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LETTERATURA: Padre e figlia

2 Gennaio 2011

di Mariapia Frigerio

Ugo è molto vecchio. Solitario. Abitudinario. Stessi gesti, immutabili, nella sua vita vuota. Vuota come il suo frigorifero. Giusto le cose essenziali da mangiare. Sempre le stesse.

C’è chi provvede a comprarle. Qualche yogurt, mezzo litro di latte, una fetta di filetto, un po’ d’insalata. Poi a cucinargliele.

A fine pranzo una tazza di Nescafé. Insieme a due wafers alla nocciola. I Loacker. Due. Non uno di più.

Virginia viene a trovarlo il sabato. Quasi tutti i sabato. Non più giovanissima, quando entra in casa la sua voce chiama con entusiasmo: «Papà! ».

È il segnale del suo arrivo. Una voce argentina che risuona per la casa vuota. Una voce che risveglia Ugo dal suo torpore. Una voce squillante che pure lui, che fatica a sentire, riconosce come quella della sua bambina.
Succede che per le festività (i morti, Natale, Pasqua) la figlia si fermi alcuni giorni.

La scatola di latta dei Loacker, allora, non occupa più il solito posto e viene lasciata aperta. Così pure quella dei grissini. Il barattolo del suo Nescafé spostato.
Il frigorifero riempito di cibi per lui impensabili.

«Sempre così quando arriva la Virginia » borbotta tra sé, quando vede quello che per lui è uno scempio. Per le sue abitudini. Per la sua solitudine. Per il suo modus vivendi.

Mangiano insieme, nei loro sabati. Lei parla. Lui ascolta distrattamente. Poi, come se niente fosse, se ne va a riposare.

Quando, al risveglio, rientra nella grande cucina Virginia non c’è più. È ripartita senza disturbarlo. È ritornata in città.
Tutti i sabati…
Ma c’è qualcosa in questa figlia, già madre e nonna, che non lo lascia indifferente.
Lui che è insensibile a tutto.
Lui che non ha mai pianto.
È il piattino.
Il piattino con gli avanzi di certi dolcetti che lei, nelle sue venute, non tralascia mai di portargli.

Ugo è severo. È arcigno. Non ne vuole sapere. Mai rinuncerebbe alla inveterata abitudine dei due Loacker. Due. Non uno di più.
Dice sempre, fra sé e sé: «Odio gli avanzi ».

Ma quel piattino che ritrova sul grande tavolo della cucina, con due o tre fettine di torta o con un biscotto particolare, quando si sveglia dal suo cupo sonno pomeridiano, oppresso da nubi nere, lo commuove.

Pensa che ora è debole. Pensa una cosa per lui impensabile. Pensa che ora vorrebbe piangere. Piangere col pianto di un bambino. Ma i suoi occhi restano asciutti. Ugo non ha mai pianto. Forse non sa neppure come si faccia.

Il sabato successivo, mentre la figlia sta sistemando le sue cose prima di ripartire e ancora non ha preparato il ‘piattino’, va nel suo studio. Siede allo scrittoio. Con mano tremante inizia a scrivere.

Poi lascia questo biglietto sul tavolo.
Alla mia cara Virginia, che ogni sabato, col suo piattino, mi fa sentire un po’ meno solo e che, soprattutto, mi ha aiutato a piangere.

Sul piccolo foglio una macchia impercettibile. Umida.
Lo lascia lì, sulla grande tavola, pur sapendo che ugualmente, con fastidio, quando troverà gli avanzi dei dolcetti, getterà tutto nella spazzatura.


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3 Comments

  1. Commento by mariapia frigerio — 2 Gennaio 2011 @ 11:39

    Commento di Gian Gabriele Benedetti

     

    La vecchiaia, la solitudine, una vita serrata tutta dentro, sia pur in un cuore che pare tetragono ai sentimenti. Mai una lacrima, se non la prima e l’ultima, alle porte di una fine imminente.

    E poi una figlia, non più giovane, ma capace di portare, con la sua voce argentina e con quel piattino di dolci avanzati, un minimo non frequente sollievo. E’, questo, in effetti l’unico segno di vicinanza e d’affetto, che riesce a scaldare un poco un animo chiuso nel suo grigiore. Tanto da far sciogliere il vecchio in un impensato abbandono verso una commovente tenerezza, anche se sembra non voler cedere del tutto al gesto emotivo.

    L’efficacia evocativa gioca felicemente con lo scavo intimo e con le immagini proposte, mentre le parole, qui, assumono il ruolo di scrigno, dove si racchiude tutta la delicata e triste tensione di chi resta a dividere quasi con solo se stesso il peso di un’età che non concede più spazi. Eppure una flebile luce, in fondo in fondo, si accende e si accompagna alla complessa funzionalità del paesaggio umano.

       

                            Gian Gabriele Benedetti

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Padre e figlia — 2 Gennaio 2011 @ 12:30

    […] Link fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Padre e figlia […]

  3. Commento by claudio grosset — 4 Gennaio 2011 @ 08:52

    C’è una vecchiaia fisica ed una morale. La prima c’è sempre stata, la seconda è nella nostra mente, una atteggiamento strettamente personale pur se condizionato dal tempo presente, anche frenetico, e dall’ambiente, dalla società in cui viviamo. Ugo affronta ‘con giudizio’ l’inevitabile deperimento fisico, centellinando dosi consone di alimenti alle reali necessita del corpo, altra cosa il suo “…modus vivendi” intellettuale. A me pare sentire – dalle mie fantasie!? – ‘una presenza’ assente in questo racconto: la moglie di Ugo e la madre di Virginia. Forse colei che a suo tempo, prima di altri, provvedeva anche alle necessità di Ugo ed alla cui iniziativa, forse troppo, Ugo stesso si appoggiava?

    Concentrato sul primo, mi stava quasi sfuggendo l’altro tema che la Frigerio ci propone nel racconto: l’Amore filiale. Un’amore cosi grande perché inconsapevolmente ma con tenacia e pazienza riesce ‘finalmente’ a smuovere un padre  “severo… arcigno… insensibile”? Esatto!  A parte l’ultimo attributo, Insensibile.

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