cingolato divenne, fonte di attrattiva, di ricordi e di congetture, facendo delle Modrone una delle mete più ambite dai curiosi. Nei periodi di grande secca, alcuni si stropicciano ancora gli occhi, nel tentativo di scorgere la punta del cannone spuntare dalla melma paludosa a cui è ridotto il corso del Po.
Varie storie, veritiere o romanzate, aneddoti, racconti e svariati episodi hanno caratterizzato il pettegolezzo dei Torricellesi ed il loro muoversi attorno a quel lembo di fiume. Si narra che quando ancora l’acqua era pulita, o per lo meno non inquinata da scarichi industriali, i ragazzi avessero come meta estiva il bagno alle Modrone, con relativi tuffi dal famigerato Panzer tedesco. Questo, si afferma, era possibile soltanto nei periodi di magra più esasperati; altri ricordano persone in grado di scendere sott’acqua per ammirare, nella pur lugubre luce marrone filtrante fioca dalla superficie, la carcassa arrugginita del bestione.

Verso la metà dell’Aprile 1945 le strade e gli argini prospicienti il traghetto furono, improvvisamente, ripulite e sistemate con grande cura. Il manto stradale, sterrato, fu abbondantemente riportato con ghiaia e sassi a coprire le immani buche scavate dal passaggio dei mezzi pesanti. Le banchine e le rive della carreggiata subirono una profonda ristrutturazione e furono guarnite con fasci di legna, a delimitare precisamente il percorso esatto. I civili non capivano come mai, proprio in quei frenetici giorni, decisivi per la sorte del conflitto e della repubblica di Salò, si dovesse perdere tempo e risorse in simili adeguamenti.
Poi, però, quasi illuminati, compresero: allorquando videro due lunghe berline nere e lucide arrivare dalla Cisa, provenienti da Roma, si resero conto. Il Duce in persona avrebbe traghettato a Torricella, proprio alle Modrone. I più lesti e i nullafacenti riuscirono a vederlo, Benito da Predappio. Passò impettito e severo, a bordo della prima vettura; si fermò giusto il tempo di salutare, e di farsi ammirare nella sua spaventosa marzialità. Ripartì, assieme alla seconda auto, sollevando una polvere bianca e spessa.
Traghettò verso il profondo nord, per l’ultima volta. La sua corsa disperata alla ricerca di un rifugio si fermò il 28 Aprile 1945 in quel di Giulino di Mezzegra, dove fu giustiziato.


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Bart