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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: L’ALBERO

19 Gennaio 2012

di Antonio Squadrone

1

Eh… com’ero fragile allora… un tenero arbusto accecato dal sole, frustato dal vento, dalla pioggia, dal freddo.

Chissà come, c’ero. Chissà perché, ero fatto così.

A mio modo potevo guardarmi attorno, ma non è che vedessi molto; ero piccolo, esile, circondato e sovrastato da un mare fluttuante di lunghi nastri verdi, alti e sottili.

Come mi turbava l’erba… anch’essa spuntava dalla Madre come me, ma era così diversa: tanto ero goffo e spigoloso io, tanto aggraziata e flessuosa lei.

Danzava, danzava… a volte con dolcezza, in altri momenti selvaggiamente, ma era sempre elegante e bella.

Anch’io ballavo nel vento, ma ero così impacciato.

L’erba sinuosa ondeggiava smeraldina e, al mattino, scintillava di goccioline d’acqua come morbidi cristalli… io, invece…. io tremolavo senza alcuna armonia. Com’ero legato nel flettermi, sgraziato nel movimento, fuori tempo nel tornare eretto. Quanto avrei voluto essere come l’erba, così agile e brillante.   Io, così rigido e opaco.  

E il mio verde… erano solo radi ciuffi di misera peluria attaccati qua e là senza gusto. Com’ero triste per la mia bruttezza a fronte di tanta beltà.

C’erano poi dei giorni nei quali la consapevolezza della mia insignificanza diventava tanto crudele, e soffrivo come mai.

In quei tempi, quando l’aria era di nuovo tiepida dopo il gelo invernale, tra l’erba voluttuosa apparivano incredibili creature: alcune erano profumate da stordire, colorate come l’arcobaleno e tutte sembravano fatte di veli impalpabili come i sogni.

La loro bellezza era… ossessionante.

Ma poi, chissà perché, se ne andavano presto. A volte non facevo nemmeno in tempo ad ammirarle, senza farmi notare perché non volevo si accorgessero della mia invidia, che non c’erano più.

Allora, ingenuo com’ero, credevo che potessero spostarsi.

Già… spostarsi.

Quanto ho sofferto, per la mia immobilità.

Sin da quando, ancora piccolissimo, mi accorsi di quelle due piccole creature pelose che si rincorrevano vicino a me. Giocavano, si rotolavano sulla Madre, si nascondevano tra l’erba; da loro prorompeva la gioia di vivere.

Io ero sempre così chiuso, ombroso… immobile.

Diamine, volli seguirli!

Cercai di correre con loro, ma… non potei.

Sulle prime pensai che qualcuno mi stesse trattenendo per farmi uno scherzo. Ridendo cercai il burlone tutto attorno, ma non c’era nessuno. Il divertimento divenne dubbio, poi sconforto, infine disperazione.

Per tanti giorni e tante notti provai a estrarre il mio piede dalla Madre ma, per quanti sforzi feci, non riuscii a spostarmi.

Infine, esausto, smisi di tentare ciò che compresi essere impossibile.  

Non sarei mai riuscito a fare ciò che miriadi di altre creature potevano.

Fu duro rendersi conto che la mia vita sarebbe stata sempre statica, che avrei vissuto di sola osservazione.

Un giorno, proprio mentre rimuginavo queste cose in preda ad un’amara rassegnazione, un uccellino si posò su un mio esile braccio. A malapena sostenevo il suo peso. La creaturina ruotò freneticamente la testa a destra e a sinistra, in alto e in basso, ed emise una serie di acuti fischi; da qualche parte giunsero versi simili come risposta. I piccoli occhi luccicarono febbrili. Scosse le ali e spiccò il volo, saettando verso una meta che a me sarebbe stata sempre negata. In quel momento il mio animo si colmò di un dolore acutissimo dal quale non mi sono mai liberato del tutto.

 

Non avrei mai saputo cosa ci fosse laggiù, aldilà del bosco, dietro la collina, oltre le montagne.

 

Eh, quanto tempo passò prima di riuscire ad accettare con serenità che avrei passato la vita sempre sullo stesso, identico posto.    

 

2

Crescevo e nuove sensazioni piovevano su di me costruendo la mia essenza.

Un giorno, mi accorsi di poter vedere sopra l’erba. Lentamente, tanto da non rendermene conto chiuso com’ero nella disperazione, ero diventato più alto.

Fu bello scoprire che, tutto sommato, anch’io potevo muovermi: verso il cielo! Solo così… ma era fantastico!  

Questo alleviò molto la mia tristezza. Pian piano presi gusto a vedere, a sentire quanto, al succedersi delle stagioni, il mio corpo s’ingrandisse innalzandosi dal crinale su cui ero nato.

Le danzatrici che tanto avevo invidiato erano rimaste laggiù, esile capigliatura sulla Madre e, dal mio nuovo punto di vista il loro ondeggiare senza posa non mi sembrò più così affascinante.

Imparai che la mia natura, così affine a quella delle altre creature verdi che tanto avevo invidiato, era diversa in qualcosa. Qualcosa d’importante! D’estate, quando il sole dardeggiava su di noi, il prato diventava giallo e la sua danza si trasformava in una rinsecchita vibrazione.

Eh, com’era simile quel muoversi ai miei goffi tentativi di ballo di quando ero un arboscello.

E i fiori… così meravigliosi, che tanto tempo fa credevo a un certo punto se ne andassero… invece, consumavano velocemente la loro esistenza e… seccavano.

Era questa la diversità: al trascorrere del tempo io non cambiavo colore, non perdevo la mia acqua. Solo, diventavo più grande.

Oh sì, ero meno bello, meno sfarzoso, ma questo era compensato ampiamente dal fatto che l’età mi dava ciò che mai, un tempo, avrei creduto di poter apprezzare a paragone dell’aspetto: l’opportunità di diventare più saggio.

La completa comprensione del mio ruolo arrivò poi.

Appresi che il mio respiro, unito a quello d’innumerevoli altri miei simili, faceva sì che tutte le creature della Madre potessero vivere.

Inoltre, tra le mie braccia intricate, tra le scaglie della mia pelle, nel folto dell’ammasso dei miei aghi, davo asilo a un’infinità di bestiole facenti parte anch’esse della figliolanza della Madre: alcune volavano, altre zampettavano, altre strisciavano.

E, tutte, si muovevano.

Questo mi riempiva d’orgoglio: loro erano “mobili” ma senza di noi, gli “immobili”, non avrebbero potuto vivere.

Seppi così qual era la mia vera bellezza e la gioia, finalmente, cominciò a correre veloce con la mia linfa. E il mio piede, sempre più abbarbicato alla Madre, non fu più motivo di frustrazione. Vivevo in sintonia col mio essere, senza più invidiare, senza più inseguire leziosi miraggi di bellezza che ormai sapevo effimeri… come i fiori primaverili.

Ci sono cose essenziali e altre accessorie; l’esistenza di noi alberi è fatta solo delle prime. Così deve essere.

 

3

Gli anni passavano, le stagioni si alternavano ritmiche.

Anello dopo anello, nuova vita si aggiungeva a quella vissuta, e diventavo più grande e forte.   Del timido alberello di un tempo non restava alcuna traccia: la mia chioma, fitta e lucente, si era fatta enorme, le mie braccia numerose e robuste e il fusto, forte e slanciato, mi spingeva verso il cielo che sentiva ormai mio.

Ero alto, molto più degli altri alberi nati e cresciuti con me sul crinale.   Li avevo superati tutti; loro mi guardavano ammirati dal basso ed io stentavo a credere che, da umile arbusto, mi ritrovassi ora grande e invidiato albero.

Poi, una mattina d’autunno, mentre respiravo il vento fresco dell’alba, felice e senza brutti pensieri incontrai, per la prima delle cinque volte che sarebbero state, un eletto.

Là sotto, poco lontano, vidi una piccola nuvola dirigersi verso di me scivolando veloce sulla Madre.

Da sempre mi divertivo a guardare le nuvole. Adoravo vederle caracollare, mutevoli e giocherellone lassù, in cielo, e mai ne avevo vista una tanto bassa da potermi abbracciare. Questa sembrava molto densa e il suo colore era un po’ strano. Mi aprii, aspettando con curiosità il contatto con essa, pregustandone il sapore che, fino a quel momento, avevo solo potuto immaginare.

Ma, non appena arrivò a sfiorarmi, mi ritrassi terrorizzato. L’odore era terribile!

Era fatta di qualcosa che, lo compresi all’istante, non apparteneva alla Madre. E, subito dopo, udii rumori… ancora lontani ma già troppo vicini.

Tuoni secchi, rabbiosi, come nei più furiosi temporali ma diversi da quelli che, innumerevoli volte, avevo ascoltato in preda al timore che dall’alto, oltre all’acqua generosa, cadesse quella luce veloce che a volte colpiva quelli come me.   In quei momenti tremavo per la paura ma sentivo che, se fosse accaduto, sarebbe stato perché così doveva essere e il desiderio di farmi piccolo piccolo, di ritornare il minuscolo   alberello di un tempo, era stemperato da quella quieta consapevolezza.

Ciò che stava succedendo ora non era niente che avesse a che fare conla Madre.

Uno schianto terribile fece tremare il crinale. Immediatamente, un vento ardente e brutale mi squassò la chioma.

Poco lontano una profonda piaga si era aperta nell’erba.   Un piccolo albero tremò per qualche istante… poi, si piegò e cadde.

L’avevo visto nascere, saliva con me, era felice… e ora moriva.

La morte.

Come la vita faceva parte di tutto; in qualche modo lo sapevo, sin dall’inizio, ma avevo sempre creduto che non potesse essere dispensata da altri se non dalla Madre.  

Quanta paura, quanta disperazione in quegli istanti…

Poi, qualcosa mi toccò.

Attraverso quel contatto fluì in me un turbine di sensazioni note ma allo stesso tempo nuove, che non avevo mai avvertito a un tale livello di potenza e chiarezza.

Sofferenza… paura… orrore.

Era un eletto.

Dimenticai me stesso.

Il giovane uomo era aggrappato al mio tronco; da una ferita grondava intamponabile la sua linfa.

La sentivo colare sulla mia pelle. Era vermiglia, tiepida. Assistevo impotente alla morte di quell’essere che sentivo immaturo, come l’alberello che giaceva un po’ più in là; poche stagioni in quei corpi, così poca saggezza. Ma quanta gioia di vivere!

Il ragazzo alzò faticosamente lo sguardo. In quegli occhi lessi un’immensa nostalgia, un’infinita tristezza per quello che avevano sfiorato nei pochi anni vissuti e per ciò che mai avrebbero potuto vedere. E anche la mia stessa domanda: perché?

Poi, cominciò a scivolare lentamente versola Madre.

Le sue mani erano rattrappite, come per attaccarsi alla vita che lo stava lasciando, le sue unghie solcavano la mia pelle.   Come avrei voluto tendergli una delle mie braccia per sostenerlo, quanto desiderai poter comunicare con lui per consolarlo.

Ma non era possibile. L’immobilità, il silenzio, erano la mia natura. In quel momento, di nuovo, la mia condanna.

I suoi occhi si spensero. Sulla mia pelle rimase una striscia rossa, breve com’era stata la sua esistenza. Si raccolse al mio piede, rannicchiandosi come i piccoli ghiri che si apprestano al letargo. Purtroppo, l’inverno di quella creatura non avrebbe mai dato la mano a una nuova primavera.

Un ultimo tremito lo scosse… poi, più niente.

In quell’istante qualcosa passò attraverso i miei rami… come un sospiro.

Rabbrividii, come mai mi era capitato. Se n’era andato.

Qualcosa mi colpì il fusto, poco sopra al piccolo corpo che diventava freddo. Aprì una profonda ferita. La mia linfa colò dallo squarcio, lentamente arrivò fino al sangue e vi si unì in una pozza lucente. Quanto dolore… ma non si avvicinava a quello che sentivo per quella vita sprecata.

Piansi… piansi a lungo. Tra volute di fumo maleodorante, sfiorato da mostruosi volatili, mentre tuoni fragorosi esplodevano dappertutto ela Madresi copriva di ferite.

Ad un certo punto, centinaia di uomini mi sciamarono attorno come formiche impazzite brandendo bastoni da cui sprizzava assordante il fuoco. Urlavano. E da tutti, lo percepivo con totale chiarezza, esalava il terrore di perdere la vita.

Ma non provai pietà per loro perché, allo stesso tempo, essi cercavano di dispensare ad altri uomini quella stessa morte che li terrorizzava; ad altri uomini che bramavano l’identico intento provando il medesimo terrore, ma che correvano in direzione opposta. Gli uni contro gli altri.

 

4

Il tempo, paziente e infaticabile guaritore, curò le mie ferite.

Quella visibile si risanò presto; per quella nascosta ci volle molto di più.

Intanto il mio corpo era diventato ancor più possente.

La linfa correva nella mia fibra, la mia ombra coprivala Madre.   Avevoraggiunto un’età e una dimensione per le quali ben poco era motivo di preoccupazione e molto, invece, fonte di stimolo e curiosità. Provavo una particolare forma di pacatezza, di serenità; forse non ancora saggezza ma, certamente, un piacevole preludio a essa.

Ricordo che mi piaceva giocare col cielo, soprattutto quando il vento spazzava il crinale.   Io non potevo muovere le mie braccia ma l’aria veloce mi aiutava a farlo e gliene ero grato.

Passai così diverse stagioni, intento a osservare il paesaggio che, dall’alto della mia statura, potevo finalmente percorrere se non altro con i sensi.

Poi, un pomeriggio d’estate, qualcosa mi toccò ancora laggiù, poco sopra il piede.

Un tocco tiepido… mani di eletti.

Il ricordo del giovane uomo che morì su di me si risvegliò con tutto il carico di amarezza che lo impregnava.

Ma subito, attraverso quel contatto, un sentimento nuovo affluì nel mio corpo fugando la tristezza di quella morte. Un soffio impetuoso di… amore.

Ora so cos’è l’amore, ma allora non conoscevo bene quella forma di emozione.   I “mobili” che avevo osservato nel corso delle stagioni erano permeati da un messaggio simile, ma ciò che quei due corpi sprigionarono nel tempo che rimasero al riparo della mia ombra fu molto, molto diverso.   In seguito pensai che proprio in quella diversità stesse il privilegio che gli eletti avevano su di noi. Secondo disegni che solo ora comprendo.   Fu bello; bellissimo!

Il ragazzo e la ragazza stavano in piedi l’uno di fronte all’altra e si guardavano sorridendo. Intorno, il calore dell’estate, l’odore del bosco e il frinire delle cicale.

Improvvisamente, vidi accendersi attorno ai loro corpi un tenue barbaglio; palpitava lievemente, come la luce delle lucciole. I giovani continuavano a guardarsi immobili, con le labbra socchiuse e gli occhi che dicevano tutto. Le due aure si espansero avvicinandosi l’una all’altra, dapprima lentamente, quasi timidamente; poi, con un ultimo impulso, giunsero a toccarsi. Immediatamente si fusero, centuplicando all’istante le loro singole energie, dando vita ad una nuova forza che avvolse anche me in un bagliore splendente di beatitudine.

Mi riscaldai a quel calore così intenso, così gratificante, più ardente del sole; sperai che i due amanti restassero con me per sempre ma, naturalmente, verso l’imbrunire se ne andarono.

Prima che si allontanassero avvertii un vago prurito là, dove si biforcavano le mie prime braccia. Il ragazzo si era arrampicato lungo il mio piede e mi stava facendo qualcosa sulla pelle.   Usava una lama, ma con delicatezza. Poco più di un lieve solletico.

Poi, mano nella mano, scesero dal crinale.

Eh, fu proprio meraviglioso quel pomeriggio…

Fino alla notte non feci altro che pensare a quelle emozioni e, per molto tempo ancora, furono esse il mio ricordo più bello.

 

5

Passarono gli anni. Ed io continuavo a crescere.

A volte sognavo di raggiungere le stelle. Mi piacevano molto quei tremolanti occhietti lassù. Passavo tante notti a guardarle: piccole, fredde, apparentemente indifferenti e pigre a paragone col loro fratello più grande che andava su e giù per il cielo con infaticabile perseveranza. Ma erano così affascinanti! Eh sì, le stelle non scaldavano i corpi come faceva il sole, che permetteva a tutti noi di vivere, ma scaldavano lo spirito.

E questo era tanto.

Un giorno d’estate, quando l’afa si era fatta opprimente e il vento aveva come dimenticato di esistere, arrivò a me un odore che avevo già avvertito. Ma mai così intenso.

Mi ero appena destato da un sonnellino pomeridiano, ancora un po’ preda del piacevole stordimento che segue il risveglio.

Ci misi un attimo a capire che qualcosa non andava: ero solo. I miei ospiti non c’erano più. Perfino il vecchio barbagianni che mi faceva compagnia da tanto tempo. Si erano allontanati tutti. Mi guardai attorno, cercando di comprendere.

E fu allora che vidi il fumo. E udii il bosco gridare.

Il fuoco.

Era ancora lontano ma avanzava in tutte le direzioni incenerendo l’erba con inesorabile progressione, lasciandosi dietro una distesa fumante dalla quale si ergevano carbonizzati i corpi di tanti alberi. Provai una pena infinita per quelle creature. Poi la paura per me stesso m’inondò l’anima. Quanto ci avrebbe messo a raggiungermi? L’aria era ferma ma percepivo che stava surriscaldandosi. Compresi che sarebbe giunto presto. Quella stupida erba: una volta splendida ballerina e, ora, solo cibo appetitoso per l’insaziabile fame del fuoco.

Mentre il calore aumentava una tempesta di ricordi si scatenò in me. Come se, inconsciamente, ripercorrendo quella che era stata la mia esistenza, ne volessi godere un’ultima volta.

Le fiamme arrivarono a lambire la mia pelle, che subito s’incendiò esalando un aroma intenso. Non sentivo molto dolore, almeno non ancora. Stavo soffocando e i miei sensi si ottenebravano perdendo di acutezza. Tuttavia, anche se in uno stato d’incoscienza sempre più profondo, riuscivo ancora a vedere. Il fuoco mi aveva completamente avvolto il piede e si arrampicava rapido, mentre l’onda distruttiva continuava a divorare avidamente la peluria della Madre. Il calore era ormai insopportabile e seppi con certezza che stavo per morire.

Mi rassegnai.

In quel momento un rumore assordante squassò l’aria. Qualcosa di enorme passò poco sopra di me e, un istante dopo, un’impetuosa cascata d’acqua fresca e misericordiosa m’investì. L’ardente mantello che mi stava soffocando fu disfatto. In suo luogo fui avvolto da una nuvola di vapore odoroso, mentre il tremendo calore si attenuava rapidamente. Il mio piede non bruciava più, l’erba si era spenta e il grande uccello si stava allontanando. Da un’altra direzione ne giunse un altro che, a sua volta, lasciò cadere sul fuoco una tempesta d’acqua, mentre molti uomini vocianti apparvero sul pendio.

Ci volle tanto tempo ma, quando la sera arrivò, l’incendio era spento. Gli uomini, stanchi e neri di fuliggine, lasciarono il versante mentre la luna faceva capolino dai monti.

Tornammo soli. Ed eravamo vivi.

Il bosco respirava sempre più facilmente e il dolore provocato dalle bruciature si era già attenuato molto. Tutti sorridevamo grati e, allo stesso tempo, piangevamo per i morti. Ed io, in particolare, mi sentivo in colpa per quei brutti pensieri che avevo diretto all’erba. Ero stato molto crudele.

La notte era ormai fitta quando il vento ricordò finalmente il suo compito. Si levò deciso cacciando l’odore del rogo, rinfrescandoci piacevolmente, scuotendo la cenere dalle chiome mentre tutte le creature del bosco continuavano a ridere e a piangere.

Il mattino seguente mi resi conto della devastazione che le fiamme avevano provocato. Un desolante paesaggio calcinato, costellato di neri scheletri, si estendeva tutto intorno. Sospirai. Sapevo chela Madreavrebbe riparato, che ci sarebbe voluto del tempo ma che, alla fine, avrebbe vinto in virtù della sua forza; tuttavia provai ugualmente una profonda depressione per quello che era successo. Un pesante stato d’animo accentuato dal pensiero di quello che avevo intravisto, soprattutto percepito, poco prima che i miei sensi fossero ottenebrati dal fumo: un uomo in lontananza, che correva.

Un’immagine sbiadita nella forma ma perfettamente chiara per ciò che da essa emanava con grande intensità: esaltazione, febbrile piacere, sensazione di onnipotenza. Nessuna traccia di paura!

Era stato lui ad accendere il fuoco? Per quanto una cosa del genere mi sembrasse insensata, ne ero convinto. Ma perché l’aveva fatto?

E, se così era stato, un uomo ci aveva bruciato godendo per il piacere di farlo e altri come lui ci avevano salvato rischiando la propria vita. Che significato aveva questo?

Un interrogativo che mi sarei portato dentro per tutta la mia esistenza.

Finalmente, dopo un tempo che mi parve davvero troppo lungo, tornarono degli ospiti a farmi compagnia: dapprima i soliti insetti e poi, a differenza di prima, due famiglie di scoiattoli e diversi uccellini.

Questi ultimi arrivi mi fecero comprendere che il vecchio barbagianni non l’avrei più visto. E la vita riprese come prima.

 

6

Altri anni trascorsero. La mia ombra si estendeva ben oltre il crinale e il mio fusto s’innalzava vertiginoso.   Certo, non ero più quel giovane albero dal corpo forte ed elegante, ma il mio aspetto antico era ugualmente… soddisfacente.

Quante cose avevo visto, sentito, odorato. Quanti miei simili erano morti intorno a me senza riuscire a superare l’altezza dell’erba, quanti il fulmine aveva squarciato fino al cuore. Ed io, invece, vivevo ancora… e imparavo.  

Poi, al mattino di un giorno grigio mentre dal cielo scendeva una fine pioggerella, salì da me un vecchio uomo. Si riparava sotto una cupoletta di sbiadita tela verde, camminava incerto; il suo respiro era affannoso e su una spalla portava una piccola scala.   Piegandosi a fatica la posò e si sedette su di essa vicino al mio piede. Faceva tenerezza: era così fragile, minuto. Dopo un po’, con il tono umile di chi deve chiedere, cominciò a parlarmi; la sua voce era flebile ma la udivo benissimo.

Mi raccontò della sua compagna, di come se n’era andata pochi giorni prima e di quanto lei avesse desiderato tornare all’ombra del grande albero sotto il quale tutto era cominciato e dove avrebbe voluto che finisse.  

Mi pregò di aiutarlo.

Poi stette in silenzio, col magro corpo raccolto sotto il piccolo riparo lucido di pioggia, attendendo. Quanta tristezza in quello sguardo. Come avrei voluto abbracciarlo, stringerlo a me per confortarlo, fargli sentire che avevo capito.

E, proprio in quel momento, accadde. E fu qualcosa di meraviglioso!

Eravamo due vecchi, nei nostri modi diversi, ma entrambi simili: così solcati da rughe, ambedue nodosi e appesantiti dagli anni… quanta vita.

La Madrescandiva il tempo, assegnava i ruoli ed io e quell’uomo avevamo ormai assolto i nostri. Finalmente, ormai quasi al di fuori del gioco, le regole perdevano di valore e le barriere crollavano.

Lui cambiò espressione. Dapprima sorpresa… poi, incredulità. Infine, il suo viso si distese in uno splendido sorriso che significava comprensione.

Comunicammo. E la gioia di due vecchi, un grande albero e un piccolo uomo, esseri così vicini e così lontani, splendette come un sole, riscaldando le nostre membra vetuste. E ci sentimmo bene… tanto bene.

Il vecchio amico appoggiò la scala alla mia gamba. Ne salì diversi gradini con passo incerto e, a un certo punto, si fermò.   Stette qualche minuto immobile, sferzato da una tempesta di pensieri che avvertivo anch’io. Poi…

Colò qualche stilla di resina…  

Discese.

L’uomo si avviò. Il suo passo era meno incerto di quando era arrivato.   Scese il crinale e si fermò. Si volse a guardarmi. Il pianto luceva nelle pieghe del suo viso come l’acqua di un fiume nel proprio delta.

Alzò una mano.   Mi mostrò un lembo della mia pelle… riuscì ancora a sorridere, mi salutò e se ne andò.

Portava là, dove presto avrebbe riposato a fianco della sua compagna, quel cuore che per   tanti anni avevo custodito per loro. In qualche modo il desiderio che espressi allora era finalmente esaudito: saremmo stati sempre insieme.

 

7

L’inverno giunse rapido e, come spesso accadeva, portò con sé la neve.

Oh, mi era sempre piaciuta la neve ma da un po’ di tempo non riuscivo più a sostenerne il peso senza fatica.

Quell’anno ero particolarmente affaticato. Le tempeste mi facevano scricchiolare penosamente e, spesso, lembi della mia corteccia volavano via assieme ad alcune delle mie braccia. Ma ero ugualmente contento.

Il sole splendette come mai quel giorno. Il riflesso del manto nevoso abbacinava anche un vecchio gigante come me. Le ore passarono lente ed io, come un quieto vegliardo, me ne stetti seduto sul crinale ad ammirare gli splendidi giochi che la grande stella faceva con i cristalli di ghiaccio. E, intanto, osservavo anche gli animaletti del bosco che zampettavano qua e là. Alcuni avevano cambiato colore confondendosi con la neve. Erano candidi e bellissimi.

Ne godei fino a sera, fin quando il tramonto tinse di rosa l’orizzonte e le stelle apparvero nel cielo terso.

Poi arrivò la notte, limpida e gelida. Trascorse tranquilla, come migliaia di altre in precedenza. E si apprestò il nuovo mattino.

E fu allora, poco prima dell’alba che, per la quinta volta, incontrai un eletto.

E fu l’ultima.

Quando la lama intaccò il mio corpo seppi che,  come fu per il giovane uomo di tanto tempo prima, non avrei visto la prossima primavera.

Credevo di essere pronto, di non rimpiangere niente, che sarei andato alla Madre senza soffrire… mi sbagliavo.

Non era quello il modo che avevo pensato.

Che cosa mi fece più male?

Oh, non l’acciaio che mi tranciava, non la fuoriuscita della mia linfa, non vedere fuggire gli animali che vivevano con me, non il pensiero che avrei potuto osservare, sentire, respirare ancora e, infine, tornare alla Madre quando lei l’avesse deciso… oh no!

Quello che mi fece veramente male fu l’indifferenza che albergava nel cuore di quell’uomo. Mi stava uccidendo, troncava la vita di un altro essere senza provare alcuna emozione, nemmeno la minima pietà. Lui era un eletto eppure la sua freddezza non apparteneva neanche al regno delle pietre.

Man mano che il mio piede veniva reciso sentivo i sensi ottenebrarsi, le mie braccia diventare insensibili; ne fui contento. In quel momento era meglio così.  

Avrei voluto godere il trapasso come naturale conclusione della vita sulla Madre, assaporarne tutte le sfumature fino in fondo, fino al momento in cui avrei spiccato il volo e… finalmente, mi sarei mosso, lasciando sul crinale il mio guscio immobile.

Invece, quando il mio corpo cadde al suolo e, dopo un lunghissimo tempo, ritornò alto come l’erba, ero ormai lontano.

 

8

Il grande albero era precipitato con un rumore fragoroso, sollevando un’enorme nuvola di neve polverizzata.

Ansimante per la fatica il boscaiolo guardava il massiccio tronco che la pur spessa coltre bianca non riusciva a coprire. Era davvero una pianta imponente pensò soddisfatto, mentre il sudore gli gelava rapidamente sulla fronte. Non era da molto che faceva quel lavoro. Non gli piaceva, in verità, ma aveva bisogno di soldi e un lavoro valeva l’altro, anche se questo era molto pesante. Lui e gli altri avrebbero dovuto abbattere tanti alberi.

L’uomo volse lo sguardo sul grande ceppo sfrangiato che cominciava già a imperlarsi di resina ambrata: gli ricordò il sangue.

 

E fu in quel momento che le creature della foresta salutarono il vecchio amico che, finalmente, poté scoprire cosa ci fosse laggiù, aldilà del bosco, dietro la collina, oltre le montagne.

 

Il boscaiolo trasalì. Aveva sentito qualcosa?

Come se un immenso, sommesso sospiro, gli avesse attraversato il corpo. Come se tutto, intorno a lui, avesse sospirato.

Stette qualche istante a guardarsi intorno, con i corti capelli improvvisamente ritti contro la stoffa del berretto. Rabbrividì ancora. Poi, il suo sguardo si posò di nuovo sull’albero. Scosse la testa. Poggiò la grossa ascia, mosse qualche passo impacciato e raggiunse il tronco. Si sfilò un guanto, allungò la mano e toccò la fredda corteccia.

Passarono alcuni secondi, durante i quali strani pensieri e sensazioni gli saettarono improvvisi nella mente e nel corpo senza che lui riuscisse ad afferrarne il senso, come quei sogni che sbiadiscono appena dopo il risveglio senza che si possa far nulla per fissarne il ricordo.

Non lo poteva sapere ma quegli sfuggenti brandelli di percezione erano il misero frutto  di ciò che restava in lui di antiche abilità una volta comuni a tutti gli uomini e poi quasi totalmente dimenticate. Capacità che permettevano agli eletti tra i figli della Madre di comunicare sempre con gli esseri degli altri regni.

In effetti, in poche, particolari circostanze della sua vita, il boscaiolo aveva percepito sprazzi di luce e d’immagini, odori e sapori come parole intelligibili, e ne era rimasto stupito e attratto. Ma poi, la rigida, assoluta impellenza della realtà aveva sempre dissolto in un istante la fragile poesia della sensazione e tutto si era inesorabilmente spento, lasciandolo ogni volta con una strana eco a riverberargli nel cervello e col cuore pregno di un’inspiegabile nostalgia.

E così fu anche allora.

Tutto gli risultò come una pioggia d’inafferrabili messaggi dal lieve, agrodolce, sapore di déjà vu che persero rapidamente consistenza e significato.

Strani pensieri, appunto. Ingorghi mentali. Alla fin fine, sciocchezze.

Si scosse e si tirò a sedere sul grande albero, scuotendosi la neve dagli stivali.

Da una tasca estrasse un panino. Lo scartò. Cominciò a mangiare

 

…e, mentre il cielo virava all’indaco, in un altro luogo, forse in un altro tempo, una nuova creatura riceveva per la prima volta il bacio del sole.


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Bart