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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Mario

9 Aprile 2009

di Enzo Ferrari    

Essendosi fatta avanti una Casa editrice, blocchiamo volentieri la pubblicazione dei successivi racconti, formulando i migliori auguri all’amico Enzo Ferrari. (bdm, 17 aprile)

(E’ nato a Genova nel 1956. Attualmente è residente ad Imperia, per ragioni di lavoro.   Dipendente bancario. Molto amante della lettura e, in particolare, della poesia.
Ha pubblicato nel 2007 un libro di versi con l’editore De Ferrari di Genova, “Nuvole d’estate in Liguria”.   Cinque componimenti sono apparsi sul terzo numero del 2008 della rivista letteraria “Satura”, mentre altri testi in più occasioni sui blog   La poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso e di recente (marzo 2009) sulla prestigiosa rivista on line Viadellebelledonne).

La bimba ama leggere i fumetti. Nessuno in casa osteggia le sue letture, tra le quali c’è Topolino e la sua banda d’allegri amici.  Topolino che in questi giorni compie 80 anni, è un topino piccolo e tenace, furbo e dispettoso sempre pronto a cacciarsi nei guai, cresciuto diventando un eroe, in lotta contro i prepotenti e i criminali. Un personaggio in calzoncini corti, camiciola a mezze maniche, coraggioso, leale, intelligente, forte che rispetta e fa rispettare le leggi.
Mario è nato prima dell’eroe a fumetti, tre lustri prima, classe 1913. Ha vissuto di giochi semplici, di nuotate in mare, di ricci mangiati appena pescati, di fichi rubati sugli alberi pressoché acerbi, di castagne col latte del doposcuola, del circo di Buffalo Bill arrivato apposta a Genova dall’America con i cavalli, delle corse nei vicoli e nelle strade senza auto, dei viaggi “gratuiti” sui predellini posteriori dei tram. E’ persino sopravvissuto all’influenza spagnola e ad una febbre tifoide che gli ha permesso di mangiare a quattro palmenti dei piatti di pasta condita ma fredda rubata alle suore, nonostante il divieto assoluto di deglutire alcunché che non fosse brodo di gallina.
Topolino non partecipa attivamente alla guerra. Non scende in campo a fianco dei soldati. Si limita ad illuminare col sorriso le sere dei lettori. Un tratto in comune i due lo hanno. I   due occhi tondi, neri, pieni di espressività di Topolino assomigliano al ritratto di Mario che ha invece vissuto la guerra e che negli anni finali incontriamo su un treno in una qualunque stazione d’Italia.  

Il soldato impugna il suo fucile con una fierezza ormai stanca. Ha in testa un elmetto scheggiato pesante, sporco di terra. Si aggira solo tra i carri della stazione. Gli ordini che ha ricevuto sono ben precisi. Controllare alcuni vagoni chiusi e sigillati in sosta su un binario morto già da qualche giorno, in attesa che una locomotiva li porti altrove, in una località distante, più a nord, verso la Germania. E’ stufo di questa guerra. Da troppo tempo non vede casa. Lui che vive nei sobborghi di Colonia con i vecchi genitori, ha la fidanzata che lo aspetta fiduciosa. L’ultima sua lettera che ha ricevuto è di quattro mesi prima. La tiene con sé in un piccolo portafoglio dentro la giubba immonda e puzzolente di sporco e di sudore che indossa. Non ricorda neppure più l’ultima volta in cui l’ha lavata. Tutte le sere prima di dormire tira fuori quelle poche pagine quasi ingiallite, le legge e rilegge, ormai conosce a memoria ogni capoverso, ogni parola. Si ricorda di tutti i passaggi, di quanto la fidanzata lo ami, di quanto vorrebbe stringerlo a sé, di quanto vorrebbe essere stretta dalle sue braccia forti e potenti, da contadino. In questo freddo inverno ha gustato il sapore salato delle lacrime ogni volta che ha preso mano a queste poche pagine.
Da ieri l’aria è meno fredda. Se n’è accorto anche il soldato. Segno che la primavera è arrivata, finalmente. Gli uccellini hanno ricominciato a cantare. I pochi alberi rimasti dietro la stazione stanno dismettendo l’abito invernale. Un uccello si alza in volo, sbattendo le ali. Il soldato lo segue con gli occhi, rendendosi conto che quello è il primo volatile che rivede da mesi a questa parte. Il suo volo gli restituisce la percezione di una vita normale. Tra le rotaie qualche filo d’erba ingentilisce il grigiore generale. Il soldato si ferma a guardare questi ciuffi di verde, assalito dalla nostalgia dei suoi campi, degli animali, della vita contadina che ha dovuto lasciare una mattina d’estate con uno zaino sulle spalle, mentre le albicocche grosse e mature erano pronte sugli alberi per essere raccolte. Si china a raccogliere un piccolo fiore giallo. Non vuole che venga schiacciato dagli scarponi chiodati o dagli stivali dei suoi camerati. Con quel semplice gesto si piega al suo destino raccogliendo da terra qualcosa come ci si accuccia per allacciare le stringhe delle proprie scarpe.
Questa mattina si attende l’arrivo di un convoglio da sud. I genieri, con fatica, hanno ripristinato la linea dopo l’ennesimo bombardamento. C’è diversa gente in stazione che aspetta fiduciosa il treno. Molti hanno dormito nell’atrio della stazione questa notte. Pezzi di calcinacci ostruiscono l’ingresso principale. La piazza antistante la stazione è stranamente deserta. Da un lato un’auto senza conducente. Dall’altro lato una cascata di detriti ammucchiata a forma di piramide mette sete per la quantità di polvere che il vento, in maniera dispettosa, si premura di spargere nell’aria. La gente è tutta dentro i locali della stazione, nei due ampi saloni di cui si compone, con finestre senza vetri e porte parzialmente divelte. Decine e decine di persone sono accampate, uno accanto all’altro in una promiscuità rivoltante ed accettata come normale. Vecchi avvolti in coperte, bambini urlanti ed affamati con le loro madri stanche di correre da una parte all’altra per trovare qualcosa da mangiare, invalidi con stampelle in legno, qualche soldato silenzioso ed avvilito da una guerra senza fine. Tutta gente che attende di partire, che vuole fuggire, che spera di trovare un altro mondo senza minacce e presagi di morte.
Il treno, atteso da qualche ora, entra finalmente in stazione, sbuffante e lento. Annuncia il suo arrivo con due lunghi fischi, perforando l’aria del mattino. Di questi tempi i treni procedono lentamente, dopo lunghe soste in aperta campagna, nel chiuso delle gallerie, in attesa del ripristino delle linee. La lentezza dei convogli dà il tempo ai tanti passeggeri di prendere involontari appunti a futura memoria, di collezionare immagini dei loro viaggi della speranza. Negli scompartimenti aperti, sulle panche in legno, sulle rastrelliere, si vedono fiaschi e ceste, borse e valige legate con lo spago. Tra ginocchia, mani, gambe e teste reclinate per il sonno, nella smorta luce si incontrano storie di persone, che si scambiano fiato e fumo, mosse anche loro dallo stesso unico scopo, fuggire dalla guerra e dalla morte. Nei corridoi appoggiati ai finestrini, seduti per terra o sui bagagli chiacchierano della fame e del passato. Diverse donne stanno preparandosi a scendere per andare a cercare roba da mangiare nelle campagne. Molti sfollati dalle città industriali sperano di trovare un valido rifugio in questi luoghi. A terra e sui treni sembrano tutti formiche impazzite, in continuo movimento, senza riferimenti e certezze, senza molte speranze.
Come a teatro, in una tragedia collettiva, l’allarme entra in scena. Tutti sono attori dello spettacolo, nessuno è semplice spettatore. La locomotiva nera e pesante ferma la sua corsa dopo poche decine di metri. Il macchinista scende correndo. Tutti scappano, tutti urlano, tutti cercano una ciambella di salvataggio. L’atrio della stazione si svuota, dal convoglio scende la gente e volano scatole e valige dai finestrini. Il caos è generale. Dopo pochi attimi si sentono ronzare gli aerei. Grandi sagome di uccelli predatori si avvicinano secondo percorsi geometricamente definiti. Ispessiscono sempre più il cielo, lo rendono  grigio con le loro ampie ali rigide. La loro compattezza ha qualcosa di armonioso e luciferino. Lo stormo procede compatto per nulla impressionato dai colpi della contraerea entrata in azione con scarso successo. Cominciano a scendere le prime bombe, precedute da sibili sinistri. Inizia il ballo delle esplosioni.
Nella corsa per cercare un riparo, il soldato tedesco indica a Mario uno spesso muro lì vicino, apparentemente solido e sicuro.
Mario sceglie come rifugio un alto pilone di ferro e cemento con sulla sommità un contenitore d’acqua. Per il rumore e la paura, si accuccia rintanandosi in posizione fetale. Per morire in questa devastazione, meglio tornare alle origini, al grembo materno. E’ brutto pensare di venir inghiottito nel mare della fine. La speranza è che l’angolo scelto possa metterlo al riparo dalla morte.
Lampi palpitano nel cielo, si esercitano in una sacrilega rappresentazione. Le esplosioni si succedono, scheggiano l’aria. Le bombe sono molto scrupolose, spianano tutto il visibile. La cisterna d’acqua del nonno è colpita. Il muro, dietro cui si è ritirato il soldato, altrettanto. La stessa terra trema sotto i piedi. Minuti interminabili, fuochi, odore di bruciato, polvere, mattoni che volano, vetri che esplodono. Le mani impastate nei volti, la scorza delle illusioni che si rompe, le lingue delle parole che evaporano. Mario si sente sprofondare in un mare nero e limaccioso, sente d’andare sempre più giù, le braccia cominciano ad essere stanche, perde le forze. Uno strazio, un frastuono invadenti, una terrificante sensazione di soffocamento, un brutto modo di morire, dopo averla fatta franca per tutta la guerra.
Il tempo non sembra passare. Altri scoppi, altri crolli, altre esplosioni. La fuga non è più possibile. Fuori e dentro la stazione ogni cosa viene colpita. Gli ingenui ripari sono crollati. La locomotiva è centrata in pieno. Centinaia di spezzoni di ferro si spargono ovunque. I pezzi di carbone sono scagliati a decine di metri come si vede nei fuochi d’artificio alle sagre di paese.  Bombe esplosive, dirompenti, incendiarie distruggono l’esistente e il morale della gente. La guerra brucia le case e le vite. Non risparmia nessuno.
Gli aerei escono di scena. Sibili ed esplosioni terminano. Gli aerei hanno finito di sganciare, i loro equipaggi vanno via contenti della loro missione. L’obiettivo è stato adeguatamente colpito, ogni collegamento interrotto, messa in ginocchio la macchina bellica nemica per diverso tempo. A terra rimane il disegno della voluta distruzione. Non c’è più un filo d’erba da cogliere.
La polvere comincia a depositarsi sugli oggetti e sulle persone. Una finestra sbarrata dalle inferriate ha resistito, nascondendo alla vista una cucina. Un portale mai dipinto è rimasto integro, seppur abbandonato ed esangue. Un pezzo di pavimento è sopravvissuto, in uno strano equilibrio, in cima ad una scala. Una colonna di fumo esala un puzzo nauseabondo.
I superstiti strisciano, urlano anche se non feriti, si reggono in piedi impietriti dal terrore. Un giovane si lagna come un bimbo piccolo. Un’anziana donna in piedi scruta lontano, cerca il ragazzo che qualche attimo prima correva vicino a lei. La speranza è sparita nel vento. Un uomo con le mani sporche di sangue sposta mattoni e calcinacci alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, senza badare alle esortazioni di alcuni che gli indicano un muro vacillante.  Ogni cosa è sudicia, vecchia e triste.
Ci sono morti, tanti morti. Un uomo con un berretto giace riverso senza più una gamba accanto ad una grossa valigia aperta, da dove spuntano camicie e pantaloni che non indosserà più. Il tedesco ha fatto una fine acrobatica e contorta. Per lo spostamento d’aria è volato per parecchi metri prima di sfracellarsi contro un traliccio. Dalla tempia gli esce sangue misto a cervello. Una donna è orrendamente mutilata di entrambe le braccia: non piange neppure, ha gli occhi sbarrati nel vuoto. Un gatto nero miagola.
Mario è riuscito ad ingannare la morte: è riuscito, senza agitarsi, ad esaurire la fredda sensazione che lo stava avvolgendo qualche minuto prima. Vorrebbe alzarsi e riprendere a camminare, agitando mani e piedi. Ci prova, ma non riesce a muovere neppure un muscolo. Si sente bagnato nei calzoni mentre guarda il braccio sanguinare. Spera che qualcuno si avvicini per condurlo fuori dall’incubo in cui è capitato.
Che razza d’inferno. Dalla nebbia spuntano dei soldati per vedere se ci sono dei feriti. I piedi affondano nella polvere della strada. La polvere è calda, copre il battuto fresco che ha lasciato la notte. Bisogna fare in fretta, prima che anche i superstiti siano completamente sopraffatti. Un gruppo di quattro o cinque figure nere contro il sole occupano tutto lo spazio visivo. Avanzano alla ricerca di qualcuno ancora in vita. I morti non contano più nulla. Al nonno gli tolgono i calzoni, una volta arrotolati li usano come guanciale. Il dolore è talmente forte che non riescono a metterlo su una normale barella. Usano una porta come lettiga. La porta è l’unica cosa rimasta in piedi di una parete crollata. Tutto è bianco all’intorno. C’è un forte odore di bruciato. Un velo di polvere ricopre oggetti e persone. Il nonno, di bianco vestito, è portato all’ospedale e lasciato in un corridoio in attesa. Non c’è posto in corsia. Medici, infermiere, suore e portantini si prodigano per lenire dolori e ferite di tutti, cominciando da quelli più gravi. Il nonno non è compreso tra questi. Le medicine sono poche, mancano persino garze e cotone.  
Vive le notti da sveglio. Il suo corpo giovane e forte è molto provato. Non riesce ad addormentarsi per il dolore. Sente l’odore dei disinfettanti, del sangue misto a quello di catrame e di stoppa che gli ricorda i ponti delle navi. E’ circondato da altre storie di ordinaria sofferenza. Un ragazzo gravemente ferito giace qualche letto più in là nello stesso stanzone. Lo vede distintamente nella luce morente agitarsi per il dolore e per i brutti sogni. Un vecchio ustionato su buona parte del corpo, rantola preghiere ed invocazioni prima di morire. Un altro uomo con una gamba fratturata, continua a ripetere cose senza senso. Rifiuta il poco mangiare che la suora cerca di mettergli in una bocca senza più i denti davanti. La corsia è una collezione di tragedie non solo fisiche. Un anziano con un piede che minaccia la cancrena, ha perduto il senso del tempo e dello spazio: le uniche cose che lo tengono ancora in vita sono due parole, barbera e tabacco. Mario non vuole far la fine di Santiago che lotta contro il destino: quel maledetto ed agognato pesce che si riduce alla testa e alla spina centrale. Non vuole sentirsi, vicino agli altri, vincitore nella sconfitta. A Mario non preoccupano tanto i disagi, le rovine, le minacce e i presagi di morte. In queste circostanze vuole mantenere viva l’idea che possa esistere un domani cui pensare con gioia, una città da rivivere, un amore che lo aspetti a due passi da tutte le cose bestiali che apparentemente oggi lo sovrastano. E’ sicuro in fondo che la sua giovinezza ritornerà. E’ sicuro di riassaporare il piacere, di riconoscere la felicità in un corpo integro. Così pensando si sente meglio, più leggero come preda di una piacevole ebbrezza. Nel frattempo infermieri e inservienti passano tra branda e branda armati  di secchio e ramazze, lasciandosi dietro uno strano sentore di segatura.
Mario non molla la presa.
Tra queste corsie succedono cose anche senza senso alcuno, tra l’inverosimile e il comico. Durante un successivo allarme aereo, non essendoci personale sufficiente ad un’evacuazione di tutti i feriti, Mario e pochi altri rimangono nei loro letti. Nel generale trambusto una giovane suora, ritornata sui suoi passi, si preoccupa di portare in salvo, avvolgendola in una coperta, la statua di Cristo benedicente conservata in una nicchia.
I giorni passano, il dolore rimane, scarsi i calmanti disponibili. Il minimo sforzo lo fa soffrire. Il pane è raffermo, c’è solo acqua da bere, patate bollite, qualche scatola di sardine molto salate. Senza perifrasi continua a resistere nel suo letto. Sa che la guerra non solo distrugge città e fabbriche, ma semina anche morti impiccati e fucilati. Inchiodato al letto non ha la garanzia di uscire vivo, una volta sanate le ferite fisiche che l’hanno colpito. Per ritrovare la strada di casa deve fuggire ancora una volta dalle trappole, dalle tagliole disseminate da chi gestisce il potere, l’intolleranza e la paura. Più che la fame ha timore di non rivedere i suoi cari. L’assale l’angoscia del pensiero di un mondo senza più leggi, minacciato da una rovina irreversibile.
L’angoscia gli attizza l’intelligenza: un gioco del sorriso che sfoltisce il male e la volgarità. Col sorriso riesce a salvarsi. Nessuno deve venire a sapere che è fermo in un letto, facile preda di chi lo cerca da tempo. Con suor Vittorina, che lo interroga sui suoi familiari, s’inventa la scusa che è meglio non avvisare casa, dove la sola mamma anziana e vedova, malata, debole di cuore non avrebbe sopportato sapere il figlio immobile in un ospedale. La suora comprende la bugia e fornisce tale versione alle autorità. Il tempo cancella anche le piccole bugie, la tristezza e la malinconia vivono nelle soste e nelle pieghe della speranza.
Il destino avverso lo perseguita. A casa muore la madre sotto una bomba.   E’ la stessa suora del Cristo benedicente, che gli comunica la notizia.
Dopo parecchi mesi di letto le ferite guariscono. La schiena offesa dal trave che l’ha colpito danneggiando due vertebre, ritorna a funzionare, seppure con dolore e difficoltà. La guerra nel frattempo è finita. Basta allarmi, bombardamenti, rappresaglie, deportazioni. Fortemente dimagrito, indossando gli stessi abiti del giorno del bombardamento, ritorna con fatica a casa.   Rivede le strade che l’avevano accolto per tanto tempo, dalle quali era fuggito per necessità e virtù. Nell’afa estiva incontra il tremolio delle sembianze di case: macerie, buchi, finestre rotte senza stanze dietro, muri vuoti al sole, tetti scoperchiati, colori scuri. La città pare sempre in guerra.  Le mura sono qua e là sbocconcellate come se avessero invidiato la purezza geometrica dell’impegno umano. Cammina attorno a cumuli di macerie, in mezzo a cavi divelti del telefono, a binari sconnessi del tram, a brandelli di tessuti che un tempo avevano abbellito appartamenti o vestito esseri umani. Procede fiducioso che la guerra non ha però distrutto interamente il cuore di pietra della città, la fedeltà alle sue origini, alle varie fortune e sfortune della vita.
Nel cielo volano nuovamente delle rondini: anche loro sono costrette a costruirsi nuovamente i nidi distrutti dalle bombe. Sorretto da due stampelle Mario sale lentamente le scale ripide, dai gradini consunti. Ora la sua paura è di come gli altri l’avrebbero accolto con tutta quella sua sporcizia addosso. Il viaggio l’aveva compiuto, riportando un bottino di fuoco. Dopo tre piani che non sembrano finire mai, si presenta alla porta di casa della fidanzata. Bussa con forza perché il campanello non funziona. Il suo corpo, fragile come il vetro, è stremato dalla salita e dall’emozione.   Gli apre l’amata che nulla sapeva, che tanto sperava di riabbracciarlo. Si guardano per un istante lunghissimo.
L’istinto di conservazione è una legge importante della vita. Gli occhi di entrambi, accesi e preoccupati, s’incontrano. La giovane donna lo scruta con discrezione, con un timido sorriso, stringendo protettrice a sé il redivivo. Delicatamente lo aiuta ad entrare, lo coccola con le mani e con le parole. Volutamente si astiene dal chiedergli cosa è accaduto, per non ridestare ricordi e sofferenze. Il nonno si sforza d’essere normale, si tiene dritto in piedi. Scaccia velocemente la confusione e un certo rossore dalle guance. Pronuncia belle frasi che decollano libere, si librano alte, aperte, mentre il suo corpo martoriato pare seguirle.
Entrambi non possono gettarsi il passato dietro le spalle. Decidono quindi di affrontare con coraggio le nuove avventure, le nuove sfide che li attendono. Le loro vite d’ora innanzi avranno un sapore diverso.
Prima di pranzo un lungo bagno caldo con del vero sapone, non solo per pulirsi, ma anche per abbandonare gli umori cattivi, per scordarsi delle piaghe e delle ferite. Asciugata la pelle, spazzolati i capelli disordinati, ben rasato, siede finalmente a tavola. La fidanzata per pranzo prepara un buon minestrone alla genovese con il pesto e tantissime verdure, seguito da patate e uova bollite, segno della riconciliazione con il mondo e la vita. Un bicchiere di vino sveglia definitivamente l’affetto ritrovato.  

Ben tornato Mario.
Buon compleanno Topolino.
 

* * *

La bimba dopo i giochi e i giornalini è passata ai libri, dai quali ha scoperto la realtà della guerra.
Non esiste città d’Italia che non sia stata bombardata dal cielo, dal mare o da terra. Tra gli obiettivi strategici più importanti c’erano le linee ferrate e le stazioni, specie quelle nodali per i trasporti e i rifornimenti. La stazione del racconto è quella di Alessandria: il bombardamento aereo è del cinque aprile 1945.


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7 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Aprile 2009 @ 16:00

    Topolino e Mario, due eroi a modo loro. L’uno della fantasia e della fanciullezza, l’altro della dura realtà, dell’ineluttabilità degli eventi, della vita.
    Pagina densa di significato, dove terribili vicende belliche vengono rievocate nella loro fisica drammatica concretezza. Se pur sofferenza e orrore resteranno indelebili nella memoria, la voglia di vivere arriva quasi ad esorcizzare la catastrofe e la barbarie. E come l’eroe Topolino si staglia immancabilmente vincitore sul male e l’ingiustizia, così Mario riesce a ritrovare l’impulso liberatorio, riesce a piegare l’avverso destino, riesce ad essere, alla sua maniera, eroe della rinascita e della vita stessa.
    Tutto l’intento narrativo si traduce in un gesto di autentica, realistica, visiva espressività. E si risolve in un segno di speranza
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 9 Aprile 2009 @ 18:53

    Enzo ci ha regalato una serie di racconti di questa intensità, tutti intestati a persone, che pubblicheremo fino a giugno. Sarà interessante conoscere e scoprire questo scrittore ligure, asciutto nello stile com’è nella tradizione della sua terra.

  3. Commento by marino magliani — 10 Aprile 2009 @ 16:59

    ho apprezzato parecchie cose liguri di Ferrari, che saluto.
    un augurio ai lettori di Parliamone.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Aprile 2009 @ 19:25

    Anche a te, Marino, anche a nome della rivista.
    Ho cominciato a leggere il tuo ultimo romanzo “La tana degli Alberibelli”. Ne scriverò.

  5. Commento by enzo ferrari — 11 Aprile 2009 @ 18:30

    grazie per i bei commenti. spero trovare altri amici tra i lettori di questi miei racconti. Buona lettura a tutti. Attendo volentieri pensieri ed impressioni.
    Un salutone a Bartolomeo e all’amico Marino.
    Buona Pasqua a tutti.

  6. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 11 Aprile 2009 @ 20:21

    Siamo noi a ringraziarti per la tua bella collaborazione. Buona Pasqua anche a te.

  7. Commento by enzo ferrari — 14 Aprile 2009 @ 15:52

    desideravo ringraziare Gian Gabriele Benedetti per le parole a commento del testo, che colgono, fin quasi nei minimi particolari, il vissuto del protagonista e anche il non detto, le sue sofferenze taciute e soprattutto la sua volontà di risorgere.
    Era praticamente quello che volevo esprimere.

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