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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: L’odore della muffa (La vera storia del signor Poli)

18 Ottobre 2008

di Mariapia Frigerio

La stanza era piuttosto fredda, ma la vecchia signora, preso lo scialle da una poltrona, si mise ugualmente allo scrittoio e iniziò a scrivere, come aveva deciso, la lettera che già da tempo aveva in mente.  

    Mio caro buon amico,
volete proprio sapere la storia mia e del signor Poli? Allora sappiate che è una storia strana, anomala, come strani e anomali sono i due protagonisti, che si perde nella memoria del tempo, negli anni lontani della mia giovinezza, agli albori di una vita che si andava a poco a poco formando. Una storia legata a odori particolari: a quello della muffa e a quello di un vecchio profumo, Baghari.
¬† ¬† Sapete, mio caro, anche se gli anni miei sono tanti, mi sembra di ritornar fanciulla, ora che voi vi interessate a me e a questa mia curiosa vicenda. E, se mi guardo allo specchio, non vedo il mio volto coperto dai solchi profondi delle rughe, la mia canizie raccolta sulla nuca con tante forcine. Vedo, invece, il mio viso di ragazza felice, quando i miei folti capelli, se non erano stretti in una treccia, facevano cornice, sciolti sulle spalle, ai miei tratti minuti e, non ridete vi prego!, alle mie piccole rughe, perch√©, nonostante la giovane et√†, i miei occhi sempre avevano avuto, tutt’intorno, queste sottili, e all’epoca, graziose, ragnatele.
¬† ¬† Vi parlavo di ragazza felice e devo dirvi, in tutta sincerit√†, che ebbi degli anni in cui fui molto felice…forse…forse solo quattro anni, tra i diciannove e i ventitre anni, tra la muffa e Baghari.
    Ma lasciate che vi spieghi.
Avevo, fin dalla pi√Ļ tenera infanzia, sognato di fare l’attrice. Oh, non quella di cinema! Sognavo di calcare… le scene teatrali. ¬† E, come tutte le bambine, alternavo questo mio sogno a quelli sentimentali.
Avevo visto in televisione, un pomeriggio, il signor Poli che interpretava un bambino sciocco e tontolone in balia degli scherni di una …bambinaccia (s√¨, s√¨: lui si sarebbe espresso cos√¨).
Beh, vi devo confessare che lo trovai bellissimo e, con l’amore che pu√≤ provare una bimba di cinque o sei anni, me ne innamorai.
Era bello, ma non solo… aveva, ai miei occhi, qualcosa che mi avrebbe, anche in seguito, affascinato in altri uomini. Aveva, pur essendo gi√†, per et√†, uomo, l’aspetto di un bambino. E poi…poi qualcosa di femminile, di aggraziato, di cos√¨ lontano dal prototipo della virilit√† che io trovai allora – e avrei trovato anche in seguito – particolarmente consono alle mie esigenze di donna.
¬† ¬† So che voi comprenderete, che non farete della facile e, permettetemi la parola, sciocca ironia su un discorso di virilit√† per il signor Poli. So che non siete cos√¨ conformista! E credo di conoscervi ormai troppo bene se tutti i marted√¨ venite in visita da una vecchia pazza come me, se accettate il mio desinare monotono, le mie chiacchiere ininterrotte, se vi immergete con me nelle mie carte, nelle mie foto, nella polvere del mio studio… se sembrate gioire di questa mia infanzia rugosa!
A diciannove anni, dunque, decisi di conoscerlo.
E’ strano come io che sono sempre stata fatalista, che aspetto ancora oggi, nonostante l’et√†, che i sogni si avverino ( e si avverano, credetemi,
basta aver pazienza, basta saper aspettare!), a volte decida di essere io stessa a guidare il destino e di colpo diventi artefice dell’accadere degli eventi.
    E così, quella volta, andai nel suo camerino con la banale scusa di complimentarmi per il suo spettacolo.
Credo, tuttora, che la mia presenza lo rallegrasse, e insieme uscimmo nella notte della triste città e insieme andammo a cena.

¬† Fu cos√¨ che inizi√≤ una storia, la storia pi√Ļ lunga della mia vita, la mia unica vera storia d’amore.
“Una storia d’amore con… un uomo cos√¨?” – mi chiederete. Eppure vi assicuro che fu una storia d’amore, anche se particolare, se fuori da ogni norma e da ogni schema.
  La vecchiaia mi permette di parlare chiaramente di argomenti che forse, un tempo, mi sarebbero parsi imbarazzanti, sui quali una certa educazione e, non da ultimo, il fatto di essere donna mi avrebbero imposto il silenzio.
¬† Invece da vecchi, se solo si √® un po’ pi√Ļ saggi, si √® sicuramente molto pi√Ļ liberi e senza tanti falsi pudori.
¬† E allora vi devo dire, senza pi√Ļ tergiversare, che ci sono molti modi di fare l’amore: √® solo, come dire?, una questione di testa. Perch√© il segreto di tutto √® solo qui, in questa scatoletta sotto i capelli.
Pensate che, per merito della scatoletta, io ancora l’ho con me, il signor Poli, in questa grande casa dove io ormai mi muovo a fatica e dove lui fu solo poche volte, ma che felicit√†, quelle volte!
Mi sembra ora: lo vedo entrare, fare come se questa fosse la   sua casa, gioire per le mie tavole apparecchiate con cura, per il rosso di una tovaglia, per il lume di una candela.
  Ma è meglio che adesso torni al mio racconto.

¬† A diciannove anni ero piuttosto robusta. L’essere grassa o magra erano sempre stati, per me, segnali dei miei umori e dei miei turbamenti.
¬† A quell’epoca, prima di conoscerlo, ero inquieta e vivevo gli smarrimenti di chi, volente o no, si sta trasformando in donna.
Ero stata molto corteggiata, ma , per chiss√† quali motivi, la cosa mi annoiava. Non m’interessava fare la vita delle altre ragazze, non mi interessava avere un ragazzo al fianco.
Così declinavo con finte scuse ogni invito e, a poco a poco, mi ero isolata.
  Vivevo Рa parte la scuola il mattino Р tutta la giornata in casa. Studiavo di mala voglia, leggevo senza passione e annegavo quella mia noia esistenziale nel mangiare senza ritegno, a qualunque ora, qualunque cosa.
  Quando conobbi il signor Poli avevo finito il liceo e portavo le conseguenze floride del mio essermi lasciata andare.
Ebbene, mio caro, pensate! Lo conobbi in ottobre; per i morti lo andai a trovare a Roma; in dicembre, quando torn√≤ per il suo mese di spettacolo nella mia triste citt√†, io non ero pi√Ļ la stessa.
Ero magra, incredibilmente cambiata, ritornata con la mia gioia di vivere.
E mi ero ( ma mi sembra che voi gi√† l’abbiate capito e – del resto – che cosa non capite voi, mio amato interlocutore?) ¬† trasformata per lui, perch√© ormai ogni mio gesto era studiato, ogni mia decisione era presa, per far piacere a lui, per avere la sua stima e la sua ammirazione.
In dicembre, dunque, quando arrivò, mi trovò iscritta alla Facoltà di Lettere, libraia il mattino Рper il periodo natalizio Р  in una grossa libreria, marionettista Рnei fine settimana Рnel teatro dei Lupi.
S√¨, ero riuscita, in modo un po’ particolare, dietro le quinte, a fare teatro, muovendo i fili e dando la voce a marionette antiche, in un teatrino antico e, potrei dire anche con gente antica, perch√© quando scendevo negli scantinati della chiesa di Santa Teresa – dove era il teatrino in miniatura con platea, galleria, barcacce, sipario in velluto rosso – ¬† tutto era immerso da un profumo di muffa e di passato: gli arredi, i muri e gli uomini stessi.
E chi vi entrava, chi vi lavorava, si staccava quasi dal mondo reale, quello esterno, quello che frettoloso percorreva le strade della citt√†, per fare parte di questo altro mondo, mondo fittizio e pur vero a un tempo, mondo che sapeva di muffa, con uomini che sapevano d’antico.

¬† ¬† Avevo, dai Lupi, un mio camerino – essendo l’unica donna -, una specie di ripostiglio scavato nei grossi muri. L’odore della muffa era qui pi√Ļ intenso che mai.
Mi serviva, il camerino, per indossare i miei abiti da lavoro che erano pantaloni in velluto e maglia blu, roba andante che non correva il pericolo di sciuparsi, sfregandosi contro il ponte da cui muovevamo i nostri bambini con fili. Il vecchio Lupi, suo figlio e tutti gli altri si cambiavano sotto, in una specie di scantinato.
Quei signori, con cui lavoravo, erano attratti da me e ognuno a suo modo, e con i suoi mezzi, cercava di corteggiarmi: chi portandomi a teatro per farsi ammirare come scenografo; chi cercando di commuovermi con la sua infelicità coniugale; chi facendomi da autista quando andavamo, per qualche motivo, in trasferta.
 Anche il vecchio, scorbutico signor Lupi non mi aveva fatto mancare qualche complimento, ma erano complimenti garbati, da vecchio gentiluomo.

Quello che nessuno di loro Рe nessun uomo in generale Р  riusciva a capire, è che una donna possa decidere di essere sola, possa da sola (ma non sola) essere nel mondo.
  Il signor Poli venne naturalmente a vedere gli spettacoli e, con la signorilità che lo distingueva, si aggirava tra quelle bambole di legno, si interessava, mandava pubblico.
E i miei colleghi, che non avevano, prima del suo arrivo, risparmiato le solite pesanti battute sul suo conto, ammutolivano alle sue parole e io, dopo lo spettacolo, me ne andavo con lui (io sempre sola) con l’orgoglio di essere con una persona unica.
¬† E al suo braccio percorrevo le strade della mia citt√† che, da quando conoscevo lui, non era pi√Ļ triste, anzi, mi accorgevo che era una citt√† molto bella e come lui l’amava, io l’amavo. E tanto parlavamo in quelle ¬†nostre camminate! Prima d’arte e di letteratura, poi, a poco a poco, i nostri discorsi si fecero sempre pi√Ļ personali e tra noi si cre√≤, sempre pi√Ļ, una vera e propria intimit√†.
¬† Io vissi con il signor Poli tutti gli episodi pi√Ļ importanti della mia vita e lui solo seppe di me cose che mai nessun altro avrebbe saputo.
Fummo insieme, nella notte profonda, a passeggiare nel parco del Valentino, in quei suoi Natali torinesi, in questa città che io ora amavo.
Noi due, sotto la neve, sotto il suo ombrello, eleganti dopo una serata da comuni amici, con i piedi bagnati nelle nostre scarpe da sera. Stretta a lui, sotto l’ombrello, mi sentivo donna, felice e appagata, mi sentivo amata e stimata.
E fummo insieme in molte altre occasioni. Fui nella sua casa di campagna, fummo pi√Ļ volte a Firenze e a Milano.
Mi fu vicino quando mi nacque mia figlia, in un inverno gelido, sotto la neve, a Torino.
Mi fu quasi marito… se con questo termine non lo sminuissi: mi don√≤ fiori, gioie, mi offr√¨ denaro in momenti di bisogno.
E, come se realmente fosse mio marito, lo seguii nella sua camera d’albergo, io , allo stremo delle mie forze, con la pancia immensa di un nuovo bambino e il portiere mi don√≤ una rosa, mentre mi vide, serena, salire con lui.
E, giunti in camera, mi aiut√≤ a spogliarmi, mi offerse una sua vestaglia e, dopo avermi fatta sdraiare, si sdrai√≤ lui pure accanto a me, accarezzandomi con grande tenerezza e con un po’ di pena per il mio stato felice e infelice a un tempo e, alla voce di lui che leggeva per me, mi assopii in uno dei sonni pi√Ļ sereni e dolci della mia vita.

                                  Fedele amico, quando giungerà il giorno del nostro prossimo incontro, quando ancora una volta voi sarete qui per dividere con me le mie follie, ricordatemi, vi prego, di mostrarvi la bottiglietta del mio Baghari.
E se vorrete continuare a essere pazzo con una pazza come me, aprir√≤ per voi quest’ultima ampolla (non ne esistono pi√Ļ in commercio, sapete?) e insieme sentiremo questo elisir, questa magica pozione che mi riporta ai miei anni pi√Ļ felici, a quando, dopo essermene spruzzata abbondantemente le vesti e il collo e i polsi, al suo braccio, al braccio del signor Poli, percorrevo le vie della mia citt√† che non era pi√Ļ solo una citt√† triste e fumosa, ma… l’universo stesso!
E vi far√≤ anche vedere la mia camera, con il suo cuscino di raso a forma di cuore sul mio grande letto matrimoniale. Perch√©, forse non ve l’ho mai detto, e forse pu√≤ non sembrare, un tempo lontano fui anche una donna sposata, ebbi un marito e sarei stata – credetemi! – ¬† un’ottima moglie se lui avesse saputo non solo sposarmi, ma anche amarmi. E credo, con quel mio matrimonio, di aver portato tristezza in molte persone ¬† (non solo nel signor Poli!) ¬† soprattutto in quelle per cui ero stata fonte di inesauribile letizia.

Questa, mio caro, è la curiosa vicenda, fatta di odori e di profumi, fatta di testa e di cuore, ma così ricca, così vissuta, così fondamentalmente essenziale nella mia vita, che al confronto tutto il resto sparisce.
E anche ora che non lo vedo pi√Ļ (ma chiss√† dove siamo quando semplicemente non ci vediamo pi√Ļ!) ¬† la vicenda curiosa e dolce, la sua piena tenerezza vivono sempre e comunque in me.
                          A presto, a martedì, e credetemi
                                                            vostra aff.ma   *****

P.S. Aggiungo ancora qualcosa e lo aggiungo per dirvi che vorrei tanto che voi esisteste davvero, amico caro, fedele interlocutore, e vorrei già vedermi vecchia, già tutta rivolta a guardare il passato, già con una vita interamente, o quasi, compiuta.
Invece no! Voi non esistete e io vi immagino e vi cerco, io che ancora brancolo nel mezzo della vita, e non sono vecchia, e non so se mai lo sarò o se la sorte mi riserverà la fine precoce di molte donne della mia famiglia.
E mi dispero, in questo marasma, follemente, e mi dispero e sono disperata a volte come non mai.
Ed √® per questo che vi cerco ed √® per questo che parlo di lui, di Paolo Poli, per voler dire di lui “quello che mai non fue detto d’alcuno”. ¬†

Fiumetto – Lucca, settembre/ottobre 1988


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4 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: L'odore della muffa (La vera storia del signor Poli) - Il blog degli studenti. — 18 Ottobre 2008 @ 07:48

    […] ciaffoni: […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 18 Ottobre 2008 @ 22:09

    Jean Paul scriveva: ‚ÄúIl ricordo √® l’unico paradiso da cui non possiamo venir cacciati‚ÄĚ. Dunque il ricordo diviene motivo di salvezza, ci aiuta a vivere ed a superare le amarezze di un tempo ingordo, che impietoso se ne va, portandoci via tutto o quasi, ma non la voglia, il desiderio di rituffarci in momenti assaporati, appunto.
    Pagina delicata, ricca di sensazioni che spaziano in diverse angolazioni emotive, ma si soffermano negli odori, nei profumi, nelle tenerezze, in certi luoghi e soprattutto nell’esaltazione di un amore pressoch√© idealizzato e mai dimenticato. Tutte forti e dolci sensazioni, confessabili solo in un diario intimo, ma con la decisa volont√† di esternare per quella schiettezza che si raggiunge in et√† avanzata, quando paiono ritornati l’ingenuit√†, l’innocenza, il candore tipici dei piccoli, che ci riportano a fare o a dire ci√≤ che non faremmo o diremmo altrimenti
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Alessandro Maffei — 19 Ottobre 2008 @ 18:25

    Una lettera d’amore dedicata a P.; una storia d’amore ‚Äėunica e vera’, e irriducibile a qualsiasi facile formula. La ‚Äėvecchia signora’ ci socchiude appena la porta sull’universo dei sentimenti femminili e ci trascina ad una vertiginosa profondit√†.
    Veniamo a sapere anche del suo essere madre e moglie ma quasi incidentalmente, come fosse la parte del suo universo meno riuscita e meno felice e, tuttavia, non meno importante.
    Pu√≤ una donna ‚Äėdecidere d’essere sola (ma non sola)’? Forse non lo si potr√† mai sapere. Il post scriptum, per√≤, come un grido di dolore, ci rivela la disperazione di un’altra diversa solitudine.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 19 Ottobre 2008 @ 20:51

    Cari lettori, sono felice di anticiparvi che avremo altri brani di grande sensibilità di questa brava narratrice.

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