Rossini a Bologna

di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 26 giugno 1969]

Poco tempo fa, a Bologna » discorrendo di Rossini e della città diletta e poi detestata ebbi a dire che fu un odio di quel genere che origina dall’affetto ed è l’opposta fac ­cia dell’amore stravolto.
A provocare il mutamento furono, com’è noto, due in ­cidenti politici: nel ’48 l’osti ­le chiassata di strada dei pa ­trioti popolani, nel ’51 un’antiaustriaca dimostrazione di si ­gnore nel suo salotto: la pri ­ma lo spaventò non fuor di ragione benché fuor di misu ­ra; la seconda lo sdegnò fuor dell’una e dell’altra, poiché ci vide e più volle vederci un’offesa. La paura fu natu ­rale, l’indignazione pretestuo ­sa: in sé i due incidenti eb ­bero significato episodico, e nei memorialisti e biografi ap ­paiono d’interesse non più o poco più che aneddotico. Ma sgomento e rabbia, e l’avver ­sione che in essi si determinò e si manifestò contro la città già prescelta come patria di elezione ed a soggiorno e ri ­poso degli anni della sua ri ­nuncia alla musica, hanno un intimo significato sintomatico assai più vero e più impor ­tante.

L’ipersensibilità rossiniana che dal 1829 in Parigi e dal ’36 in Bologna s’era venuta facendo tormentosa e morbo ­sa, spasmodica e patologica nell’insofferenza d’ogni uma ­na emozione affettiva, d’ogni morale e intellettuale e fisico turbamento, e nell’avversione anche fisiologica e allucinan ­te, non pure alla musica ma alle note. L’artista già lucido e sano per eccellenza era di ­ventato un uomo ammalato, e, per più di tormento, am ­malato in ciò e per ciò ch’era stata la sua vocazione, la sua forza, l’esser suo di creatore artistico. La tremenda e stu ­penda fatica di un’opera mi ­rabile per quantità, qualità, varietà, e per l’originale e originaria spontaneità e natu ­ralità della vena da cui eran nati i suoi capolavori in ogni genere musicale e teatrale, pervenuta al sommo e all’esau ­dimento suo culminante, esau ­dita nell’artista, nell’uomo si manifestava esausta, esaurita, inconsolabilmente ed implaca ­bilmente: in una stanchezza da settimo giorno di artistica creazione; stanchezza senza ri ­poso e senza requie, inguaribile di tormentosa impotenza anche a riposare.

Essa era cominciata a Pa ­rigi nel ’29, cioè dopo il Gu ­glielmo Tell; a Bologna, dal ’36, s’era aggravata e inasprita: nel ’54 in Firenze, dopo la fuga sgomenta e il furioso ripudio bolognese, toccava il punto critico di una qualifi ­cata nevrastenia, con fobie, manie, fissazioni, angoscie os ­sessive e vergogna e rimorsi e disperazioni. Tanto costava al fisico la spirituale privazione dell’ineffabile felicità dell’ispirazione.

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Per la storia, superata la crisi acuta, nel ’55 espatriato in Francia, guarì, come si guarisce di cotesti mali, ossia venendo a cauta e cautelosa composizione con essi, evasiva, reticente, semmai ironi ­ca: quella ch’egli adottò, nel ­la sua vecchiaia parigina, verso la musica e specialmente la propria, verso il mondo mo ­derno e l’Italia e specialmente Bologna, a cui probabilmen ­te non pensò più e, semmai, cercò di pensarci il meno possibile per le tante e tanto patetiche memorie che gli destava.

Fra queste c’erano i ricordi dell’adolescenza e della prima giovinezza, povere, laboriose, studiose, che l’avevan fatto bolognese non pur di adozione, ma di abitudine e gusto e dialetto, mentre i cit ­tadini modi civili ed affabili e colti, l’avevano indotto ad eleggervi la sua dimora per gli anni che aveva sperato di riposo e ristoro e quiete, do ­po la rinuncia alla musica. Bologna dunque, per quanto la sua carriera operistica fos ­se stata veneziana e milane ­se, napoletana e romana, pa ­rigina finalmente, assai più che bolognese, Bologna era stata la città dei suoi studi ed esordi di musicista e di operista.

Infatti il suo non del tutto immotivato sgomento nel sen ­tirsi gridare austriacante illi ­berale ed antipatriota nei più fervidi e tumultuari giorni del ’48, e il suo del tutto ecces ­sivo ed esagerato sdegno nel ’51, fanno pur pensare a un latente malumore e rancore precedenti.

Che ci fosse, e di che ge ­nere e origine, ne dà spia, fra le molte invettive ed ingiurie non altro che rabbio ­se, ingiuriose, sarcastiche, una ironia, quando ebbe a qualifi ­car « classica » Bologna, anzi, e proprio in regime di occupazione austriaca restaurati ­va, « più classica del solito ». E’ uno scherno, cui non vale, a giustificarlo, il fatto che se egli non aveva partecipato degli entusiasmi e delle illusioni quarantottesche, in ciò aveva avuto criterio di pur lucido discernimento realistico: uno scherno alla città dotta per antonomasia, al suo stile e spirito non romantici: ma avviene di sospettarvi un significato polemico meno incerto e men generico, pen ­sando che insomma il maestro suo di composizione era stato il severo, arcigno, dogmatico, e, com’egli ebbe a descriver ­lo, più che laconico, addirit ­tura taciturno Padre Mattei, depositario musicale di una tradizione dottrinaria rigoro ­sa e rigoristica e misoneisti ­ca, bolognese fin dalla infelicissima polemica dell’Artusi contro Claudio Monteverdi. E Mattei aveva chiamato il giovine allievo « disonore » della sua scuola, eppoi, e peggio, con magisteriale in ­generosità e magistrale gran ­chio a secco, aveva commen ­tato il successo dell’Italiana in Algeri, sentenziando che Gioacchino aveva « vuotato il sacco ».

Del resto, l’opinione e la critica seria e seriosa rimase per lo più retriva e ritarda ­taria lungo tutta la carriera di lui nel « buffo » farsesco, nel « comico » e specialmente nell’« opera seria », che dal giovanile incanto del pateti ­co Tancredi alla epica gran ­dezza del Tell, si affermò e si svolse, non senza contra ­sti, disavventure, fatiche, tra ­vagli. Ma, stando al caso, il sarcastico epiteto di « classi ­ca », sinonimo di pedantesca e accademica e sussiegosa, denota che qualcosa di quella tradizione e d’un’opinione e umore non favorevoli nei suoi riguardi, gli fosse trapelato dal chiuso ambiente bolognese musicale dotto e dottrinale. E Rossini, intelletto di rara e ammirevole lucidità e consa ­pevolezza critica, quale si di ­mostra nell’opera sua e nel suo sviluppo e nel suo stile e linguaggio, alle critiche sen ­sibile fin morbosamente, era attento agli umori e alle opi ­nioni tanto che, per esem ­pio, al mezzo successo del Gu ­glielmo Tell all’« Opéra » in Parigi, aveva rifiutato di com ­parire alla ribalta per ringra ­ziare il pubblico dei suoi ap ­plausi di stima. Al mezzo suc ­cesso della prima, era seguito in Francia un insuccesso piut ­tosto lamentevole, mentre in Italia fra gli stessi rossiniani, anzi fra i più entusiastici, si diffondeva l’accusa ch’egli, espatriando, si fosse artisti ­camente trasgredito. L’avran detto anche a Bologna, ripren ­dendo, vedi caso, la vecchia critica che allo scolaro, al ­l’esordiente, aveva messo il so ­prannome di « tedeschino ».

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Sono ipotesi, ma è certo che se lo sgomento e l’avversione furono, non che eccessivi, an ­che esagerati, alle varie ragioni del fatto può ben aggiungersi il sospetto di una inveterata, latente e magari inconscia, animosità di Rossini verso Bo ­logna.

Considerando, all’incontro, il futuro, in Bologna veniva preparandosi e maturando una disposizione innovatrice e fa ­vorevole alle innovazioni, ne ­cessaria a quell’apertura intel ­lettuale e polemica rottura da cui esplose la passione bolo ­gnese per Wagner e in cui nacque il colto amore citta ­dino per la grande musica ro ­mantica da concerto. Ma che di quella disposizione abbia avuto sentore o sospetto il Rossini, dispettoso e affettato e doglioso misoneista, sarca ­stico, non si può, credo, do ­cumentare.

D’altronde, e all’opposto, chi si diletti a immaginare un color locale, un ambiente ci ­vico, un umore, un’architettu ­ra conformi, originariamente, al Barbiere rossiniano, ri ­corderà che questo ebbe non per caso interpreti primi e ge ­niali, anzi congeniali, una Ro ­sina e un Figaro, la Giorgi Righetti e lo Zamboni, ambe ­due bolognesi, mentre l’Almaviva Garcia, spagnoleggiando, contribuì allo storico fiasco del 20 febbraio 1816 al teatro di Torre Argentina in Roma. Ma c’è dell’altro, perché se uno prende gusto a un simile im ­maginar bologneggiando, vede una fuga di quei meravigliosi portici, e comparire da dietro una colonna con un mezzo scambietto, chitarreggiando., il gaio, lo « svelto » Figaro del bellissimo libretto; scorge sot ­to gli archi passeggiare Don Basilio solfeggiando e batten ­do il tempo con magistrale ed ipocrito sussiego: la finestra con la « gelosia » da dietro la quale si sentirà la voce di Rosina, dà su una piazzetta o su un trivio, dove il serenatante Almaviva avrà raccolto un coretto di scanzonati, buone voci d’osteria e di stra ­da, anzi di porticato « petro ­niano »; eppoi, nell’esosa e amara grinta di Don Bartolo apparirà in trapelo la ma ­schera prettamente bolognese e universitaria, dell’irascibile e dottorale Balanzone.

Uno dei valori dell’incom ­parabile Barbiere rossiniano proviene dall’avere ricavato dalla Commedia dell’Arte partiti e figure e effetti d’una semplicità e vitalità e comicità di significato ed efficacia uni ­versali e immediatissimi.

E così, in quell’aria e stile d’umore e color locale, e nella bellezza poetica dell’opera ge ­niale, Rossini e Bologna si son riconciliati, han fatto pace in immortalità.

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