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LETTERATURA: La storia di Libano

14 Maggio 2013

di Mario Camaiani

Nel lontano 1980 ebbi la fortuna di conoscere e di fare amicizia con un uomo eccezionale per l’amore verso la famiglia, amore spinto fino ai limiti dell’eroismo, del sacrificio totale di sé, a favore dei suoi cari. Quest’uomo, Libano Ghermati, classe 1923, fin da ragazzo s’impegnò sia nell’aiutare il babbo nei lavori agricoli, sia nello studio che però, pur avendo un ottimo profitto, non andò oltre la licenza elementare, perché la modesta economia della famiglia non consentiva le spese necessarie per fargli proseguire gli studi. Poi, appena quindicenne, trovò lavoro alla “Metallurgica” di Fornaci di Barga, in lucchesia; e lì conobbe una sua coetanea, Letizia: fra i due giovani sbocciò un tenero ma tenace amore per cui, non appena terminata la guerra, si unirono in matrimonio. L’anno dopo la coppia venne allietata dalla nascita di una bambina, Luana. Intanto Letizia si era ritirata dal lavoro alla fabbrica, per meglio accudire alla famiglia, ai lavori nell’orto ed agli animali da allevamento, che possedevano. Ecco: quel periodo fu per loro il più bello, il più felice: giovani e forti si godevano la vita, fra lavoro e distrazioni, semplicemente, serenamente; poi, qualche anno dopo Letizia si ritrovò nuovamente in stato interessante, ed i nostri si chiedevano, con amore: “Che sia maschio, questa volta? La femmina c’è già; comunque ben ne venga pure un’altra!”.

Si era nel 1953, ed il parto, come generalmente usava a quel tempo, avvenne in casa e tutto si svolse nel più corretto dei modi. Si trattava di un bel bambino e Libano, felicissimo, valente cacciatore, uscì di casa con il fucile, sparando colpi in aria per festeggiare il lieto evento… Ma ecco che la levatrice lo raggiunse poco dopo dicendogli di chiamare subito il dottore, perché il nascituro non sembrava sano; e purtroppo il responso del medico confermò quanto la levatrice aveva constatato: il bimbo, Silvano, era nato con una grave malformazione alla spina dorsale, destinato a mai poter camminare! Ed ecco l’inizio di tanti e tanti anni di calvario, da un dottore all’altro, da un ospedale all’altro, fino a Firenze e persino a Bologna dal famoso prof. Scaglietti, in alternarsi di speranze e delusioni… Ed i genitori e la sorella cercavano di rendere felice la vita di Silvano, colmandolo di ogni attenzione, e spesso Libano conduceva i suoi cari in “cinquecento”, con l’intenzione preminente di svagare il bambino. Frattanto Luana si era fidanzata con un giovane di Bagni di Lucca, Dino, che emigrò per lavoro a Chicago e, non appena egli trovò una occupazione ed ebbe messo da parte qualche soldo, i due si sposarono (1963); e così Luana si trasferì definitivamente negli Stati Uniti. Perciò il nostro Libano e sua moglie si dedicarono completamente al loro figlio che crescendo dimostrava una grande intelligenza ed infatti, stando a casa, frequentò le cinque classi della scuola primaria, conseguendo brillantemente la licenza elementare, davanti alla commissione che lo esaminò nella sua abitazione. Passò ancora qualche anno ed ecco, nel 1971, un’altra tremenda mazzata sulla famiglia: Letizia, per un forte attacco di ipertensione, rimase paralizzata: pure lei inferma, ancor giovane (a neanche cinquant’anni di età!). Libano allora, con sofferta, ragionevole decisione, lasciò il lavoro alla “metallurgica” (senza pensione!), onde dedicarsi interamente ai due congiunti infermi e per vivere organizzò, nell’ampia cucina, costruzioni di presepi facendo lavorare, come potevano, anche la moglie ed il figlio! Ecco, si era nel 1980, ed in quel tempo ebbi modo di conoscere Libano e cominciai a frequentare questa meravigliosa famiglia dove, pur così colpita, dominava un clima di tranquillità, di serenità, persino di gioia! Tutti e tre infatti avevano una grande fede ed un immenso amore per la vita e fra di loro. Quella casa, situata in località ‘Giannini’, in quel di Filecchio, nel comune di Barga, era un cenacolo: tutti i giorni c’era sempre qualche persona che andava a visitarli, si giocava a “briscola” (Silvano era un buon giocatore), si seguiva la televisione, si parlava di sport…Inoltre Libano scriveva poesie; ed anche il figlio ne componeva e faceva raccolta di francobolli, di monete, di cartoline (gliene mandavano sia dall’Italia che dall’estero), leggeva e si occupava di storia e di cultura in genere. E disegnava e dipingeva; ed a proposito di quest’ultima prerogativa citerò un esempio che denota inequivocabilmente quanto il ragazzo fosse buono d’animo.

Ebbene, Silvano era un appassionato del gioco del calcio, tifosissimo della ‘Fiorentina’, tant’è che fu insignito del titolo di presidente onorario del viola club “Val di Serchio gigliata”, con sede a Fornaci di Barga; ed addirittura, alla sua morte, fu deposto nel feretro indossando la maglia di detta squadra. Ma era anche sportivissimo, perché, quando seppe che io ‘tenevo’ la ‘Juventus’, dipinse un piatto con lo stemma di questa squadra e me lo regalò: questo cimelio lo tengo esposto su una parete, in casa mia, sia per ricordo di Silvano, sia per impartire ad eventuali altri una siffatta lezione di sportività! E in quella casa molto si pregava ed ogni tanto il parroco, don Giuseppe Napolitano (attualmente parroco di Querceta, in Versilia), celebrava la Santa Messa nella cucina dei Ghermati che si riempiva di tante persone, sia del luogo che di fuori. Ed era edificante e bello quando ognuno poteva dire delle particolari intenzioni a favore di altri, per la Chiesa, per il mondo; e particolarmente commovente era quando Silvano ‘inventava’ qualche invocazione per i bisogni altrui. Ecco, andando in quella casa, non si andava a consolare, a dare qualcosa; ma piuttosto a ricevere: ricevere lezioni di vita, di amore, a farci ridimensionare le nostre meschine preoccupazioni e difficoltà…Ecco Letizia che chiama: “Libano!”, e Silvano che chiama: “babbo!”, giorno e notte, e lui sempre pronto a curarli, ad accudirli: la mattina alza dal letto e mette in poltrona Letizia ed in carrozzella Silvano, serve loro la colazione e poi via di corsa in “500” a far la spesa a Fornaci; indi appronta il pranzo che consuma assieme a loro. Dopo le faccende ed un breve riposo, si appresta a ricevere le quotidiane “visite” degli amici…Così il nostro personaggio raggiunge l’età della pensione per cui i lavori dei “presepi” cessano ma egli, dopo tanti sacrifici e sofferenze, è logorato nel suo pur robusto fisico; ma sempre con il suo fiero carattere reagisce con estrema volontà, sempre più preso nell’assistenza dei suoi cari. Il comune (di Barga), concede a questa famiglia un’assistenza domiciliare di qualche ora, a giorni alterni; poi la figlia, Luana, giunge da Chicago, insieme al marito, si trattiene per un mesetto; ed in questa circostanza viene deciso di assumere una “domestica”, a mezza giornata. In seguito Letizia si aggrava e nel 1986 le viene amputata una gamba; eppure, parafrasando il nome della donna, la letizia in quella casa non cala! Un giorno Libano mi confidò che nelle preghiere chiede la grazia di sopravvivere ai suoi due cari, perché altrimenti, venendo a mancare prima lui, per Letizia e Silvano sarebbe una rapida, tristissima, fine. Infine, nel 1991, Letizia muore e babbo e figlio restano soli; ma la vita continua come prima, e Libano scrive struggenti poesie ricordando la consorte scomparsa. La domestica si sposa e si trasferisce altrove, ed il suo posto lo prende una ancor giovane signora, Donatella, che si rivelerà una preziosa ed amorosa collaboratrice di detta sfortunata famiglia. Un pomeriggio, dopo aver giocato, conversato e fatto merenda (Libano, per gli amici e per la gioia del figlio, faceva ed offriva anche dei dolci), mi pregò di trattenermi ancora e, quando gli altri furono usciti, mi si rivolse: “Mario, se te la senti vorrei che tu assistessi a come accudisco Silvano, fino a metterlo a letto, ché se mi accadesse qualcosa di male potresti aiutare Donatella a fare questo lavoro; ed anche Tonino, il barbiere ha detto che è disponibile per questo servizio…”. “Certamente – lo interruppi -, in caso di bisogno puoi contare su di me”. Libano allora, dopo uno sguardo di ringraziamento, si mise una cappa bianca, spogliò il figlio, lo lavò, gli curò le piaghe prodotte dall’infermità, poi, dopo avermi spiegato come fare per i bisogni personali, lo rivestì e gli applicò una apposita imbragatura; indi, agganciatolo alla catena del paranco lo sollevò e lo calò sistemandolo sul suo lettino, mentre mi diceva: “Ci vuole molta attenzione nell’uso di questo paranco perché, come già sai, tempo fa il ragazzo, in aria, mi oscillò troppo, andando a sbattere, sia pur lievemente, contro l’armadio, il che gli procurò un ematoma, che ancora non è guarito del tutto, e questo perché i suoi tessuti sono delicatissimi”. E qui Libano proruppe: “Ma perché, Signore, mi provi così tanto? Sono allo stremo…” E mi guardava. Io gli dissi: “La tua, Libano non è né un’ imprecazione, né una disperazione…E’ un grido di accorata invocazione!”. “Sì – riprese -, grazie, Mario, è proprio così: mio figlio, pur tribolato è puro di cuore e buono di animo e nella sua vita spirituale vive sereno; molto peggio sarebbe se, pur sano fosse un delinquente, un drogato, un assassino, interiormente tormentato, come tanti ci sono”. Silvano, infermo, dopo anni ed anni di carrozzella, era diventato molto grosso, addirittura deformato, con problemi di digestione, di evacuazione, per cui le sue condizioni generali peggiorarono rapidamente, finché un brutto giorno si sentì molto male, ed il medico, accorso, ne consigliò il ricovero in ospedale. Quel giorno, e si era nel 1996, mi ero recato a fargli visita, c’era pure il barbiere e, naturalmente, Donatella: ebbene, Silvano, nell’attesa dell’autoambulanza, propose di fare una partita a carte, e sollecitò il padre che ci servisse qualcosa, come normalmente era di consueto…

Ma non ci fu tempo, perché giunse l’auto sanitaria e fu ricoverato nell’ospedale di Barga. Era però agli estremi, tanto che la mattina dopo, all’età di 43 anni, fra il dolore straziante del padre, serenamente spirò. Qualche tempo dopo, dall’America giunsero la figlia, il genero, ed un paio di nipoti, che lo convinsero a recarsi a Chicago, cosa questa che prima era assolutamente impossibilitato a compiere. La ‘vacanza’ fece bene al nostro uomo, che ritornò rasserenato e contento di essere stato dalla figlia e dalla sua famiglia, rifiutando però l’invito di Luana di restare a Chicago: “La mia vita si è svolta tutta nella mia terra, ed è in questa che voglio terminarla, a casa mia, con i miei ricordi, vicino a Letizia ed a Silvano, dove posso recarmi alle loro tombe, appresso alle quali c’è pure la mia, che mi attende!”, diceva. Rimasto solo, piano piano calava il numero e la frequenza degli amici che si recavano in quella straordinaria casa: alcuni deceduti, altri impossibilitati; ma fra quelli che continuavano le ‘visite’ voglio citare gli amici Santa e suo marito Marco il quale, nel frattempo divenuto Diacono, gli portava l’Eucaristia, oltre che invitarlo a casa sua, specie di domenica, preso e riportato alla di lui abitazione. E Donatella, che non solo svolgeva il lavoro domestico, ma anche lo trasportava in macchina qua e la (talvolta anche a casa mia), facendolo svagare. Spesso Libano mi parlava della sua vita, fin da quando era piccolo: una vita onesta, dedita al lavoro ed alla famiglia, ma alcune volte mi parlava di cose un po’ strane. “Sai – mi diceva -, di notte mi capita di sentirmi chiamare da Letizia: ‘Libano!’ , e da Silvano: ‘Babbo!’ , ed io a rispondere: ‘Eccomi’ e precipitarmi giù dal letto, ma non trovare nessuno, né in poltrona, né nel lettino!”. “Certamente stavi sognando – gli rispondevo -, od eri in dormiveglia…”. “Mah – faceva lui -, sarà; a me però, per questi casi, tante volte sembra di essere stato del tutto sveglio!”. E mentre parlava di queste cose mi rendevo conto che forse quest’uomo, pur vivo in questo mondo, già faceva capolino nell’altro. Con il passare degli anni, aumentavano gli acciacchi al nostro eroe, che sempre più frequentemente cadeva per terra, causandosi contusioni ed escoriazioni: ormai era ultraottantenne e perciò la figlia tornò in Italia e sistemò il padre in una casa di riposo, a Barga, definitivamente. Libano accettò con spirito cristiano questa ultima soluzione che lo privava della “sua” abitazione, anche se talvolta aveva moti di reazione, o di abbattimento, alla non bella sorte di un così triste tramonto. Ciò è umano: nessuno può essere santo fino alla perfezione! Ogni tanto lo andavo a trovare, e lui, fra l’altro, mi leggeva poesie che aveva li composto, più impregnate che mai di ricordi, di amore. In occasione di quello che doveva essere il suo ultimo compleanno, il 28 ottobre 2011, gli andai a fare gli auguri, insieme ad altri tre amici: con noi portammo strumenti musicali e gli improvvisammo un ‘concertino’ che fece piacere a tutti gli altri ospiti della struttura e del personale; e lui, felicissimo ed onorato per la cosa, sembrò ringiovanito, di forze e di mente! Fu l’ultima volta che lo vidi: qualche mese dopo, nel 2012, venne a mancare, e finalmente si riunì con i suoi cari. Questa splendida figura di Uomo, vissuta nell’ombra del suo eroismo, esclusa da ufficiali encomi, ma animata dalla Fede, che l’immenso dolore della sua casa mai lo ha piegato e, sempre, si è trasformato in gioia, è altamente meritevole di essere onorata e ricordata.


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1 commento

  1. Commento by Mario Camaiani — 15 Maggio 2013 @ 23:28

    Trascrivo questo bellissimo e lusinghiero commento al mio lavoro giuntomi da parte dell’amico Gian Gabriele Benedetti, al quale rivolgo tanti ringraziamenti e saluti.

    Mario.

    In un’epoca di caduta di valori, in cui la solidarietà si fa rara, l’amore pare essere offuscato, la fede latitante, l’indifferenza e il disimpegno ampiamente diffusi e la famiglia sconvolta da una crisi pressoché disastrosa di identità (con grave danno per i figli e la società stessa), storie come questa assumono un gran rilievo esemplificativo ed una forte ed eccezionale spinta verso implicazioni umane e solidali di grande caratura valoriale.

                          Nella intensa e ricca narrazione emerge nitida la figura di un uomo che non temo di definire eroe, di un uomo che ha offerto tutto se stesso in situazioni tali da scoraggiare completamente chiunque. Non solo: questa nobile figura, che ho avuto modo di conoscere e frequentare anch’io, ricavandone intimi benefici, non ha mai abbandonato  la sua grande fede in Dio, pur nei momenti di naturale disperazione. Nell’incontro col dolore, a più riprese, le mani, la mente, il cuore del personaggio si sono rivolti agli affetti, alla terra, alla sofferenza per elevarsi al cielo. E tutto ciò fino quasi ad annullare la propria personale esistenza. E qui, però, va sottolineato, c’è veramente il coraggio di vivere, quello vero, quello essenziale, quello più sostanzioso, quello più significativo e più ricco: quello che accompagna la profondità delle ragioni primarie dell’essere pervaso dall’amoroso dovere familiare, umano, sempre involto nella viva speranza di un “altrove”, ampiamente meritato.

                          Grazie a Mario per aver voluto ricordare questa figura di uomo, umile ma straordinaria. Che sia di esempio e di stimolo per tutti.

                                                                                                Gian Gabriele Benedetti”

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