Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: “La Tana degli Alberibelli” di Marino Magliani

12 Agosto 2009

di Francesco Improta

Versione non riveduta e corretta ma ampliata e approfondita della recensione pubblicata il 30 Marzo 2009

L’itinerario verso il romanzo, nell’accezione più vera e comprensiva del termine, che Magliani aveva iniziato timi ­damente nel 2003 con L’estate dopo Marengo e aveva con ­tinuato in maniera più decisa e consapevole con Quattro giorni per non morire e soprattutto con Quella notte a Dolcedo sembra giunto a conclusione, nel senso che La tana degli alberibelli per struttura, spessore, misura e den ­sità è, a mio avviso, il suo romanzo più completo e definito. Inoltre l’acquisita consapevolezza e maturità di scrittore lo porta a rivisitare temi, motivi, stilemi e suggestioni che in precedenza aveva soltanto accostato e a usarli come ele ­menti di un sistema o tracce di un complessivo progetto ideologico e artistico, il che è la conferma indiscutibile della sua autorialità.
La vicenda si svolge in un breve lasso di tempo, poco più di un mese dal 19 febbraio al 27 marzo del 2008 in quella parte della Liguria di Ponente che va da Savona fino al confine, anche se l’azione è concentrata in alcuni paesi dell’entroterra, i cui nomi o sono partoriti dalla fantasia di Marino o sono presi in prestito da altre opere letterarie. Qui viene mandato Jan Martin Van der Linden per indagare su dei fondi della Comunità Europea, dirottati per la costru ­zione di un porto turistico che si annuncia come il più grande del Mediterraneo. Evidente uno degli intenti del romanzo: denunciare tutta una rete di intrallazzi e di illecite manovre finanziarie che vedono coinvolti faccendieri, imprenditori e uomini politici. La copertura alle indagini gli viene offerta dalla ricerca di un mestolino d’argento, ab ­bandonato da due disertori francesi dopo la battaglia di Marengo. Le ricerche da lui compiute in una zona carsica lo avvicinano ad altri segreti non meno inquietanti relativi al II conflitto mondiale e alla guerra partigiana: nella tana degli Alberibelli dove un partigiano “bianco” era stato ucciso, ci sono dei segni che non sono mai stati decifrati e che pro ­babilmente potrebbero fornire delle indicazioni per risol ­vere il mistero di quell’omicidio e di altre morti avvenute in circostanze misteriose. Jan, nonostante gli ordini prove ­nienti da Bruxelles gli impongano di attendere, continua le sue ricerche suscitando timori e sospetti; non a caso viene seguito prima da una Volvo bianca e poi da una 500; gli vengono lasciati dinanzi all’uscio del bungalow che ha preso in affitto dei segnali che egli interpreta come minacciosi e intimidatori; del resto l’agente che lo aveva preceduto e con il quale era in contatto viene trovato morto e una fine analoga viene riservata pure a un giornalista del posto. Il mistero si infittisce sempre di più perché scom ­paiono delle fotografie compromettenti e nei ricordi dei pochi sopravvissuti si affaccia una figura di donna di cui nessuno conosce il nome o vuole rivelarlo.
Sembrerebbe da quanto abbiamo esposto che si tratti di un giallo intricato o quanto meno di un avvincente thriller ma in realtà Magliani continua in questo romanzo la ricerca di una verità morale prima ancora che storica che possa met ­tere in fuga ombre, sospetti e rimorsi e rimarginare ferite che non hanno mai smesso di bruciare nell’animo. Tutti i personaggi di La Tana degli Alberibelli, come dei prece ­denti romanzi di Magliani sono spiati, pedinati se non ad ­dirittura braccati da qualcun altro oltre che dalle proprie ossessioni, da quei fantasmi che arrovellano la coscienza e tolgono la pace.
La Tana degli Alberibelli, anche se inizia in mare con la vista della città di Santaleula che agli occhi di chi rema sembra un galleggiante “inghiottito dai flutti, prima di riemergere dopo qualche istante” non è un libro d’acqua ma di terra, una terra “arsa e spinosa, difficile da attraver ­sare per ormai i suoi tre quarti, muri diroccati e rocce sgretolate dai secoli di fuoco”, come dice lo stesso Ma ­gliani. Il mare ritorna alla fine del libro quando Jan Martin, seduto sulla riva, ricorda un altro mare a lui più familiare, il Mar del Nord, le cui onde per effetto della bassa marea si arrestavano al largo “infrangendosi sulla barriera di sabbia e ciò che arrivava a riva era solo l’eco della loro morte”. Su quella spiaggia che il vento modula a suo piacimento spostando, innalzando o cancellando le dune Jan Martin, da bambino camminava in compagnia del nonno, curiosando tra i bunker della seconda guerra mondiale. Al nonno il pro ­tagonista del romanzo è molto legato e spesso gli scrive per metterlo al corrente dei progressi delle sue indagini o per sentirsi a casa in un ambiente familiare protettivo e rassi ­curante; sotto questo profilo il nonno sostituisce la figura materna che tanto spazio aveva avuto nei precedenti roman ­zi di Marino e da cui ora prende le distanze. Ricordando le passeggiate in riva al mare con il nonno dice : “Ti chiedevo cosa significa essere abbandonati”.
Sarà per questo motivo probabilmente che la relazione con Loredana, la ragazza che lavora al bar, viene vissuta super ­ficialmente, senza impegnare né il cuore né la mente e quando Loredana, dopo aver confessato che gli avrebbe dato volentieri un figlio, gli chiede esplicitamente di por ­tarla con sé in Olanda rifiuta senza fornire neppure una spiegazione. A tal proposito vale la pena sottolineare che nella narrativa di Magliani le figure femminili o sono del tutto assenti o hanno poco spazio. In L’Estate dopo Marengo l’unica traccia femminile è in una lettera custodita gelosamente da uno dei tre disertori dell’esercito napo ­leonico; in Quattro giorni per non morire vi è una fugace presenza femminile, tra le cui braccia Gregorio, minato da un male incurabile o quasi, trova qualche momento di conforto e di gioia; in Il Collezionista di tempo non ci sono figure femminili se si esclude quella della madre; in Quella notte a Dolcedo Lori, vera protagonista del romanzo, non è che l’alter ego dell’autore, versione al femminile di Anguilla, il protagonista di La Luna e i Falò di Cesare Pavese. Questa reticenza nel parlare di donne è probabil ­mente dovuta non solo a una sorta di pudore, che è una delle qualità precipue di Magliani ma anche, come lo stesso Marino ha confessato in un’intervista, ad un’adolescenza trascorsa senza donne, perché nell’entroterra, prima che esso diventasse meta e sede di soggiorno per i turisti stra ­nieri, i rapporti tra giovani coetanei di sesso opposto erano rari e difficili se non impossibili. Nel romanzo di cui stiamo parlando ora, La tana degli alberibelli, Loredana della protagonista del precedente romanzo conserva solo il nome, caratterialmente è completamente diversa, vorrebbe andar ­sene da quei luoghi asfittici e degradati ma non ha la forza di fuggire né tanto meno il coraggio di fare i conti con se stessa e il proprio passato e cerca se non un conforto un oblio momentaneo nella droga o in una frenesia sessuale priva di sentimenti. Se Jan Martin la portasse con sé probabilmente Lori si salverebbe, ma Jan Martin è un uomo solo che probabilmente ha paura delle donne e Loredana è costretta a galleggiare in un’esistenza senza ieri e senza domani, in un mondo che va gradatamente alla rovina.
Il romanzo è pieno di citazioni e di autocitazioni: di Lori che compare già in Quella notte a Dolcedo abbiamo già detto; il mestolino d’argento ci richiama alla mente, invece, L’estate dopo Marengo; la droga, qui addirittura c’è una vera e propria coltivazione di marijuana, ci riporta indietro a tutti gli altri romanzi di Marino, vista ora come una con ­solazione ora come una dannazione; Attesa sul mare, il ro ­manzo di Francesco Biamonti, che il protagonista di Quattro giorni per non morire aveva scoperto per caso e portava con sé come una sorta di breviario, anche in questo romanzo viene citato e Jan Martin si sente addirittura simile a Edoardo, il protagonista di Attesa sul mare, come il capitano del vecchio cargo, ha l’impressione di navigare per luoghi del mondo che battevano bandiera ombra, di sentirsi spostato da un nome all’altro, da un’indagine all’altra, come uno di quegli stracci liguri che il vento agita sulle stese dei terrazzi”. A Biamonti lo lega però anche una sorta di pietà, forse più laica che religiosa, nei confronti di una natura saccheggiata o abbandonata (corsi d’acqua de ­viati o soffocati, intere campagne assediate da rovi e licheni) e soprattutto nei confronti degli animali e se fino ad ora erano gli uccelli le creature privilegiate del bestiario di Magliani, in questo caso è un animale grosso, sgradito e braccato dalla maggior parte dei contadini e degli ortolani a suscitare la sua compassione, il cinghiale, a pagina 159 si legge testualmente: “i cani riposati trovavano una bestia ancora sognante, incantata dalla rugiada”.
La vicenda ha la struttura del diario, non a caso ogni ca ­pitolo reca in alto il giorno e il luogo in cui si svolge l’azione e nei capitoli conclusivi a rendere ancora più ser ­rato ed incalzante il ritmo si segnano persino le ore. Ciò rende difficile incantamenti estatici dinanzi al paesaggio ligure che del resto, come abbiamo detto, sembra, soprat ­tutto nell’entroterra, una discarica a cielo aperto o un cu ­mulo di macerie; ci sono però dei momenti magici, dovuti non tanto alla bellezza degli scenari descritti quanto all’oc ­chio che li accarezza e li vagheggia; del resto si sa che la bellezza è negli occhi di chi guarda penso a uno scorcio di autentica poesia: “L’Aurelia con il suo brusio, a mezza costa, incideva la collina, ma non si vedeva. Un volo di gabbiani si staccò da una falesia e si perse nella luce”.
Evidente in questo caso la qualità della scrittura di Marino che, accantonando incertezze e tentennamenti, è diventata sempre più asciutta ed essenziale, capace di coniugare con straordinaria efficacia più registri linguistici da quello let ­terario a quello tecnico, penso alla descrizione precisa e puntuale con cui, con la perizia di un operaio specializzato, descrive la tecnica necessaria per innalzare i muri e quelli a secco in particolare, da quello discorsivo a quello formale o documentale. Un’ultima riflessione, prima di concludere, Magliani nel romanzo precedente aveva ampiamente dimo ­strato di voler recidere il cordone ombelicale con la sua terra, una terra la cui cultura è ormai affidata soltanto ai vecchi “come un graffio di coscienza in fondo alla vita”.
L’aver scelto come protagonisti maschili due stranieri, Hans in Quella notte a Dolcedo e Jan Martin in La tana degli Alberibelli, conferma in maniera inequivocabile que ­sta mia impressione, ma saprà Marino tradurla in realtà? L’attaccamento alla propria terra è grande ed è legittimo, ma altrettanto grande è il pericolo di diventare uno scrittore provinciale, ancorato a un fazzoletto di terra e agli usi e alle tradizioni della propria vallata.


Letto 1799 volte.


1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “La Tana degli Alberibelli” di … — 19 Agosto 2009 @ 13:32

    […] Per approfondire consulta la fonte:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “La Tana degli Alberibelli” di … […]

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart