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LETTERATURA: “Letture liguri” di Antonio Panizzi, casa editrice Philobiblon

23 Dicembre 2010

di Francesco Improta

Belle e rivelatrici mi sono sembrate le pagine su Giuseppe Conte, frutto di una lunga e appassionata frequentazione delle sue opere, di un’evidente affinità di gusti e di interessi, e anche di sincera amicizia. Ho particolarmente apprezzato l’analisi del componi ­mento Ai Lari da cui traspare il complesso rapporto di Giuseppe con il padre e anche una sorta di umanesimo atavistico che risale, come Panizzi giustamente rileva, al Foscolo. L’unico rammarico è che delle altre raccolte di Conte, tutte ugualmente belle (Ferite e rifioriture ha ottenuto nel 2008 il Premio Viareggio), non si faccia cenno, limitandosi Panizzi a una disamina attenta e appas ­sionata solo della sua prima raccolta di versi Le stagioni. Meno conv ­incenti le pagine dedicate a Biamonti, se si esclude il ricordo per ­sonale dove, favoriti anche dalla bellezza suggestiva del posto, lo scrittore e il paesaggio si riverberano l’uno nell’altro; ricordo che tra l’altro, come polline in primavera, riesce a fecondare al ­cuni fiori pregiati, posti all’inizio della sezione dedicata a Bia ­monti: i versi, cioè, che Panizzi ha scritto sull’onda della commozione ad un mese dalla scomparsa dello scrittore di San Biagio. Non si condivide, invece, l’interpretazione in senso religioso di alcune sue pagine né l’accostamento del faro, che nell’immaginario di Francesco, naufrago senza mare, ha una precisa valenza simbolica (emblema di confine, dove, però, luce e ombra, pericolo e sal ­vezza, vita e morte si alternano e si confondono continuamente), alla chiesa che non ha mai esercitato alcuna attrazione nei suoi confronti se non per la bellezza eventualmente delle sue strutture architettoniche, o per la particolare atmosfera mistica che vi si re ­spira in alcuni momenti liturgici, penso al canto gregoriano di cui parla in Vento largo, quando la protagonista Sabel si rifugia nel monastero di Saint Honorat nell’isola di Lerins.

Gradevole il cammeo, perché di cammeo si tratta, dedicato a Ca ­proni dove colpisce, tuttavia, l’accostamento di Caproni a Montale partendo da un verso del canto XXIV dell’inferno dantesco “sanza sperare pertugio o elitropia” che Caproni fa suo, spalmandolo su tre versi, e che evidenzia un pessimismo molto più radicale di quello di Montale perché in Caproni non c’è più nemmeno la spe ­ranza del varco, della maglia rotta, dell’anello che non tiene, da cui si potrebbe non dico accostare ma almeno intuire l’oltranza.    

Rigorose le pagine, le più numerose e ricche di informazioni, riservate a Montale, di cui si analizzano con amore, competenza ed acume aspetti meno studiati e approfonditi: l’ultima produzione in versi (Satura; Trentadue variazioni; Diario del ’71 e del ’72; Quaderno di quattro anni) e la sua attività di critico.

Libro per concludere decisamente interessante che getta ulteriore luce sui poeti liguri, di nascita o di adozione che siano, e rivela sensibilità e amore sincero per la poesia, di cui in un mondo de ­gradato qual è quello in cui viviamo, anche se non si condivide – con buona pace di alcuni poeti e addetti ai lavori – la funzione salvifica, si sente sempre più la necessità.


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