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LETTERATURA: La salsa harissa

9 Dicembre 2010

di Lorenzo Spurio

Un giorno al supermercato, invece di comprare della passata di pomodoro, comprai, senza saperlo, della salsa harissa.   Nella città dove vivo c’è un gran numero di extracomunitari e negli ultimi anni anche i supermercati hanno assorbito le loro preferenze alimentari, sicché hanno cominciato a vendere alcuni dei loro prodotti. Non penso che sia una cosa negativa. Finché i prodotti italiani continueranno ad esistere a fianco di quelli cinesi, arabi o giapponesi, per me non fa nessun problema. Il fatto è che quel giorno andavo di fretta e non feci molta attenzione nello scegliere la passata di pomodoro.

Avevo lavorato tutta la mattinata ininterrottamente, senza mai prendermi una pausa perché il mio collega si era dato improvvisamente per malato e avevo dovuto portare avanti anche il suo lavoro. Non era la prima volta che succedeva ma, non riuscendo mai a dire di no a nessuno, gli avevo detto che non c’erano problemi. Avevo saltato il pranzo e, indaffarato dal lavoro o semplicemente dalla preoccupazione del lavoro, avevo dimenticato di chiamare mia madre, come facevo tutti i giorni.

La mamma vive da sola in un appartamento di cinquanta metri quadri all’interno di una palazzina vicino al parco. Non è molto anziana ma vive da sola, da quando mio padre, avido donnaiolo, l’ha lasciata per i suoi capricci. È più di dieci anni che non sappiamo niente di lui ma non ce ne importa. Sappiamo che è il tipo spaccone sempre in grado di far colpo o di far successo. È abile e furbo, a volte credo abbia utilizzato anche dei metodi non legali per far si che i suoi affari monetari andassero bene. Più che essere mio padre per me è sempre stato uno sconosciuto, anche durante la mia infanzia.   Era spesso assente o, quando era presente, portava sempre in casa delle persone sconosciute vestite in maniera molto elegante che mi si avvicinavano e, a ragione della mia giovane età, mi trattavano come un cretino.   Quelle persone si fermavano a casa a parlare con mio padre per ore, fino a notte tarda mentre la mamma se ne andava a letto. Cominciai a capire che c’era qualcosa che non andava in lui quando prese a portare a casa anche delle donne. Erano visibilmente più giovani di lui e, sebbene non capii mai chi fossero e che cosa venissero a fare, intuivo che c’era qualcosa di distorto. Sapevo che in una famiglia normale padre e madre cenavano, parlavano e andavano a dormire insieme e che non c’erano altre figure in mezzo. Credo che la mamma proprio in quel periodo decise di sbatterlo fuori casa. Lui non ci rimase male e accettò la sua decisione compostamente, con dignità, con onore delle armi. Era un uomo orgoglioso e fiero ma si rifiutava di dominare sulla mamma. Forse semplicemente perché lei sarebbe passata alle vie legali.

Tutte le mattine dal mio ufficio, quando faccio una pausa, telefono alla mamma per chiederle come sta. Alcuni mesi fa si è operata ed è stata costretta a letto per diverse settimane tanto che ho reputato necessario la permanenza notte e giorno di una badante ma ora che si è rimessa e la badante se ne è andata, è più giù del solito. Appena termino il lavoro in ufficio nel pomeriggio vado subito a trovarla e mi fermo da lei un’oretta. A volte mi fermo anche a cena e in quei momenti vedo che è realmente contenta.

Più volte le ho detto che lei non può più vivere da sola e le ho chiesto di venire a vivere con me non perché non sia autosufficiente ma semplicemente perché non deve stare sempre in solitudine e intristirsi. Ogni volta mi risponde che non intende venire a vivere con la sua consuocera e che è lei mia madre.

La storia sembrerà assurda ma vivo assieme a mia suocera. Il fatto è che mia moglie, cioè sua figlia, non vive più con me. Quando alcuni anni fa ha scoperto che non potevamo avere un figlio perché aveva dei problemi è irrimediabilmente caduta in depressione. Ha cominciato a imbottirsi di farmaci, ha perso il lavoro, si è indebolita giorno dopo giorno. A quei tempi vivevamo tutti e tre assieme: io, lei e sua madre.

Il suo stato di ansia e di sofferenza, il fatto di sapere di non aver mai potuto avere un figlio in vita sua, la portò a frequentare un suo vecchio amico con il quale prese ad uscire. All’inizio non ero molto contento della loro frequentazione ma considerando il miglioramento d’umore, sua madre mi disse di non metterle dei limiti e di continuare a farle fare ciò che la rendeva felice. Lo feci per un periodo. Continuavamo ad essere marito e moglie dentro casa. Quando scoprii che in giro si diffusero le voci che ero un gran cornuto perché lei era stata vista in situazioni d’intimità con il suo amico, non fui più disposto a tollerare questa sua terapia antidepressiva e, offeso nell’onore, la sbattei fuori casa. Un po’ come aveva fatto la mamma con il babbo. Anche in questo caso lei non obiettò sulla mia decisione e non la vidi più. Probabilmente se ne andò a vivere con quello in un’altra città.   Sua madre, profondamente cattolica e macchiata dalle voci e dalle dicerie della gente della città sulla cattiva fama della figlia, decise di disconoscerla.

Sebbene mia suocera non mi sia mai stata particolarmente simpatica, da quel giorno fui costretto a continuare a vivere con lei. Non potevo sbatterla fuori casa per vari motivi. Prima di tutto era anziana e in secondo luogo quella era sempre stata casa sua, ben prima che io e mia moglie andassimo a vivere lì. Era fuor di dubbio che la cacciassi di casa. Lentamente presi a considerarla sotto una nuova luce e ad affezionarmi a lei. Ora andiamo d’accordo. In casa abbiamo ognuno i nostri spazi e non ci diamo fastidio. Mangiamo insieme e parliamo. Credo di non esagerare nel dire che la considero una seconda madre.

Quando dico a mia madre di venire a vivere da noi lei mi ripete che non vuole dividere casa con un’estranea e mi chiede di andare io a vivere con lei. Le dico che non posso: mia suocera, a differenza di lei, è sempre vissuta in compagnia di qualcuno e non sopporta l’idea di vivere da sola, è paurosa e fragile. Lei invece è una donna temprata dalla vita passata, dai tradimenti e dalle mancanze di mio padre.

Non è che continuando a vivere con mia suocera e rifiutando di andare a vivere con mia madre faccia una scelta. Non è che prediliga stare con una delle due. Semplicemente mi attengo al corso degli eventi.   Solamente nelle occasioni di festa come a Natale o a Pasqua forzo la mamma a venire a pranzo da noi perché non voglio che rimanga sola. Mia suocera le è sempre cordiale e gentile ma la mamma, forse perché è poco più anziana di lei e conosce meglio il mondo, le è fredda e restia, sia nelle parole che negli atteggiamenti.

Quel giorno di grande lavoro, una volta tornato a casa, lasciai la spesa in cucina e mia suocera si occupò di sistemarla nella dispensa e nel frigo. Quella sera stessa mi preparò della pasta con un sugo di carne ma, essendo vegetariana, evitò di assaggiarlo, come faceva sempre. Quel sugo era molto profumato e mandava un aroma intenso che non avevo mai sentito. Un odore dolciastro che faceva venire in mente una di quelle erbe aromatiche di montagna come il mentastro.

Presi a magiare la pasta. Scottava molto e per un attimo, affamato com’ero, mi bruciai la lingua. Ingoiai e presi buone quantità di penne inforchettandole per bene, come se infilassi uno spiedino e le mangiai mentre mia suocera sorseggiava un brodo vegetale. Ripetei l’operazione per un’altra volta proprio mentre cominciai a sentire che la fronte si bagnava di sudore e poi, immediatamente, provai un grande calore in bocca che prima riguardò la lingua e soprattutto le sue porzioni laterali e in breve tutta la cavità orale. Era una piccantezza inaudita e crescente che non avevo mai sperimentato. Presi a bere vari bicchieri d’acqua di seguito ma questo non servì a placare le fiamme che stavano impossessandosi di lingua, labbra, palato, gengive e trachea.   Quel sugo avrà avuto un grado di piccantezza non inferiore a 7.000.000 sulla scala Scoville.

Mia suocera continuava a sorseggiare il brodo nel quale aveva immerso dei piccoli pezzettini di pane raffermo che ora galleggiavano mollemente come se si trattassero di barchette precarie su di un mare tumultuoso. Non doveva aver osservato la frenesia dei miei movimenti dovuta all’eccessiva piccantezza di quel sugo che aveva preparato. Le chiesi, evitando di utilizzare improperi, che cosa ci avesse messo e se in quel modo voleva farmi fuori. Si mise a ridere pensando che le avessi giocato uno scherzo, rispondendomi che era il solito sugo. Le dissi che non era per niente il sugo che faceva solitamente, che era tremendamente piccante e che stavo veramente per sentirmi male. Quando capì dall’acceso colorito del mio viso e dal mio ossessivo bere acqua che c’era qualcosa che non andava, si alzò dalla sedia e andò ad aprire il buzzo della spazzatura dal quale la vidi estrarre il barattolo di conserva che avevo comprato. Lo guardò un attimo, cercando di leggere qualcosa e poi scoppiò di nuovo a ridere. A quel punto mi disse che non era un sugo normale ma che avevo comprato una salsa molto piccante di quelle che utilizzano gli arabi. Harissa, mi disse che si chiamava, mentre continuava a ridere. Mi alzai e svuotai la pasta del mio piatto direttamente nel buzzo. Il sugo denso e vermiglio della pasta andò a lambire il barattolo di latta dove poc’anzi il sugo stesso era conservato. <<Harissa>>dissi. <<Ma come cavolo mangiano questi qui?>>.

Quella stessa notte mi venne difficile dormire e, quando ci riuscii, presi a fare degli strani incubi. Non riguardavano arabi, pastasciutta o sughi piccanti. Nei vari stralci di sogno che facevo c’erano ora mia madre, ora mia suocera. Non mi parlavano ma mi facevano dei cenni con il volto che non riuscivo a capire. Entrambe non erano contente e sembravano voler annunciarmi qualcosa di grave. Mia madre mi guardava minacciosamente come per volersi vendicare di qualcosa che avevo fatto e che la faceva star male. Doveva essere il fatto che continuavo a vivere con mia suocera.

In un lampo sbiadito di sogno, mia suocera mi guardava in maniera triste e malinconica come se stesse iniziando a piangere per qualcosa che non sapevo di aver fatto. Probabilmente per il fatto che avevo deciso di andare a vivere da mia madre e dunque di lasciarla sola. Poi seguirono ancora i loro volti alternativamente, senza mai incontrarsi. Non riuscivo a capire che cosa volevano dirmi.

La mattina successiva telefonai al mio collega e per una volta gli chiesi se avrebbe potuto sobbarcarsi lui anche del mio lavoro perché quel giorno non mi sarei recato in ufficio. Andai in un’agenzia immobiliare e chiesi che mi dicessero le loro offerte per un appartamento in città. C’erano varie possibilità. Alcuni appartamenti erano molto grandi e arredati secondo uno stile un po’ antiquato, altri erano leggermente più piccoli ma facevano parte di un condominio. La signorina dell’agenzia mi mostrò anche le foto dei vari vani delle case e dopo circa mezz’ora rimasi attratto da una casa nel cui salone c’era un grande caminetto delimitato in basso da una pietra bianca disposta in maniera spiovente da formare una dentellatura. Le dissi che avrei voluto vedere quella casa quando sarebbe stato possibile. Probabilmente mi vide particolarmente interessato all’affare che decise di chiudere momentaneamente l’agenzia per accompagnarmi in quella casa. Diedi un’occhiata alle varie stanze della casa e alla fine decisi di acquistarla. Avrei vissuto lì da solo per il resto della mia vita. Cosi facendo non avrei offeso mia madre ne avrei compiaciuto mia suocera. Dall’ampio vetro della sala, proprio al lato opposto del caminetto, data l’altezza del mio appartamento, potevo scorgere entrambe le case: quella di mia madre e quella di mia suocera. La mia si trovava esattamente a metà fra le due. Da lì le avrei controllate entrambe.

lorenzo.spurio@alice.it
www.lorenzospurio.blogspot.com


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: La salsa harissa — 9 Dicembre 2010 @ 11:48

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