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LETTERATURA: LETTERATURA: Gli anni Trenta in Germania rivisitati attraverso le poesie di Bertolt Brecht ed illuminati da alcune riflessioni di Willy Brandt (9)

15 Ottobre 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Brecht segue dalla Danimarca tutti questi eventi, cercando di sfruttare ogni occasione per denunciare un regime che mostra sempre di più il suo vero volto. Già il 25 giugno 1935 a Parigi, nell’ambito del primo Congresso Internazionale degli Scrittori, aveva fatto un discorso breve ma ben circostanziato, esordendo con un eloquente: “Camerati, riflettiamo sulle radici del male…”. Il 1935 sarà tra l’altro per lui un anno di viaggi (a marzo a Mosca, a giugno a Parigi , da ottobre a dicembre negli USA) e di incontri nella casa danese “col tetto di paglia”, dove si ritroveranno tra gli altri Grosz e Walter Benjamin.
Sempre in quell’anno tiene un discorso dal titolo “Ai livellati”. Questo discorso sarà ripreso e trasmesso da Radio Mosca:

An die Gleichgeschalteten (Ai livellati), 679 – 1935 –

Per non perdere il suo pane
In tempi di repressione crescente
Decide qualcuno di non dire più
La verità sui crimini del regime nel mantenere
lo sfruttamento, ma
Di non diffondere neppure le bugie del regime, quindi
Di non rivelare nulla, ma
Anche di non abbellire nulla. Chi si comporta così
Sembra solo rafforzare ancora una volta che è deciso
Anche in tempi di repressione crescente
A non perdere la sua faccia, ma in verità
Egli è solo deciso
A non perdere il suo pane. Sì, questa sua decisione
Di non dire cose non vere gli serve a partire da adesso
A tacere la verità. Ciò può essere in effetti
Fatto solo per un breve periodo di tempo. Ma anche
in questo periodo di tempo
In cui questi si intrattengono negli uffici e nelle redazioni
Nei laboratori e nei cortili delle fabbriche come individui
Dalla cui bocca non escono cose non vere
Ha inizio già la loro dannosità. Colui che non batte ciglio
Alla vista di crimini sanguinosi conferisce in effetti loro
Le sembianze del naturale. Egli definisce
I terribili eventi come qualcosa di non appariscente come la pioggia
Ma anche altrettanto inevitabile come la pioggia.
Così egli sostiene col suo silenzio
I criminali, ma presto
Noterà che egli, per non perdere il suo pane
Non solo è costretto a tacere la verità, ma
A dire menzogne. In modo non sfavorevole
Accolgono gli sfruttatori colui che è disposto
A non perdere il proprio pane.
Egli non si aggira come un corrotto
Dato che a lui non si è dato nulla, ma egli
Non ha preso nulla.
Se colui che recita lodi
Alzandosi dal tavolo dei potenti apre la sua bocca
E tra i suoi denti
Si vedono i resti del pranzo si ascolta
Con dubbi il suo discorso laudatorio.
Ma le lodi di colui che ancora ieri parlava male
E non era invitato al pranzo dei vincitori
Ha ancora maggior valore; egli
È senz’altro l’amico degli oppressi. Essi lo conoscono.
Quello che dice, è;
E quello che non dice, non è.
E adesso egli dice, non è
Una oppressione.
Nel migliore dei casi l’omicida
Invita il fratello dell’ucciso,
Che egli si è comprato, a confermare
Che ad uccidergli il fratello è stata
Una tegola caduta dal tetto. La semplice menzogna infatti
Non aiuta chi non vuole perdere il suo pane
Molto a lungo. Dato che sono in molti
Ad essere fatti di questa pasta. Presto
Viene coinvolto nella impietosa lotta di tutti coloro
Che non vogliono perdere il loro pane: non basta più
mentire alla volontà.
Non è necessario il potere e viene richiesta la passione.
Il desiderio di non perdere il pane si mescola
Al desiderio di dare un significato ricorrendo a particolari artifizi,
Alle chiacchiere più sfrontate e di dire tuttavia l’indicibile.
Ne consegue che egli agli sfruttatori
Deve procurare più lodi di chiunque altro, dato che egli
È sospettato di avere una volta
Parlato male dello sfruttamento. Così
Quelli che conoscono la verità diventano i mentitori più spudorati.
E tutto questo succede solo fino a quando
Non viene uno e li denuncia
Per la passata onestà, per gli scrupoli di una volta e allora
Perdono il loro pane.

Risale di sicuro a questo periodo anche una breve poesia in cui, in soli quattro versi, c’è un compendio di giustizia sociale. Infatti ad una chiara presa di posizione a favore dei “diritti” degli affamati segue una sorda rabbia per l’impunità di cui godono i veri ladri, quelli che non rubano per sfamarsi, ma per arricchirsi e spesso proprio a danno di chi soffre veramente…

Wer ist der Feind? (Chi è il nemico?), 549 – 1935 ? –

L’affamato, che ti
Porta via l’ultimo panino, lo consideri un nemico.
Ma al ladro, che non ha mai preso fame
Tu non salti al collo.

Ben più duro e articolato lo sfogo che si materializza in un’altra composizione, che è difficile definire “lirica”. Per certe denuncie la poesia si presta poco, allora bisogna necessariamente ricorrere ad una prosa lucida, stringente, capace di smascherare il finto perbenismo di tanta gente, che cerca fino all’ultimo di minimizzare, e poi quando non sarebbe più possibile tacere, fa finta di non vedere:

Wenn die Untat kommt, wie der Regen fällt (Quando il crimine ha luogo, come cade la pioggia), 552 – 1935 ? –

Come uno, che con un’importante lettera in mano arriva allo sportello dopo l’orario: lo sportello è già chiuso.
Come uno, che vuole mettere in guardia la città da una inondazione: ma parla un’altra lingua. Egli non viene capito.
Come un mendicante, che batte per la quinta volta ad una porta, dove per quattro volte ha ricevuto qualcosa: alla quinta volta piglia fame.
Come uno, il cui sangue fuoriesce da una ferita e che aspetta il medico: il suo sangue continua a uscire.
Questa è la nostra situazione e rendiamo noto che contro di noi vengono commessi crimini.

Quando per la prima volta è stato reso noto che i nostri amici venivano lentamente trucidati, allora si sollevò un grido di orrore. Ad essere trucidati furono allora cento. Ma quando ad essere trucidati furono mille e la carneficina non aveva fine, a diffondersi è stato il silenzio.
Quando il crimine ha luogo come cade la pioggia, allora nessuno più griderà: Ferma!
Se i delitti si moltiplicano, diventano invisibili. Se le sofferenze diventano insopportabili, non si sentono più le grida.
Anche le grida cadono come la pioggia d’estate.

Brecht, dopo aver fotografato la situazione di degrado sociale che imperversa nella sua patria, ormai teatro dell’illegalità più devastante, si abbandona a qualche riflessione di carattere privato. Ovviamente gli brucia la sua condizione di esule, costretto a fare quotidianamente i conti con la precarietà di una vita in un paese straniero e tra gente straniera. In questo stato d’animo accoglie con una certa rassegnazione la notizia, riportata dai giornali, di aver perso anche la cittadinanza tedesca… A quest’ulteriore provocazione dei Nazisti reagisce con sofferta indifferenza. Conoscendo il personaggio, non ci sorprende l’amara e per nulla consolatoria constatazione che se lui sta male, coloro che sono rimasti stanno peggio…

Im zweiten Jahre meiner Flucht (Nel secondo anno della mia fuga), 554 – 1935 –

Nel secondo anno delle mia fuga
Ho letto su un giornale in lingua straniera
Che avrei perduto la mia cittadinanza.
Non ero né triste né contento
Allorché ho letto il mio nome assieme a tanti altri
Buoni e cattivi.
Il destino di coloro che sono scappati non mi è sembrato peggiore di quello
Di coloro che sono rimasti.

Brecht di lì a poco torna a Londra, dove era stato già nel 1934, e dove si intrattiene da aprile ad agosto del 1936. È di quel tempo una poesia che lo coglie in un attimo di smarrimento; stato d’animo più che comprensibile per uno che segue con apprensione, anche se da lontano, gli sviluppi politici che si abbattono sulla sua Germania:

Warum soll mein Name gennant werden? (Perché deve essere citato il mio nome?), 561 – 1936 –

1
Una volta pensavo: in tempi futuri
Quando le case, in cui abito, saranno crollate
E le navi, su cui ho viaggiato, saranno marcite
Il mio nome sarà ancora citato
Assieme ad altri.

2
Perché ho esaltato l’utile, cosa che
Ai miei tempi era considerata disonorevole
Perché ho combattuto le religioni
Perché ho lottato contro l’oppressione o
Per qualche altro motivo.

3
Perché ero dalla parte degli uomini e
A loro ho consegnato tutto, così onorandoli
Perché ho scritto versi e ho arricchito il linguaggio
Perché ho insegnato a comportarsi praticamente o
Per qualche altro motivo.

4
Per questo pensavo il mio nome verrà ancora citato
Il mio nome sarà impresso
Su una pietra, dai libri
Verrà stampato su nuovi libri.

5
Ma oggi
Sono d’accordo, che esso venga dimenticato.
Perché
Bisogna chiedere del fornaio, se c’è abbastanza pane?
Perché
Deve essere celebrata la neve che si è sciolta
Quando ne sta per cadere dell’altra?
Perché
Ci deve essere un passato, quando
C’è un futuro?

6
Perché
Bisogna citare il mio nome?

Di sicuro non può essere estraneo a questo momento di smarrimento la protervia con cui Hitler continua ad imperversare anche sul piano internazionale. Si tratta ormai di una chiara intenzione, non più camuffabile, di allargarsi in Europa, di occupare terre non sue, di considerare carta straccia i patti, anche quelli internazionali. Nel 1936 rompe unilateralmente il trattato di Locarno, capolavoro della politica di quel galantuomo che era stato l’allora Ministro degli Esteri della repubblica di Weimar, Gustav Stresemann (1925). Il sette marzo di quell’anno la “Wehrmacht” penetra indisturbata nella zona demilitarizzata della Renania. L’occupazione verrà sancita dal “solito” successo plebiscitario del 29 marzo. Il Führer consolida il suo ruolo di “Messia” tra folle sempre più soggiogate dal suo diabolico fascino. Adesso, da Capo supremo dell’esercito, dimostra anche insospettabili doti di stratega militare…
Le sue mosse, imprevedibili e fulminee, lasciano attoniti gli avversari, che, colti di sorpresa, non trovano il modo di reagire. Da lì a poco sarebbe stata la volta dell’Austria “costretta” a dichiararsi Stato tedesco (luglio 1936). L’intesa, non sempre entusiasta, tra Hitler e Mussolini, trova momenti di nuovo vigore nella comune militanza antibolscevica, che aveva allora per teatro la Spagna del generale Franco. Formalmente impegnati nella politica del non intervento, i due dittatori facevano arrivare sottobanco aiuti e armi ai rivoltosi franchisti, incoraggiando i cosiddetti “volontari”.

La situazione politica in Europa viene magistralmente descritta da Rut Brandt, la compagna norvegese di Willy, che con il marito ha condiviso in Norvegia gli anni bui della resistenza: “L’oscurità politica nel centro dell’Europa gettava lunghe ombre. Mussolini in Italia, Hitler in Germania, Franco in Spagna. Noi sentivamo parlare dei campi di concentramento e di persecuzione contro gli ebrei. Leggevamo di Ossietzky ed eravamo fieri della sfida che significava l’assegnazione del premio Nobel… I giochi olimpici dovevano aver luogo a Berlino e noi dimostravamo contro la vergogna inaudita costituita dal fatto che la Norvegia voleva parteciparvi. I nostri cuori sanguinavano per la Spagna, quando su Madrid caddero le bombe abbiamo raccolto denaro e indumenti per la brigata internazionale. Fascismo significava oppressione, violenza e guerra: il nostro gruppo teatrale e il coro hanno attraversato in corteo Hedmark con appelli infuocati – lottate conro il fascismo in tutti i suoi travestimenti”. (da “Freundesland. Erinnerungen” – Paese amico. Ricordi).

Le XI Olimpiadi di agosto a Berlino, eternate dal film diretto da Leni Reifenstahl, avrebbero dovuto rappresentare il punto magico del Regime e impressionare non solo gli illustri ospiti e i 52 Paesi presenti, ma il mondo intero. Fu un giovane atleta americano di colore, Jesse Owens, a mandare all’aria coreografia e spettacolo. Con le sue quattro medaglie d’oro vinte costrinse il Führer, che gli negò per ben quattro volte la stretta di mano, ad avere almeno qualche dubbio sulla superiorità della razza ariana…

A metà agosto del 1936 Willy Brandt, provvisto di un passaporto norvegese falsificato alla perfezione che sanciva la sua nuova identità – “Gunnar Gaasland” – attraversa la frontiera a Warnemünde destinazione Berlino. Qui, questo almeno l’incarico le cui direttive erano state apprese personalmente dalla sede centrale di Parigi, bisognava prendere contatti con quello che restava del partito, riorganizzarlo e infondere coraggio e voglia di resistenza a gruppi sempre più sparuti della sinistra. In questo periodo sono stati frequenti, nonostante la severità dei controlli, gli incontri con i giovani della sinistra clandestina; alcuni momenti di quelle appassionate discussioni saranno a distanza di anni temi di nostalgici ricordi: “E cosa avevo da raccontare, al di là di una valutazione della situazione generale? Per esempio, che ho ricordato agli amici di allora, di non scordarsi di una cosa: Per la maggior parte dalla gente la vita non è costituita da ismi, ma da mangiare, dormire, partite di calcio. Noi avremmo dovuto imparare a non parlare sempre di alta politica, ma di prepararle la strada affrontando problematiche comuni.” (da “Erinnerungen”, Ricordi). Nell’immediata vigilia di Natale, ancora scosso dalle nefandezze della Gestapo e con l’animo profondamente turbato per le accorate confessioni di tanti compagni decisi a suicidarsi per non cadere in mano a quella terribile polizia segreta, riesce a lasciare Berlino, destinazione Praga dove c’era da preparare la conferenza dei “superstiti” della SAP provenienti da tutta l’Europa, Germania compresa, passata alla storia come la conferenza di Kottowitz. Proprio nel quadro di questa iniziativa si doveva profilare per Willy Brandt una nuova missione; questa volta nella Spagna di Franco, diventata terreno di scontro tra nazisti e comunisti.


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Bart