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LETTERATURA: La ribellione di Étienne

22 Gennaio 2013

di Maria Antonietta Pinna

Argomento:

Il tema del rapporto tra intellettuali e potere viene svolto sulla base di un episodio significativo ed emblematico dell’Etienne Mayran, romanzo incompiuto di Hippolyte Taine. Il protagonista, dopo la morte del padre, intrappolato nelle maglie di una forza coercitiva, ha il coraggio di ribellarsi autoaffermando la propria esistenza nel mondo, il libero arbitrio, l’autostima e la disciplina interiore come moto naturale e non imposto dal potere. Un canto di libertà raggiante, estatico. La vera cultura evita di amalgamarsi con il super-ego delle convenzioni sociali, scaturisce da disinteressata curiosità. I filosofi del giardino sapevano cosa fosse arte e cultura, liberamente acquisite. Le sovrastrutture scolastiche esercitano micro poteri che logorano spesso la libera creatività intellettuale, la capacità di autodeterminazione del singolo.
La devozione costante alla disciplina condanna la passione all’oblio, rendendo la cultura un oggetto di potere, un’aberrante brutta copia di se stessa.


Titolo: La ribellione di Étienne
di Maria Antonietta Pinna

«Signor Étienne, vostro padre sta molto male… Mettetevi i pantaloni, venite, presto, il prete è già arrivato ». La morte del genitore segna l’ingresso del giovanissimo Mayran in un mondo nuovo, duro, che segnerà l’inizio di una vita da adulto, in un collegio di formazione. Regole precise da osservare, uno scontro inevitabile e crudele con un super-ego allucinatorio. Il ricordo dell’educazione impartita dal genitore senza imposizioni, per il solo piacere d’apprendere, si scontra con i metodi coercitivi del collegio. Il padre di Etienne ricorda per certi versi “i filosofi del giardino” per i quali la cultura era gradevole immersione in un mondo di sapienza, curiosità, passione senza frusta che coincide con l’infanzia di Etienne. La morte del padre crea una frattura, la dolorosa cesura tra passione e imposizione, tra infanzia e maturità.

L’Étienne Mayran di Hippolyte Taine esce postumo per la prima volta sulla Revue des Deux Mondes, in due parti, il 15 marzo e il 1 ° aprile 1909. Un romanzo incompiuto sulla crescita di un intellettuale, un’opera il cui nucleo fondamentale invita alla riflessione sul rapporto tra cultura e potere. L’utilità dell’attività teoretica si carica di valenze destrutturanti. Una ribellione sottile, meditata come sfida all’ingiusto potere costituito, all’aberrante concezione della gabbia. Giovedì, giorno di libera uscita. Il signor Sprengel, ripetitore di storia, chiama Étienne. Si muove come un ragno che invita a casa sua la preda e la blandisce prima di avvilupparla nella ragnatela. La descrizione fisica del pedante aracnide rimanda a sensazioni appiccicaticce, di pesantezza e leggerezza insieme, in un nauseante gioco di efficaci contrasti: il ventre gonfio che va e viene sotto l’impeto di una risata, la fronte madida, il viso in fiamme. Salta con l’agilità di un giovanotto con gli occhi accesi, dando paternamente pacche sulle spalle, propinando spiegazioni degne di un imbonitore di piazza. Affiora la parola ciarlatano, con movimento anticipatorio. Il ripetitore invita lo studente a pranzo al Palais-Royal. A fine anno segnerà l’importo speso sulla lista della spesa di Étienne. Il pranzo, a parte mangiare a sbafo, ha per Sprengel un’utilità strategica: mostrare ad uno degli allievi più promettenti la sottomissione al potere. «Mayran, da oggi in poi non uscirete prima delle undici, per via dei compiti di storia… Amico mio, è per il vostro bene, vogliamo farvi studiare ». Inutile spiegare al ragno che la tela si può tessere anche senza punizioni, che esiste una parola di nome passione: «Vi ringrazio, signore, ma studierei molto meglio di mia volontà ».

«Ragazzo mio, noi sappiamo meglio di voi qual è il vostro bene ».

L’azione coercitiva giustifica se stessa in nome di una assurda teoria del bene. Il micro potere scolastico e repressivo esercitato dal ripetitore ha la stessa dinamica del potere politico che asservisce l’intellettuale sulla base di un fine più alto, di un auspicabile risultato finale. Un atto machiavellico, che attraversa civiltà ed epoche storiche, creando icone, miti intoccabili perfettamente allineati, conformismo ideologico. Una catena di sottomissioni al più forte in cui la cultura si corrompe perdendo il suo valore intrinseco, la forza libera che dovrebbe animarla. Il potere chiude la porta della stia, «mette in gabbia le oche, le ingrassa e ne fa dei pí¢té che sono il vanto della ditta ». Il premio di Storia deve essere assegnato all’oca Mayran. Così è deciso. Si da il caso però che la bestiola non ci stia. È come scossa da un moto convulso e istintivo di ribellione. Non avendo altro mezzo per sfuggire alle tenaglie dell’ingiustizia, nel gran giorno del Concorso, compila il suo compito e anziché consegnarlo lo taglia in quattro e se lo mette in tasca, rinunciando al premio in nome della propria dignità di uomo libero. La libertà implica la rinuncia ad un benessere conquistato con l’asservimento. Oltre la contingenza immediata dell’episodio relativo alla ribellione di Étienne, lo sguardo polemico di Taine si appunta contro il meccanismo istituzionale dei concorsi, vuoto teatrino della selezione, rito circolare, ipnotico trita coscienze, frutto di una mentalità burocratica e omologante. Il genio individuale non viene esaltato ma depresso dalla macchina dello Stato. L’antico sogno della neutralità e naturalità dell’arte, incarnata dalla figura del padre di Étienne, si scontra con la dura realtà. Viene triturata nell’ingranaggio devastante dei gruppi politici. Mayran non rifiuta totalmente il valore delle istituzioni. La sua è una ribellione pacata, modesta, senza esplosioni di collera, frutto di meditazione. A freddo e con civiltà, rinuncia al premio per non essere schiacciato in un disumanizzante meccanismo di alienazione e capire «il sodo singhiozzo delle esequie interiori ».

Taine sottolinea sapientemente il percorso di mutazione del suo personaggio, l’acquisizione di consapevolezza. Nei lunghi silenzi della vita solitaria Étienne ha la possibilità di pensare, attratto dalla catena meravigliosa dei dialoghi platonici e socratici, si imbeveva nel ragionamento, come in una dimostrazione geometrica, creando connessioni, ordinando idee originali, vivendo a tu per tu con pensieri vivi. Naturalmente la nuova visione della cultura muterà i rapporti con gli altri. Così se Étienne Mayran è lo stesso Taine, la storia della sua personale formazione culturale, esistono due Taine, il solipsista che pensa in autonomia e quello istituzionale. Il secondo viene discusso e criticato anche in Graindorge: «il concorso è il passaggio obbligato per intraprendere qualunque carriera, nell’esercito, nella marina, nell’insegnamento, nell’amministrazione demaniale, nell’università, nei ministeri, nei diversi settori dell’industria privata e pubblica; è uno sbarramento non doppio, triplo, quadruplo, anzi ripetuto all’infinito, continuo, che si perpetua nel sistema delle classifiche, dei punteggi e delle promozioni, in tutte le grandi scuole di Stato, nell’amministrazione pubblica, come pure nell’esercito ». Burocrazia corruttibile, imperfetta, “macchina vuota”, talvolta perfino “nociva”. Il Concorso Generale descritto nell’Étienne è un mostro, un loop rituale e alienante. I vincitori dei concorsi si adagiano all’ombra della loro stessa vittoria e non sono stimolati a produrre, a creare preferendo ad ulteriori approfondimenti la vita comoda del posto fisso.

Taine è un liberale che invide la burocrazia. Come dargli torto? Il sistema concorsuale attuale è addirittura degenerato nel marciume, con risultati non sempre limpidi. Il risultato si riflette inevitabilmente a livello sociale con incompetenze diffuse in tutti i settori, con persone catapultate in posti di lavoro per i quali spesso non possiedono la preparazione sufficiente, creando danni incalcolabili a breve e lungo termine. Il sistema dei partiti poi alimenta fermenti parassitari sparpagliati ovunque, nelle banche, nelle università, nelle scuole, nelle aziende, nei ministeri. Parassiti dal ventre gonfio che mangiano senza produrre ricchezza o cultura, piaga della società contemporanea in un intrico di politica e raccomandazioni. Chi piega il capo alle logiche di potere spesso occupa posti di rilievo, immeritatamente. Una società ferita, piagata dalla corruzione burocratica, mondo in cui l’intelligenza e la creatività non sempre vengono premiate. Un universo delirante in cui spesso, il creativo autentico, che si ostina a non soggiacere al peso del potere costituito, volendo mantenere la sua integrità di libero pensatore, di indagatore, di poeta e scrittore, si trova isolato, in una dinamica che non di rado lo conduce sull’orlo della povertà. La logica concorsuale dei test a crocette depaupera il moto creativo, disumanizza in rigidi cristallizzati schemi in cui non tutte le intelligenze riescono ad inserirsi. Test che appiattiscono la personalità, la riducono all’ovvietà di sapere o non sapere, senza possibilità di replica, di argomentazione, di dialogo o analisi. Un non-sense che forse può conciliarsi con l’aridità di certi contenuti matematici ma non con la pienezza della cultura filosofica, letteraria e poetica oggi enormemente sottovalutata in nome del tecnicismo. La poesia è libertà, capacità di superare schemi, di andare oltre il conosciuto alla ricerca di un mistero che non potrà mai essere racchiuso dentro l’angusta casella barrabile di un test a crocette, valido per una società di alienati, per pecore belanti che si mettono in fila per acquistare l’iPhone 5, trascurando oceani di ricchezza poetica. Oche da batteria.


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Bart