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LETTERATURA: Padre Severino

8 Dicembre 2009

di Mario Camaiani

Sbucato improvvisamente dalla foresta, il treno, sbuffando, iniziò la leggera salita dell’altipiano; poi, girando intorno ad una collina, passò davanti a campo S.Paolo, un centro missionario nel cuore della Rhodesia, nell’Africa meridionale.  In quel momento molta gente era radunata nell’ampio spazio antistante la rustica chiesetta e il passaggio del treno polarizzò l’attenzione esultante degli astanti specie i piccoli, che con gioioso agitare di mani, salutarono il fumoso convoglio, dal quale altre persone risposero ai saluti. Fu affare di pochi secondi, poi il treno sparì dietro la collina, diretto verso la lontana Lusaka.

Allora gli indigeni, in gran parte ragazzi, si ricomposero in semicerchio di fronte alla chiesa, dai gradini della quale un missionario, Padre Severino, rivolgeva loro la consueta lezione catechistica. Il sacerdote, uomo sulla cinquantina, di corporatura atletica, ma che dal volto rivelava sacrifici e patimenti subìti, riprese a parlare accarezzandosi la lunga barba, mentre osservava paternamente i suoi ascoltatori. Alcuni di essi dovevano la vita all’intrepido missionario, che era anche il dottore, il maestro e anche a volte il giudice dei vari villaggi di una immensa zona compresa al di qua e al di la del fiume Zambesi. Padre Severino era coadiuvato da altri sacerdoti e, ovviamente, erano sempre in movimento, sempre in attività intensa,data la grande regione in cui svolgevano l’opera missionaria. Varie difficoltà si opponevano alla evangelizzazione dei negri: diffidenza, atavico senso di superstizione che li teneva legati ad idolatrie, grande ignoranza che in certi casi rasentava lo stato selvaggio e così via; ma forse uno degli ostacoli più dolorosi era l’incomprensione di buona parte dei bianchi, razzisti, prepotenti e colonialisti, i quali determinavano negli indigeni un senso di odio generico verso la razza bianca.

Ma i frutti di un decennio   di fatiche erano già copiosi e molto stava per maturare.

A numerose migliaia assommavano i convertiti, che frequentavano i cinque centri missionari posti nei maggiori villaggi, dove i tre sacerdoti, a rotazione, andavano ad insegnare. Molti indigeni erano dei bravi collaboratori dei Padri, che ne avevano già indirizzati alcuni verso il sacerdozio.

Così quel giorno Padre Severino, a campo S.Paolo, terminava la predica:

“Il treno che avete ammirato è una realizzazione dell’ingegno dell’uomo, datagli direttamente da Dio. Infatti gli animali fanno tutto per istinto, senza mai migliorare: invece l’uomo, creatura superiore, dotato di anima, scopre sempre nuove cose e procede in avanti. Ma occorre essere umili e non insuperbirsi come fanno i non credenti che, stoltamente negano Dio, inorgogliendosi delle loro scoperte; non pensando che tutto ci è stato dato dal Creatore: la vita, l’intelligenza, la salute, ecc…; e che adoperando questi doni veniamo a conoscere le meraviglie del mondo, il quale pure è stato da Dio creato. Quindi, proseguì il sacerdote, bisogna sempre ricordarci di amare il Signore con fede filiale e usare delle scoperte per fini buoni, non dimenticando lo scopo essenziale della vita, lanciata verso la morte, onde entrare bene nella vera vita, quella eterna, che dipenderà da come ci saremo comportati in questa. Così, nella ricerca quotidiana di una maggiore aderenza ai dettami del Vangelo, vivremo mettendo a buon frutto i giorni della nostra esistenza mortale.”

Con attenzione commossa i negri ascoltavano la preziosa parola del sacerdote, quando un gruppo di indigeni spaventato arrivò di corsa nel piazzale e urlando e gesticolando giunse davanti al predicatore:

“A Hkado, raccontò uno di essi, c’è la rivolta! Van Doch ha frustato a sangue una donna riducendola in fin di vita e il villaggio a questa nuova angheria è insorto e stringe d’assedio la casa del bianco. Se riescono a entrare fanno una strage! Correte, buon padre!”

Il religioso capì la gravità della situazione e, a bordo della traballante auto, si diresse a tutta forza verso Hkado, che distava una ventina di chilometri.

Van Doch, olandese, era praticamente il capo, o meglio, il despota del villaggio e certamente era da prevedersi che un giorno o l’altro sarebbe avvenuta una ribellione.

Quando il missionario giunse sul posto, un centinaio di negri furenti stava per sfondare la porta della casa. Subito Padre Severino avanzò e intorno a lui si fece silenzio. Ma Epondo, un indigeno gigantesco gli gridò: “Non saranno le tue buone parole a fermarci! Giustizia si ha da compiere e Van Doch e la sua famiglia saranno fatti a pezzi! Non ne possiamo più: preferiamo la morte che continuare così!”

La folla riprese a vociare e il missionario prese la parola: “E’ nei momenti difficili che si provano le coscienze. Gli alberi più   forti resistono ai maggiori uragani. Non venite meno a quanto vi ho insegnato!”

“Non gli date retta!, replicò Epondo, pure lui è un bianco e se non è capace di farsi credere dai suoi simili è segno che è d’ acccordo con loro: avanti, addosso!”

“Fermi! Dimenticate forse il bene che vi ho fatto?, soggiunse più serenamente, ma con fermezza il missionario. E dimenticate anche che, come cristiani, credete in Colui che per amore nostro ha subito la più terribile ingiustizia e che, perdonando   ai propri nemici, dette la prova più grande del suo amore? Calmatevi, chè altrimenti è una rovina per tutti voi!”

L’ascendente che egli aveva sugli indigeni e la grande fiducia che questo avevano in lui, fecero sì che la turba si placò; ma i maggiorenti del villaggio vollero che egli si recasse dall’olandese, affinchè questi promettesse di non fare alcuna rappresaglia e desse garanzia per un trattamento più umano verso gli indigeni.

Non c’era da discutere ancora; che bastava un nonnulla per infiammare di nuovo gli assedianti e Padre Severino si recò, solo, alla casa di Van Doch che, vedendolo giungere, lo fece entrare, sprangando subito la porta.

Intorno al muovo arrivato si radunarono gli abitanti della casa: Van Doch, sua moglie, i due figli: Giacomo,   Pietro e il fedele servo negro Imponge.

“Dunque, è riuscito a domare quelle canaglie?”, domandò rabbiosamente l’olandese al missionario, il quale, ben guardando l’interlocutore negli occhi, gli rispose: “La violenza suscita più facilmente odio che non l’amore suscita riconoscenza: perchè la strada che porta al male è sempre in discesa. E chi si trova in posizioni di esagerato privilegio e si atteggia a depositario della giustizia e civiltà deve necessariamente più degli altri dare il buon esempio. Lei ha capito cosa voglio dire: non è la prima volta che parliamo di questi argomenti.”

Van Doch ebbe un moto di collera e soggiunse sprezzante: “Ah, già, dimenticavo: la solita predica fuori programma e per giunta a domicilio! Li difende quei selvaggi, ma sappia che non potranno mai essere all’altezza di noi bianchi; chè loro, checchè lei dica, appartengono ad una razza inferiore!”

La moglie prese dolcemente per   un braccio il marito, onde calmarlo; il figlio Pietro si schierava visibilmente con il padre, mentre Giacomo, pensoso, sembrava combattuto tra il proprio sentimento e il rispetto filiale. Appartato Imponge assisteva con aria cupa alla scena.

La reazione del sacerdote fu energica e profonda: “Molte volte ho da vergognarmi del colore della mia pelle e non per causa mia! La vostra teoria razzista è quanto mai assurda e malvagia. Siamo tutti creature di Dio, bianchi e neri; ma a parte i difetti che tutti abbiamo, è un fatto che la nostra razza è sempre stata opprimente di quella nera, che viene sistematicamente sfruttata e perseguitata. Attraverso i secoli, continuò il religioso, gli uomini della sua mentalità hanno rovinato l’opera e il sacrificio, spesso mortale di tanti loro fratelli che nel nome del Signore hanno portato nel mondo una testimonianza di pace e di fratellanza. La storia purtroppo continua uguale, chè le coscienze degli uomini, buone o cattive, sono sempre le stesse, in qualsiasi epoca. Ma c’è sempre la strada della riabilitazione che può porre in salvo chi è perduto: strada difficile, perchè l’orgoglio del mondo ne ostacola il percorso: essa è la strada del pentimento, che ridona la pace nel cuore, l’amicizia con Dio e la saluta eterna. Coraggio, Van Doch: e il sacerdote si fece quasi supplichevole, la vita è così passeggera: perchè non capire ciò che è verità? E in quanto a questi negri, essi vogliono solo che tutto sia finito qui, purchè lei prometta di non fare vendette e di trattarli un po’ più umanamente. Come vede non è difficile aggiustare la cosa.”

La moglie piangendo implorò il marito a dare retta al missionario e anche Giacomo intervenne: “Sì, papà:   Padre Severino è nel giusto; usiamo i suoi illuminati consigli e ci troveremo bene.!”

Così, un po’ a malincuore, l’olandese uscì sulla veranda della casa, con a fianco Padre  Severino che annunziò agli indigeni: “Andate alle vostre capanne, alle vostre occupazioni, che l’incidente di oggi non avrà alcuna conseguenza. Così pure, Van Doch vi userà un miglior trattamento per l’avvenire.” Lentamente, mormorando, la folla si sciolse e gli indigeni si allontanarono.

Dopo due giorni, un drappello di poliziotti giunse a Hkado.Gli indigeni capirono quel che stava per accadere e molti si rintanarono nelle capanne. Anche Padre Severino, che si era trattenuto nel villaggio, si preoccupò della cosa, pur fidando ancora nella parola di Van Doch.

Invece, secondo un piano preordinato, i militari circondarono le abitazioni, fecero uscire tutti e scelsero una decina di negri, fra cui Epondo, mentre tutta la popolazione faceva ressa attorno al cordone dei poliziotti che, con violente frustate e armi minacciosamente pronte, la teneva a bada.

Padre Severino, facendosi largo quasi a viva forza, entrò in casa dell’olandese. Questi stava parlando con il comandante del drappello e all’arrivo del missionario la loro conversazione si troncò di colpo .Il sacerdote entrò subito in argomento, rivolgendosi al padrone di casa: “Voglio sperare che, almeno per l’onore del nome, la parola data venga rispettata: Van Doch, dia subito l’invito a questi poliziotti di ritirarsi, che non c’è bisogno della loro presenza!” L’ufficiale si alzò di scatto e intervenne: “Lei non ha alcun diritto di interferire in certe cose: anzi   il suo modo di comportarsi   ha determinato nelle autorità di Lusaka, la decisione di espellerla dal paese, in quanto è sconfinato dal suo proprio campo, quello religioso, in agitatore degli indigeni. Ha tempo tre giorni per andarsene: questo è il documento del governatore, che ha già avvertito il suo vescovo.”

Van Doch incalzò, mentre Padre Severino sbiancava in volto: “Non valgono le promesse quando vengono estorte con la violenza; senza considerare che nei rapporti con la gente di colore, l’onore si perde solo se si trattano alla pari nostra. Comunque, caro Padre, non ho calcato la mano nella giusta punizione; anzi, proprio ora, ho convinto l’ufficiale a fucilare solo i tre maggiori responsabili della rivolta e non dieci, come avevo stabilito. Come vede, sono migliore di quanto si crede.”

Dominandosi e ponderando le parole, il missionario replicò: “La vostra mentalità ottusa, la vostra pseudo giustizia, la vostra tracotanza, non possono rovesciare la verità delle cose, le quali sono al contrario di quel che, anche con diabolici e vani ragionamenti, tentate di far credere. In realtà riuscite solo a legalizzare, per il potere di forza che avete, i soprusi che commettete. L’amore che Gesù ha insegnato a rivolgere anche verso i cattivi, mi impedisce di bollarvi come meritereste e anzi mi impone di ricordarvi come tutto è cadùco in questo mondo e che prima o poi saremo davanti al perfetto tribunale di Dio, per cui ben salutare per voi sarebbe il capire con un po’ di buon senso che la via della bontà e dell’amore mette in condizione l’anima di stare in pace nell’eternità.”

Giacomo Van Doch si era avvicinato al missionario, quasi a mostrargli la sua solidarietà e simpatia e allora suo padre troncò: “Basta così! E, rivolgendosi all’ufficiale: Procediamo.”

 

Epondo e altri due negri furono fucilati. La popolazione era esasperata. In serata, la chiesetta fu circondata e Padre Severino si trovò come bersaglio indifeso delle furia della vendetta che animava gli indigeni. Recitò alcune preghiere, impedì ad alcuni fedeli negri, che erano con lui, di affrontare gli scalmanati e, ormai conscio della fine che l’attendeva, si preparò a morire da martire: “Signore, fa che non mi manchino le forze nell’ora della prova suprema. Perdona i miei peccati e accoglimi con Te.” Poi uscì e fu subito affrontato da un parente di Epondo: “Perchè ci hai ingannato? Lo sapevi che Van Doch è un assassino; e pure ci   hai assicurato che non ci avrebbe colpito. Dunque sei d’accordo con lui; o meglio preferisci veder ammazzati i negri anziché i bianchi! Sei tu pure meritevole di morte!” La folla urlava minacciosa, mentre il sacerdote rispose: “Ho cercato di fare il meglio possibile e Dio mi è testimone. E se non vi avessi arrestati quando stavate per entrare in casa di Van Doch, a quest’ora i soldati vi avrebbero ammazzato tutti: l’odio di razza che qui impera, è al di fuori della concezione della vita cristiana di cui sono un umile propagatore. Sapete che mi sono sempre prodigato per voi e che, anzi, sono accusato dai bianchi di essere dalla vostra parte.”

“Non è vero! Egli c’inganna per aver salva la vita: a morte!” riprese l’accusatore.  

 

Ma altre voci si levavano dalla folla. Gente che doveva la vita per sé o per i familiari a Padre Severino, intervenne in sua difesa. I ricordi delle buone opere del sacerdote animarono altri a parlare, ma i più influenti, anche se in minor numero, insistevano per la morte. Ma quando tutto sembrava perso, un negro prese la parola con fermezza e decisione: era Imponge, il servo di Van Doch. ”Padre Severino è innocente e solo la vostra sanguinaria sete di vendetta vi impedisce di capirlo. In casa dei bianchi ho assistito ai colloqui che l’olandese ha avuto con il missionario e vi giuro che questi ha agito il più onestamente possibile. Addirittura i bianchi lo cacciano dal nostro paese perchè   l’accusano di patteggiare per noi! Vogliamo noi essere superiori agli aguzzini? Facciamo come Padre Severino ci ha insegnato; usiamo più discernimento di loro e soprattutto civilizziamoci; così arriveremo a far valere i nostri diritti. Anche fra i bianchi c’è del buono e un giorno non lontano saremo alla pari, in fraternità. E ringraziamo in sommo modo gli uomini come Padre Severino che sono all’avanguardia in queste difficili battaglie, quelle a favore della bontà e della giustizia.”

L’oratoria convincente di Imponge e soprattutto le sue affermazioni, rovesciarono la situazione e ogni pericolo per il buon sacerdote, scomparve.

Poi, con Padre Severino, officiante, gli indigeni, recitarono preghiere in suffragio degli uccisi.

 

Nella chiesetta di campo S.Paolo, gremita di folla, Padre Severino celebrava la sua ultima S.Messa in terra di Rhodesia. Era l’otto dicembre 1955 e la festa dell’Immacolata ispirò maggiore serenità in tutti. Fugato ogni sintomo di malpensiero, gli indigeni, molti dei quali con le lacrime agli occhi, dettero l’addio al loro benefattore, che aveva speso tanti anni della sua vita per loro. Ma c’erano anche diversi bianchi e fra questi Giacomo Van Doch, che, accompagnato da Imponge, si avvicinò al missionario e gli disse: “Nel giorno della sua partenza, maggiormente comprendiamo la grandezza della sua opera: lei è stimato da tutti, infatti anche mio padre si è adoperato, invano, affinchè restasse con noi. Debbo anche dire che non fu mio padre a chiamare i soldati. Egli intendeva mantenere ciò che le aveva promesso; solo che le autorità vennero a conoscenza della cosa per altre vie e di fronte all’ufficiale che rappresentava il governatore, non ci fu gran che da fare. Certo che mio padre è ancora molto lontano dalla Fede e l’ultimo colloquio che ebbe con lei, in cui si lasciò dominare dall’orgoglio e dal rispetto umano, ne è la prova; ma spero che un giorno si apra alla Verità. In quanto a me, che un giorno non lontano sarò il capo di questa zona, mi adopererò per far trionfare la pace fra bianchi e neri.”

E così dicendo pose affettuosamente un braccio sulle spalle del servo Imponge. “Dopo le tribolazioni dei giorni scorsi, oggi il sole della letizia e della speranza, brilla alto nel cielo; – rispose Padre Severino e pur partendo io, resteranno con voi altri due missionari che continueranno l’opera intrapresa. Aiutateli, che i bisogni morali e materiali sono tanti e come ci ha detto il Signore, grande sarà la ricompensa nel Regno dei Cieli per chi lavora in Suo nome.”

                     

La macchina si avviò sulla strada polverosa. Padre Severino si volse rispondendo al saluto degli indigeni e, osservando per l’ultima volta i luoghi della sua missione, pensò a ciò che l’attendeva: nuove terre da evangelizzare, nuove difficoltà da superare, ma sorrise felice a questa prospettiva, conscio di donare la sua vita per lo scopo più nobile e più bello: quello di darsi totalmente e senza riserve al servizio di Dio.


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5 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 8 Dicembre 2009 @ 13:06

    Il calvario di  eroi come Nelson Mandela e Desmond Tutu ha posto fine all’apartrheid in Sudafrica e, di riflesso, in  ex Rhodesia ( oggi Zimbabwe). A proposito di Tutu, cito da Wikipedia:

    Desmond Mpilo Tutu (Klerksdorp, 7 ottobre1931) è un arcivescovosudafricano, di religione anglicana, ed un attivista che raggiunse una fama mondiale durante gli anni ’80 come oppositore dell’apartheid. Tutu fu il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, in Sudafrica, e primate della Chiesa anglicana dell’Africa meridionale. Vinse il premio Nobel nel 1984.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Dicembre 2009 @ 20:42

    Rivivono intensamente, nel racconto, la condizione disumana di un popolo e la lucida, convinta, radicata forza umana e religiosa di un personaggio, che assomma, all’intelligente proporsi, le virtù proprie della fede, della carità e dell’amore.

    L’accorata emotività, che sottende tutta la narrazione, non solo offre ampi significati, ma introduce un susseguirsi di immagini che pongono a confronto diverse culture e mentalità, diversi principi e concezioni, ottuse chiusure e salutari slanci fraterni, che definirei profondamente ecumenici. Ne nasce l’urgenza di una dimensione, che prevede l’annientamento di un razzismo e di una violenza assolutamente lontani dalla dignità dell’uomo ed in ogni modo ingiustificabili ed ingiustificati. Il conflitto sulla “diversità” e sull’uso barbaro della sopraffazione non appare, in fondo e per fortuna, così irrisolto, grazie all’opera benemerita del missionario, che, oltre ad un accorto, sagace, deciso comportamento, mette in campo il suo carisma di uomo e di religioso, votato al bene di ognuno.

    Tutto l’insieme testimonia un notevole rilievo esistenziale, che abbraccia la vera fraternità tra gli uomini, confermando la preziosità del messaggio.

    Prosa piana e delicata, che trova garanzia e autenticità proprio sul pentagramma di una voluta semplicità espressiva e formale, portandoci, con purezza di linguaggio, intensità di accenti universali

    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Mario Camaiani — 9 Dicembre 2009 @ 23:10

    Ringrazio Carlo Capone per la citazione storica, molto precisata, di due campioni della lotta contro l’apartheid, a commento della mia narrazione; ed altresì ringrazio l’amico Gian Gabriele Benedetti per il suo commento, molto articolato e profondo, tanto e tanto edificante.

    Mario Camaiani.

  4. Commento by Carlo Capone — 10 Dicembre 2009 @ 12:00

    Mario, la tua narrazione e le note da me citate si integrano alla perfezione. Complimenti per il tuo scritto  e lo stile con cui è condotto.
    Una o due  curiosità: hai viagggiato in quelle zone? il racconto è frutto  di fantasia o ricalca fatti e persone reali?

    Saluti

    Carlo

  5. Commento by Mario Camaiani — 11 Dicembre 2009 @ 00:14

    Carlo,
    sono lusingato ed onorato per i complimenti che mi fai per il mio lavoro.
    No, non sono mai stato in Africa ed il racconto è del tutto inventato, personaggi compresi; però è verosimile, cioè rispecchia una mentalità, una cultura vigente in quei luoghi, verso la metà del secolo scorso.
    Ed io, nei miei racconti, inventati, cerco di riproporre fatti di svariati temi tratti dalla mia esperienza di vita vissuta, come testimonianza di quell’epoca.
    Un salutone
    Mario.

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